One Boy Band – la recensione del primo album in uscita del cantautore siculo-brianzolo

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Il 17 Marzo uscirà “33 giri di boa”, il primo album di One Boy Band, progetto solista del cantautore e chitarrista Davide Genco.

E’ dal 2010 che il “siculo-brianzolo” Genco porta le sue canzoni in giro per l’Italia, armato di chitarra, loop-station e ukulele. La formula chitarra e loop (pedaliera che permette di registrare e riprodurre “in loop” tracce vocali e strumentali) sembra in effetti essere una delle formule più efficaci degli ultimi anni, per quanto riguarda i format cantautoriali. Grazie alla possibilità di riprodurre in live un certo numero di tracce in simultanea, un singolo musicista può divenire una sorta di “proto-band”, con tanto di percussioni e backing vocals.
In sette anni di intensa attività Genco ha suonato su palchi francesi e inglesi, ha collaborato con artisti del calibro di Giuliano Dottori e Saturnino e ha pubblicato due EP, “One Boy Band” “La vita erotica dei cantautori”.

Il suo primo vero album uscirà sotto l’egida dell’etichetta Discipline ed è stato masterizzato da Andrea Ravasio al Frequenze Studio di Monza. E’ composto da dieci inediti e da una cover dei grandi Joy Division, “Disorder”. Dietro alla composizione della maggioranza delle parti strumentali c’è ovviamente lo stesso Genco. Il cantautore definisce il suo lavoro come “una fotografia che fissa l’istante in cui un trentenne si volta indietro per capire cos’è successo nella sua vita e cosa lo ha reso la persona che è adesso”. Riguardo alle tematiche trattate (amore e morte, passato e futuro) mette subito le mani avanti, precisando che non è stato nelle sue intenzioni trattare “Grandi Temi col piglio del lucido cantautore”; piuttosto si è rapportato ad essi “di pancia”, con spontaneità e istinto. E chi dice che non sia questo l’approccio più autentico e vero? Del resto l’artista troppo ragionato e ragionante risulta spesso pesante; la spontaneità è (quasi) sempre stata buona amica dei poeti e dei songwriters (quando le due figure non coincidono).

Veniamo al contenuto vero e proprio dell’album. Si apre con un’elegia al musicista Elliott Smith, “Elliott Smith e l’Autunno”, articolata in uno splendido arpeggio di chitarra acustica sul quale si intrecciano sovra-incisioni di armonici e chitarre elettriche; una voce femminile recita il testo di “Half right”, stupendo brano del compianto artista americano. Da subito ci si rende conto della cura che Genco ha avuto per i dettagli della sua opera.
“Musa” è costruita sul modello di una moderna epiclesi alle divinità ispiratrici della poesia greca. Il cantautore tuttavia non cerca sostegno per l’impresa che si accinge a intraprendere, bensì prega la Musa di ridargli ciò che ha già intrapreso tempo addietro e ormai è passato, nonostante l’amara consapevolezza di non poter riottenere quel “cuore vergine” tanto rimpianto.
La parte centrale del disco è più rilassata e musicalmente allegra. Le linee di chitarra e i giri di ukulele sono interessanti, per quanto più ripetitivi e meno originali rispetto ai primi brani.
Il rifacimento di “Disorder” è molto intrigante. Genco ha ripreso un mostro sacro di “Unknown Pleasures” e ha saputo rendergli il giusto merito nel suo stile personale. Lascia solo qualche dubbio la scelta di atteggiare la voce, quasi a mo’ di Ian Curtis, atto che risulta un po’ forzato all’orecchio.

A conti fatti, siamo di fronte ad un lavoro di buona qualità. One Boy Band ha delle doti compositive ammirevoli, cosa che risalta soprattutto nelle sezioni strumentali dei cordofoni. Se da un lato i primi pezzi sono molto godibili e originali, nella sezione centrale iniziano gli alti e i bassi, si perde un po’ in mordente e a volte l’impressione è di “già sentito”. Tuttavia, quello di Genco è un esordio da solista (se di esordio si può parlare) promettente. E la scelta di celebrare Elliott Smith e i Joy Division denota senz’ombra di dubbio un certo buon gusto da parte dell’autore, che non guasta mai.

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