Oleodotto Israele EAU: sale l’allarme ambientalista (Video)

Secondo le organizzazioni ambientaliste di Tel Aviv l'accordo potrebbe portare al prossimo "disastro annunciato"

0
246

L’oleodotto di Israele ed Emirati Arabi Uniti rappresenta una minaccia per una delle barriere coralline più belle del mondo. Lo denunciano le organizzazioni ambientaliste israeliane, preoccupate per le devastanti conseguenze di inevitabili perdite di greggio e malfunzionamenti. Tanto che parlano del prossimo “disastro annunciato”.

Oleodotto Israele EAU di cosa si tratta?

L’oleodotto tra Israele e EAU potrebbe rappresentare il prossimo “disastro ecologico annunciato” e distruggere una delle barriere coralline più belle del Pianeta. Questo quanto denunciano diverse organizzazioni ambientalistiche a Tel Aviv. Infatti, il progetto rientra nei programmi di cooperazione economica siglati il 13 agosto 2020, anche noti come Accordi di Abramo. L’intesa storica era stata raggiunta grazie alla mediazione statunitense nell’ambito della normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Gli accordi hanno riguardato anche il settore petrolifero, da cui l’accordo per la costruzione di un nuovo oleodotto nella città di Eilat, a Sud di Israele. In questo modo, lo Stato ebraico diventerà uno snodo importante nel trasporto di petrolio sull’asse euro-asiatica. Ma gli ambientalisti hanno chiesto alle autorità di bloccare il progetto.

La società appaltatrice

A realizzare l’opera sarà la Eilat Ashkelon Pipeline che sostituirà le imprese attive negli anni ’50 e ’60 a cui sono scadute le concessioni. Fondata nel 1968, la joint venture israelo-emiratina si occuperà di trasferire petrolio e prodotti petroliferi da un terminal del Mar Rosso al Mediterraneo, passando per il territorio di Israele. Sul suo portale, la compagnia riferisce: “La società gestisce due porti petroliferi e due terminali petroliferi con una capacità di stoccaggio di 3,7 milioni di metri cubi per petrolio greggio e prodotti petroliferi“. Al momento, “Il sistema di oleodotti per petrolio greggio dell’EAPC è costituito da tre impianti“. Inoltre, spiega: “Il più grande di questi è un oleodotto del diametro di 42 pollici lungo 254 km che collega il porto petrolifero di Eilat sulla costa del Mar Rosso con il porto petrolifero di Ashkelon sulla costa mediterranea“.


Comunità energetiche, un toccasana per l’ambiente


Oleodotto Israele EAU minaccia l’ambiente?

Secondo Reuters l’oleodotto trasporterà il petrolio e derivati degli Emirati verso l’Europa meridionale passando dal Golfo di Eilat, sul Mar Rosso. A tal proposito, il 20 ottobre scorso era stato siglato un memorandum sull’intesa cui aveva presenziato l’allora Segretario del Tesoro statunitense Steve Mnuchin. Secondo l’accordo preliminare del valore dai 700 agli 800 milioni di dollari, il nuovo impianto sarà in grado di “avvicinare” i mercati dell’Asia orientale ai produttori di petrolio del Mediterraneo e del Mar Nero. Per di più, l’oleodotto sfrutterà infrastrutture esistenti per risparmiare tempo e denaro e anticipare l’inizio delle spedizioni di greggio in Europa. Dal canto loro, i firmatari dell’intesa si ritengono soddisfatti perché ne beneficerà l’intero mercato dell’energia. Invece, gli attivisti sono preoccupati per le possibili ripercussioni che tale imprese potrebbe avere sull’ambiente.

Le manifestazioni ambientaliste

Le proteste iniziate negli ultimi mesi del 2020 sono poi riprese il 3 marzo di quest’anno. Gli attivisti hanno chiesto al governo di interrompere la realizzazione dell’oleodotto. Infatti, a centinaia hanno manifestato al molo di Eilat, brandendo cartelloni con su scritto: “Stop immediato all’accordo petrolifero”. Anche sulla scorta dell’allarme lanciato da esperti da tutto il mondo, che hanno scritto una lettera aperta al governo per avvertire le autorità delle devastanti conseguenze sull’ambiente. Tra i 231 firmatari, ha riferito il Times of Israel, ci sono biologi, geologi, ecologi marini. Ma anche geografi, ingegneri ed esperti di salute pubblica che provengono da istituzioni accademiche in tutto lo Stato ebraico. Oltre che da Stati Uniti, Australia, gran parte dell’Europa, Brasile, Isole Fiji e Giappone.

Gli attivisti

Come riferisce il Times of Israel, la lettera è il risultato di una campagna condotta da circa 20 organizzazioni ambientali guidate dalla Zalul Desert and Sea e dalla Eilat-Eilot Renewable Energy. Ma alle proteste si sono unite anche personalità autorevoli. Ad esempio, il professor Charlie Veron dell’Australian Institute of Marine Science e il professore Maoz Fine dell’Eilat Inter-University Institute for Marine Sciences. Ma anche la professoressa Amatzia Genin della Hebrew University e il professor Andrea Grottoli della Ohio State University, nonché presidente della International Coral Reef Society. Nel frattempo, alcuni attivisti militanti hanno promesso altre manifestazioni a Eilat contro l’oleodotto tra Israele e EAU. Come Michael Raphael, del movimento internazionale Extinction Rebellion.

