Nuovo coronavirus e Africa. Il punto della situazione

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Se a preoccupare l’Italia in queste ora sono i primi casi di coronavirus trasmessi da un paziente non stato in Cina, a preoccupare il mondo continua ad essere la situazione africana.

E’ di pochi giorni fa la notizia del primo caso in Egitto, il primo nel continente africano che vede protagonista un cittadino cinese di 33 anni in viaggio di lavoro nel paese in un periodo compreso tra il 14 gennaio e il 4 febbraio.

Questa notizia, attesa e prevista dai virologi, ha diviso il mondo scientifico e medico in due scuole di pensiero. Quella prevalente di stampo allarmista e quella più legata alla situazione reale basata sull’analisi della situazione sui dati disponibili quotidianamente.

La prima posizione si basa sullo studio degli standard sanitari di molti paesi africani che al momento non sarebbero ancora in grado, per mancanza di mezzi adeguati e di fondi, ad affrontare un’eventuale pandemia del nuovo coronavirus COVID-19 sul loro territorio. Situazione che porterebbe ad un rapido e poco controllabile diffusione del virus in tutto il continente.

Per cercare di dare risposte al mondo evitando così l’aumento della psicosi è stata annunciata nelle scorse ore ad Addis Abeba da parte del presidente di CDC (Africa centers for disease control and prevention) John Nkengasong, la creazione di Task Force Africa, gruppo internazionale di esperti di epidemie cooperante con l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) coordinata da cinque nazioni (Senegal, Marocco, Kenya, Nigeria e Sudafrica).

Durante la conferenza di presentazione del gruppo di lavoro è stato anche chiarito che uno degli scopi sarà quello di rafforzare la capacità diagnostica degli stati membri dell’Unione Africana e che fiori all’occhiello del continente dove saranno inviati test di campioni ipoteticamente infetti saranno l’Istituto Pasteur in Senegal e l’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili del Sudafrica.

Il camerunese Nkengasong ha anche sottolineato che al momento nel continente africano sono 16 (su 54) le nazioni africane che sarebbero in grado di testare il coronavirus con l’obiettivo di rendere altri 20 nazioni in grado di farlo entro la fine del mese di febbraio. Al momento i paesi più considerati a rischio, secondo gli studiosi, sarebbero la Nigeria, l’Etiopia, il Sudan, l’Angola, la Tanzania, il Ghana e il Kenya.

Le motivazioni della forte preoccupazione globale sul futuro di COVID-19 in Africa sono dovute ai forti scambi commerciali tra il continente e la Cina e la forte presenza di cittadini di questo stato per motivi commerciali all’interno delle nazioni africane.

Ad avere un atteggiamento più prudente nelle ultime ore, ridimensionando i rischi del nuovo coranavirus dopo il primo contagio in Egitto è il medico Foad Aodi, presidente di AMSI (Associzione dei Medici di Origine Straniera in Italia) che ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta” su Radio Cusano Campus invita ad un’analisi più completa del fenomeno, basata sui dati concreti senza creare allarmismo. “Andrei ad articolare le notizie sicure, confermate, senza creare allarmismo. Questo è il nostro principio come medici, come personale sanitario e come associazione. (…) Adesso in Egitto stanno controllando tutte le persone che sono state in contatto con lui e disinfestando il palazzo in cui ha alloggiato. Quindi l’Egitto ha dimostrato di essere all’avanguardia su questo” ha affermato Aodi.

In attesa di capire i futuri sviluppi di contagi da nuovo coronavirus nel mondo enonostante gli allarmismi al momento l’Africa, con il caso del 33 enne cinese, rimane ancora l’unico continente con il minor casi di COVID-19 registrati .

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