Karina Sainz Borgo, giornalista e scrittrice venezuelana che vive a Madrid da 12 anni, ha parlato del suo ultimo libro, “Notte a Caracas” (“La hija de la espanola”, il titolo originale), pubblicato da Einaudi, in un’intervista rilasciata a Concita de Gregorio, durante uno dei tanti incontri tenutisi lo scorso fine settimana a Bologna in occasione della “Repubblica delle idee”.

Trama del libro Notte a Caracas

Il libro narra la fuga di una giovane venezuelana dalle violenze del regime (chavista). Poco tempo dopo la morte della madre, la ragazza incontra una signora spagnola, da poco trasferitasi nella sua città e che le offre “la propria identità” per lasciare il sud America ed andare in Spagna. Il testo della scrittrice diventa per la stessa, solo alla fine dell’intervista, uno specchio della sua biografia personale. Così come i suoi nonni erano fuggiti dalla Spagna di Franco in quanto repubblicani (senza mai ritornarci) così anche Karina Sainz Borgo ha lasciato il Venezuela per percorrere la rotta inversa, senza riuscire al momento una possibilità di un ritorno. Questa parentesi conclusiva farà sollevare qualcuno tra il pubblico urlando che è ingiusto e poco corretto paragonare “chavismo” e “franchismo”. Il contestatore potrebbe anche essere stato dalla parte della ragione da un punto di vista storico, sostenendo che una cosa è istaurare un regime per liberare il paese dal controllo di altre potenze straniere, ed altra è reprimere forze democratiche all’interno dello stesso paese durante una guerra civile.

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Fuga e ritorni

Quello che la scrittrice voleva sottolineare era il doppio flusso, storico e personale, di moltitudini di cui lei stessa e la sua famiglia han fatto parte, che per ragioni politiche (o a causa di fame, epidemie, guerra, ecc.) sono costrette a migrare e a fuggire dalla propria terra. Nel suo caso particolare accade, per uno dei casi della storia, che la fuga diventi ritorno alle origini, ma l’impulso, che porterà verso la propria casa più antica è inizialmente uno slancio verso un allontanamento.

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La verità è la prima vittima della guerra

La fuga della Sainz Borgo e della protagonista del suo libro avviene anche per scoprire quel punto cieco della storia, quel punto che altrimenti non si sarebbe potuto scorgere per capire il rischio che si stava correndo in una determinata posizione e di quanto spostare ed allargare lo sguardo sia stato di vitale importanza. L’autrice sostiene che spesso è, infatti, lei a dover informare i suoi amici, parenti, conoscenti o chiunque sia rimasto ancora al di là dell’Oceano di quanto avviene in Venezuela, perché come scriveva Eschilo, “la prima vittima della guerra è la verità”.

Una società madrecentrica

Il rapporto tra la spagnola e la protagonista diventa quindi non solo quello tra “madre” e “figlia” e quello tra due donne, ma anche un rapporto politico che, all’interno della casa in cui vivono, offre loro una doppia protezione dalla violenza esterna, la possibilità di una doppia ripartenza per la prima che nella sua nuova terra d’arrivo vuol far fortuna e l’altra, che quella terra parte, fuggendo. “Una notte a Caracas” è così la storia di queste due donne, ma è in generale una storia al femminile. La polizia è rappresentata, ad esempio dalla truce e violenta figura della “Marescialla”, mentre gli uomini sono quasi dei fantasmi, delle inesistenti realtà fantoccio, in una società quella venezuelana e quella narrata nel libro che più che essere matriarcale è madrecentrica.

Il giornalismo di Karina Sainz Borgo

Concita de Gregorio, prima di continuare con l’intervista, sottolinea la forza delle donne del Sud America, donne come Karina, che a 17 anni comincia a lavorare come giornalista, soprattutto con lo scopo di non pensare che il mondo fosse solo la guerra che già vedeva anni fa in strada. Comincia, infatti, occupandosi di cultura e solo successivamente si dedicherà alla politica quando l’avanzata di Chavez renderà sempre più turbolenta la condizione di vita nelle strade. Il giornalismo è l’occhio attraverso cui l’autrice guarda la realtà ed è anche la voce attraverso cui ne parla. La De Gregorio fa notare, infatti, come nel romanzo ci siano vari stili, quasi fossero varie voci, difficilmente distinguibili tra loro, ma come tutte, seguano “giornalisticamente” la tessitura della tela e la stesura del racconto, quasi a confermare quanto diceva Montanelli quando sosteneva che “non si può essere scrittori senza essere giornalisti”.