Cosa temono gli ambientalisti?

In particolare, Shmulik Taggar teme i rischi legati al progetto. Residente storico della città portuale di Eliat e fondatore della Society for Conservation of the Red Sea Environment ad AFP ha dichiarato: “Il problema principale è che l’EAPC (la società appaltatrice) non è minimamente preoccupata“. Secondo Taggar, le autorità governative “Dovrebbero fermare i lavori e fare delle verifiche, questo abbiamo chiesto al ministero“. E ha ribadito: “Noi chiediamo uno studio internazionale che valuti i rischi” perché “Questo paese sembra aver perso la ragione“. Anche il biologo Nadav Shashar dell’Università Ben Gourion de Beersheva è preoccupato. Infatti, al canale ArabNews ha affermato: “Se ci saranno dei malfunzionamenti l’inquinamento sarà proprio a ridosso della barriera corallina“. “Questo sarà un problema perché le sostanze tossiche che sono solubili in acqua entreranno immediatamente nell’ecosistema“, ha spiegato.


Pozzi petroliferi: l’impatto negativo sull’ambiente


I rischi dell’oleodotto di Israele

In effetti, l’Europe-Asia Pipeline verrà costruito a distanza ravvicinata dalla barriera corallina. Come ha chiarito lo stesso Taggar: “Le barriere coralline saranno a 200 metri di distanza dal punto in cui verrà scaricato il petrolio“. Poi ha osservato: “Ci hanno detto che le petroliere sono moderne e non ci saranno problemi, ma i guasti sono inevitabili“. Anche nel caso del più piccolo malfunzionamento l’ecosistema marino ne risulterebbe devastato. Per di più, un disastro ambientale bloccherebbe la desalinizzazione al largo della costa mediterranea che risulta la principale riserva d’acqua potabile dello Stato ebraico. Senza considerare i danni al settore turistico di Egitto, Israele e Giordania. Eppure, proseguono gli accordi tra EAPC e la MED-RED Land Bridge per la realizzazione dell’oleodotto.

Qualche dettaglio in più

Secondo le stime degli ambientalisti, il “traffico marittimo” che interesserebbe le acque ricche di vita del Golfo Persico consisterebbe all’incirca 120 petroliere. Ognuna con un carico di quasi 30 milioni di metri cubi di greggio. I danni ambientali in caso di perdite accidentali di petrolio o derivati risulterebbero fatali per l’ecosistema marino. Soprattutto se si considera che la barriera corallina del Mar Rosso è soggetta agli effetti negativi del cambiamento climatico. Ad esempio lo sbiancamento, il deperimento dei coralli a causa delle ondate di calore. Ma la paura degli ambientalisti è anche il petrolio emiratino possa arrivare senza i necessari controlli. Visto che il Ministero delle Finanze israeliano non ha ancora ricevuto copia dell’accordo.

Oleodotto di Israele: le autorità

Al contrario, a inizio di febbraio il ministero israeliano per la Protezione dell’ambiente aveva riferito di aver compiuto le proprie indagini ma di aver chiesto “un confronto urgente” sulla questione. Del resto, anche il Ministero degli Affari ambientali si è mostrato titubante a trasformare Israele in un hub per il traffico di petrolio. Anzi, ha sostenuto le proteste degli ambientalisti a Eilat. In effetti, il dicastero per l’ambiente ha osservato che l’oleodotto potrebbe altresì inquinare le coste israeliane sul Mar Mediterraneo. Dove transita già circa circa il 30% del traffico marittimo internazionale. Anche il ministro Gila Gamliel non si è detta persuasa. Recentemente coinvolta nelle polemiche sul presunto attacco ambientale condotto dall’Iran ai danni di Israele, per la deputata ritiene che l’accordo rappresenti un “Passo nella direzione sbagliata“. E vada pertanto riconsiderato.


Attacco ambientale: Israele accusa l’Iran sale la tensione


Come si difende la EAPC?

Dal canto suo, la società appaltatrice si è difesa dalle accuse degli ambientalisti. Infatti, in una nota ha replicato: “È grazie all’EAPC che la barriera corallina nel Golfo (di Eilat) è stata protetta e si è sviluppata in oltre 50 anni, parallelamente al lavoro operativo (dell’azienda)“. “Questo grazie alle procedure di sicurezza più rigorose e l’impegno dell’azienda per l’ambiente in cui opera“. Infine, ha riferito: “L’azienda è dotata delle più recenti misure di sicurezza, prevenzione e controllo sul campo e i suoi dipendenti sono sottoposti a formazione ed esercitazioni periodiche“. In passato, però, la società era stata richiamata per aver installato alcuni componenti difettosi negli impianti da essa gestiti.

Oleodotto sì o no?

Al Times of Israel il professor Yossi Loya dell’Università di Tel Aviv e vincitore della medaglia Darwin ha descritto l’oleodotto una “bomba a orologeria ambientale“. L’impianto esporrebbe l’intero Golfo di Eilat-Aqaba, le rive del Sinai, le sue barriere coralline e la costa mediterranea a “un enorme pericolo causato da perdite, malfunzionamenti o sabotaggi deliberati, che nella nostra zona sono una questione di tempo“. Dunque non resta che chiedersi: ne vale la pena?