Offensiva di Israele: in arrivo 735 milioni in armi Usa

Per i bombardamenti a Gaza

0
517
offensiva di Israele

Continua l’offensiva di Israele su Gaza. Ieri, i jet F-35 dell’aviazione militare israeliana hanno portato a termine una serie di raid nell’enclave. Altri bombardamenti sono stati compiuti nella notte. Il bilancio è drammatico. Specialmente sul fronte palestinese. Tra le vittime anche un giornalista. Ora lo Stato ebraico potrà contare su una fornitura di 735 milioni di dollari in armi dagli Stati Uniti? Dal canto loro, i democratici chiedono la sospensione della spedizione. Almeno, fino a quando la situazione non sarà rientrata.

Continua l’offensiva di Israele?

Ancora non si dorme, la notte, a Gaza. Tra il 18 e il 19 maggio, i jet dell’aviazione militare israeliana hanno sganciato 122 bombe. In appena 25 minuti. Nel raid, le forze di sicurezza hanno abbattuto edifici in zone residenziali provocando la morte di almeno 4 persone. Tra le quali un giornalista, secondo il resoconto di Al Jazeera. Come riporta il Times of Israel, il portavoce delle IDF Hidai Zilberman ha confermato la serie di bombardamenti, precisando che “Prendono parte all’operazione 80 caccia, inclusi gli avanzati F-35“. Si tratta dei velivoli militari di quinta generazione sviluppati dalla statunitense Lockheed Martin, con la partecipazione dell’Italia quale partner di secondo livello. Zilberman ha aggiunto che l’offensiva ha interessato il Sud della Striscia. In particolare, le città di Khan Yunis e Rafah, “da dove parte la maggior parte dei razzi su Israele“. Tra gli obiettivi anche il leader militare di Hamas, Mohammed Deif.

Qualche dettaglio in più

Nelle ore precedenti erano proseguiti i lanci di missili dall’enclave verso il Sud di Israele. Nessun ferito era stato riportato. Dal 10 maggio, il giorno d’inizio dei combattimenti, si contano almeno 1.500 feriti e 219 vittime palestinesi. Di queste, 63 bambini. Mentre sul fronte israeliano si segnalano 12 vittime, inclusi 2 minori, e circa 300 feriti. A nulla sono valsi gli appelli della comunità internazionale. Neppure il Consiglio di sicurezza Onu ha adottato una dichiarazione. Intanto, le IDF insistono che le loro operazioni siano a scopo difensivo. A proposito, ribadiscono come i loro attacchi siano diretti a centri nevralgici del gruppo terroristico di Hamas, il governatore de facto dell’enclave. Quindi è del tutto irrilevante che nei palazzi-bersaglio vivano intere famiglie palestinesi. Ora, lo Stato ebraico attende il suo carico prezioso da Oltreoceano, che potrebbe aggravare ulteriormente lo squilibrio delle forze in campo.


Israele e l’insostenibile leggerezza dell’autodifesa


Offensiva di Israele finanziata dagli Usa

Qualche giorno prima dello scoppio del conflitto tra Israele e Hamas, gli Usa hanno venduto a Israele una fornitura in armi del valore complessivo di 735 milioni di dollari. Il carico comprende alcuni sistemi di precisione che Israele aveva già acquistato in passato. Lo ha denunciato in un lungo articolo il Washington Post, che cita tre fonti governative contrarie all’accordo. Come riferisce il quotidiano statunitense, al Congresso la trattativa sarebbe stata notificata solo il 5 maggio. Una circostanza inaccettabile che ha scatenato il malumore nell’ala progressista. Da quel momento, alcuni esponenti moderati stanno cercando di impedirne la consegna. A detta dei parlamentari, infatti, sarebbe un modo come un altro per dare “L’ok a ulteriori massacri”. Mentre da più parti la comunità internazionale si spende per un immediato cessate-il-fuoco.

Nonsense

La spedizione riguarda la fornitura dei Joint direct attack munitions (Jdams). Si tratta di sistemi in grado di trasformare le normali bombe “stupide”, ossia quelle a caduta libera, in missili di precisione all’avanguardia. In ogni caso, sono armamenti che Israele conosce bene dato che li maneggia ormai da diversi anni. Difatti, li aveva acquistati in stock in passato. Secondo la narrativa del governo Netanyahu, queste “munizioni ad attacco diretto congiunto” renderebbero più mirati gli attacchi a Gaza. Il che permetterebbe di evitare le vittime civili. Davvero è necessaria una maggior potenza di fuoco per ridurre il numero delle vittime? Sembra paradossale. Un nonsense. Anche perché, insieme alle Jdams, la spedizione prevede l’invio di molte altre armi. Questo dopo che lo scorso febbraio Israele ha ordinato non più 50 bensì 75 caccia F-35 Usa, in aggiunta ai 27 già ricevuti.


