Oggi nasceva John F. Kennedy

Il presidente che provò a cambiare volto all'America

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John F. Kennedy fu il 35° presidente degli Stati Uniti. La sua corsa alla Casa Bianca iniziò nel ’60, quando il Partito Democratico lo nominò come candidato alla presidenza. I repubblicani scelsero Nixon. I due si scontrarono in diretta tv, nel corso di quello che fu il primo dibattito presidenziale televisivo. Kennedy vinse la partita. Sebbene entrambi fossero dotati di grande abilità oratoria, Nixon si presentò teso e malamente rasato. La bella presenza e compostezza di Kennedy, veicolata dal tubo catodico, furono di cruciale importanza e dopo uno scrutinio dall’esito incerto, JFK divenne presidente all’età di 43 anni.

Il 17 aprile 1961 l’amministrazione del neo eletto presidente mise in atto un’azione militare che avrebbe dovuto rovesciare il governo di Fidel Castro. Perfezionata sotto Eisenhower, che tardò ad attuarla, l’operazione meglio conosciuta come l’invasione della baia dei Porci, trovò applicazione con Kennedy. L’operazione, organizzata dalla CIA, fu un disastro. La disfatta convinse Kennedy a licenziare il direttore dei servizi segreti.

Dopo il fallimento dell’operazione Castro chiese aiuto all’URSS e, nell’ottobre del 1962, un aereo spia americano fotografò un’installazione militare su territorio cubano. Appurato che l’URSS stava installando una batteria di missili nucleari, l’amministrazione Kennedy si trovò di fronte a un dilemma: attaccare e dare inizio a una guerra nucleare o restare inerti, con i sovietici e la loro artiglieria a un tiro di schioppo. Kennedy avviò una serie di negoziati e nel giro di una settimana si accordò con Nikita Chruscev. L’URSS si impegnò a smantellare i missili e gli Stati Uniti promisero di non invadere Cuba e di ritirare i missili in Turchia.

La corrispondenza tra i leader delle due superpotenze continuò anche dopo la crisi dei missili di Cuba, e portò alla firma del Partial Test Ban Treaty, un trattato internazionale che metteva parzialmente al bando i test nucleari, consentendo solo quelli sotterranei.

La politica di Kennedy subì una notevole accelerata quando JFK cominciò a pianificare il ritiro di alcune migliaia di soldati impegnati in Vietnam. Kennedy non voleva impegnarsi in quella guerra, come dimostrano un memorandum datato 11 ottobre 1963, che prevedeva il ritiro di mille soldati, e una dichiarazione del Segretario della difesa, Robert McNamara, rilasciata nel corso di un’intervista del 2003.

Circa un mese dopo quel memorandum, il 22 novembre, JFK era in visita a Dallas. La Lincoln con a bordo il presidente, John Connally – governatore del Texas – e le rispettive mogli percorreva l’itinerario prestabilito. Mentre tutto si svolgeva come da copione, la folla udì una serie di spari e si scatenò il pandemonio. L’auto rallentò per un istante, poi partì di corsa. La notizia dell’attentato fece subito il giro del mondo. Alle 13.00 di quel pomeriggio, Walter Cronkite annunciò la morte di Kennedy. La polizia arrestò e incolpò Lee Harvey Oswald, un ex marine poi congedatosi. Interrogato per 12 ore, senza un legale presente né uno stenografo che trascrivesse la conversazione, Oswald dichiarò la propria estraneità ai fatti. Ai giornalisti assiepati nella stazione di polizia disse di essere un capro espiatorio, ma non ebbe modo di dimostrarlo.

Il 24 novembre, mentre lo trasferivano alla prigione della Contea, Jack Ruby si mescolò ai giornalisti che aspettavano nel parcheggio sotterraneo e gli sparò. Oswald non arrivò neanche in ospedale. Ruby dichiarò di averlo ucciso per vendicare JFK e risparmiare a Jacqueline Kennedy un tedioso processo.

Lyndon Johnson, che già prestava giuramento mentre Kennedy viaggiava verso il Parkland Hospital, istituì una commissione investigativa federale per indagare sui fatti di Dallas. La Commissione Warren concluse che Oswald fosse l’unico depositario del folle piano per uccidere il presidente, che avesse sparato dal sesto piano di un edificio – un deposito di libri – con un fucile Carcano, e che quel colpo avesse ucciso Kennedy e ferito Connelly. E questo era tutto.

O quasi.

Qualche tempo dopo Jim Garrison, Procuratore distrettuale di New Orleans, contestò il resoconto della Commissione nel corso del processo a Clay Shaw, accusato di aver partecipato alla cospirazione ai danni di JFK. Garrison mise in luce due o tre questioni che non quadravano. Secondo la Commissione, Oswald sparò 3 colpi in 6 secondi con un fucile ad otturatore manuale, che richiede un tempo di ricarica di circa 2 secondi. E in questo lasso di tempo così ristretto riuscì anche a mirare. Da aggiungere che, al tempo in cui militava nei Marines, Oswald era un ritenuto un pessimo tiratore.

La teoria del fuoco incrociato, che Garrison portò in tribunale, assunse credibilità quando saltò fuori l’8mm di Abraham Zapruder. Nel filmato si vede la tempia di Kennedy esplodere. Il presidente sobbalza, sospinto dall’impatto, e si accascia sulla sinistra, sorretto da Jacqueline. Una traiettoria incompatibile con quella del colpo sparato dal deposito. Nonostante le molteplici ferite rivenute sul corpo di Kennedy – una delle quali alla gola – e riportate da Connally, la Commissione sostenne la teoria di Arlen Specter, ribattezzata “teoria del proiettile magico”. Secondo Specter, uno dei tre proiettili avrebbe colpito Kennedy alla schiena – proseguendo quindi verso il basso, se Oswald sparava dal sesto piano – sarebbe poi uscita dalla parte anteriore del collo e avrebbe cambiato direzione, perforando l’ascella di Connally e frantumando una costola. Uscendo dal torace, lo stesso proiettile avrebbe poi fratturato il polso destro e colpito la coscia sinistra del governatore.

Se ammettiamo che una cosa del genere sia impossibile, dobbiamo ammettere che siano state più armi a sparare e da diverse angolazioni.

Le teorie cospirative su quanto accaduto quel giorno a Dallas si sprecano. Si incolpano la CIA – che Kennedy voleva smantellare –, e il crimine organizzato, messo alle strette dalle politiche antimafia. I fatti dicono che con l’insediamento di Lyndon Johnson gli Stati Uniti riconsiderarono l’impegno in Vietnam. Dicono che Fletcher Prouty – colonnello con ampie conoscenze delle attività segrete messe in piedi dalla CIA nel corso degli anni – dichiarò che l’assassinio di Kennedy fu un colpo di stato, che servì a impedire che il presidente cambiasse volto alla CIA.

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