Premier israeliano: speculazioni sulla guerra


Usa ammettono l’offensiva di Israele

Il misunderstanding è sorto dopo che l’amministrazione del “pacifista” Biden ha informato il Congresso della vendita di armi a Israele per la ratifica. Salvo poi scontrarsi con la risoluzione di opposizione (non vincolante) di alcuni parlamentari. “La scorsa settimana gli attacchi dell’esercito israeliano hanno ucciso molti civili e distrutto l’edificio che ospitava l’Associated Press, una società americana che riportava i fatti a Gaza“, ha detto un rappresentante democratico della commissione per gli affari esteri della Camera. Il quale ha aggiunto: “Consentire la vendita di queste armi senza esercitare pressioni su Israele affinché accetti un cessate il fuoco sarà un lasciapassare solo per ulteriori massacri di civili“. In questo momento, i detrattori denunciano anche un’intollerabile mancanza di trasparenza. Una prassi che permette di firmare accordi di questo tipo senza alcun controllo.

Contro l’offensiva di Israele

Eppure, è verosimile che la spedizione verrà effettuata. Nonostante 29 senatori democratici abbiano sottoscritto una lettera nella quale chiedono “un immediato cessate il fuoco in Israele e nei Territori palestinesi“. A tal proposito, il rappresentante Dem del Wisconsin, Mark Pocan, ha twittato: “Non possiamo solo condannare i razzi lanciati da Hamas e ignorare la violenza della polizia israeliana contro i palestinesi, compresi gli sfratti illegali, gli attacchi violenti contro i manifestanti e l’uccisione dei bambini palestinesi“. E ancora. “Gli aiuti degli Stati Uniti non dovrebbero finanziare questa violenza“. A questo punto, però, non va dimenticato un punto essenziale: al governo degli Stati Uniti c’è un presidente democratico.

Considerazioni

Nel 2019, l’ex presidente Donald Trump aveva posto il veto a tre risoluzioni approvate dal Congresso per bloccare la vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. E lui è un repubblicano. Allora, cosa sta succedendo in America? Un’epidemia incontrollabile di schizofrenia? Ma il pacifismo non era forse uno dei capisaldi del pensiero democratico? Eppure, i momenti più cruenti in Medio Oriente si sono consumati quando negli Usa vi era un presidente democratico al potere. Basti pensare a Barack Obama. E ora a Joe Biden.


Biden a Netanyahu: “Israele ha diritto a difendersi”


L’equilibrismo di Biden

Dal giorno del suo giuramento, Joe Biden cammina su un filo. Specialmente in Medio Oriente. Da una parte, il nuovo presidente si dichiara promotore dei valori e dei principi democratici. Tanto che assicura di voler riportare la pace in Medio Oriente con lo stesso impegno con cui Obama cercava di esportare la sua democrazia. Dall’altra, temporeggia. Ma Biden non è Obama. In questo senso, non sfugge la lentezza con la quale il presidente ha reso noto quale sarebbe stata la sua linea politica in Medio Oriente. Soprattutto, con la sua tiepida reazione al conflitto in corso avvalla l’offensiva di Israele ai danni dei palestinesi. Che sia puro calcolo? Lunedì, Biden si era rifiutato di condannare pubblicamente i raid a Gaza. Una mossa coerente con l’avvicinamento di Biden a Israele come mai era successo negli ultimi decenni.

Questione di strategia

Altri presidenti avrebbero sentito il bisogno di comparire davanti alle telecamere per invocare la calma. O almeno per esprimere cordoglio alle famiglie delle vittime. Ma non il democratico Biden. Altre amministrazioni avrebbero inviato una delegazione in Medio Oriente. Non la sua, anzi. A causa dell’intensificarsi del conflitto, gli Usa hanno richiamato circa 120 membri del loro personale militare e civile, che si trovavano nel paese per pianificare le prossime esercitazioni. Nei giorni scorsi, il drappello è partito su un aereo C-17 per tornare nella base statunitense in Germania. “Abbiamo chiarito che siamo pronti a prestare il nostro sostegno e buoni uffici alle parti qualora dovessero cercare un cessate il fuoco”, ha detto il Segretario di Stato Antony Blinken dalla Danimarca. Ma that’s all. Questo è tutto.


Biden chiede cessate il fuoco dopo l’escalation a Gaza


Il punto

D’altronde, in una regione in cui il “processo di pace” è scaduto già da molto tempo, la strategia migliore è di salvare il salvabile. Anche per evitare complicazioni. Del resto, sarebbe troppo rischioso farsi nemico Israele, che grazie agli Stati Uniti ha appena normalizzato i rapporti con la maggior parte dei Paesi del Golfo e del Nord Africa. Oltretutto in un territorio in cui non c’è facile ricompensa, visto che gli Usa godono di sempre minori consensi. Al contrario, sono altre le superpotenze che stanno incanalando a loro vantaggio i malumore nei confronti degli occupanti a stelle e strisce: soprattutto la Cina e la Russia. Ma il presedente Biden non potrà ignorare a lungo l’aumento di vittime civili. Specialmente donne e bambini.