Karina Sainz Borgo

Il giornalismo e la quotidianità in Venezuela

È ancora il giornalismo, continua la scrittrice, a darle piena coscienza del momento e del posto in cui si trova, quando ad esempio, incontra la madre, in una posa da pietà michelangiolesca, di un giovane ragazzo ucciso dalla polizia perché sospettato di essere un delinquente. In quel momento a Sainz Borgo si sono manifestati i suoi 24 anni immersi nella violenza e quanto il suo paese stesse sprofondando nel baratro. Le 200 testate giornalistiche chiuse, la violenza di strada e di Stato, la paura, le bande che occupano le case, la fame, la disoccupazione, l’inflazione galoppante, la disperazione silenziosa.

Informazioni via chat e Twritter

Il Venezuela non è mai realmente citato nel libro ma è evidente che la scenografia alla storia venga offerta dal paese d’origine della scrittrice, un paese che oggi, alla tragedia che già si viveva in precedenza si trova improvvisamente anche costretto ad affrontare i disordini ed il caos derivanti da elezioni gestite male, un caos di cui il popolo ha percezione ma non conoscenza. Chi è rimasto lì chiede a lei, in Spagna, cosa stia succedendo in Venezuela, l’informazione è affidata a Twitter o alle chat, anche il suo libro, molto probabilmente non verrà venduto nel suo paese e non per una qualche censura da parte del governo ma perché il costo di un libro equivale a 12-15 mesi di stipendio.

La politica spagnola sul Venezuela

La lontananza favorisce la vista del nativo di un posto per capire le proprie radici e la propria realtà, ma a chi è distante, la distanza non fa che fornire un alibi per l’incertezza delle proprie posizioni, siano queste a favore di Maduro o di Guaidò. La confusione, la non intenzione di prendere parte per questo o quel gruppo è evidente nella politica spagnola. I socialisti che sostengono posizioni diverse da Sanchez a Gonzales, così come il gruppo di Podemos che si dichiara chavista ma poi esita quando l’ideologia socialista venezuelana a cui direttamente il giovane partito spagnolo si ispira è costretta a mostrare le sue imperfezioni ed i suoi limiti, riportando i sognatori con i piedi per terra, schiacciati dal crollo della propria illusione. Il Venezuela in Spagna è solo motivo di scontro sulla politica interna essendo il paese iberico da sempre vicino a quanto accade in Sud America, ma non c’è alcuna forma di impegno concreto da parte del governo o dell’opposizione, chiosa la Sainz Borgo.

Distopia e memoria

Il libro non narra il Venezuela anche se parla di questo. Le intenzioni iniziali dell’autrice l’avrebbero portata ad essere molto più vicina alla realtà nella sua narrazione, ma il testo le è divenuto nel rivelarsi, sempre più allegorico. I tempi si sono sovrapposti e mischiati. Il passato è diventato un presente storico e questo un futuro distopico che riproduceva il passato. Quello che sta accadendo, in Venezuela ed in altre parti del mondo, sostiene Sainz Borgo, è già accaduto e bisogna stare attenti perché anche le conseguenze di quei fatti non si ripetano.

Tre forme di violenza

Nel racconto, intorno e dentro le protagoniste c’è molto buio. Il buio del lutto per la madre che apre il libro, ma anche il buio della disinformazione e della dimenticanza del passato, così come c’è il buio creato con la violenza e con le sue differenti forme. Di violenze la scrittrice venezuelana ne riconosce tre. Innanzitutto quella del linguaggio, quella operata attraverso e sul linguaggio, una violenza che non consente più di presentare correttamente se stessi o indicare, altrettanto correttamente gli altri. Poi c’è quella politica, che non è solo fisica, detentiva, limitativa delle varie libertà individuali, ma che agisce soprattutto attraverso la terza violenza, quella che porta all’”espulsione dell’identità”. La somma di queste tre violenze porta ciascuno a dover scegliere tra “uccidere e vivere” in Venezuela come altrove, un cercare una fuga da quel totalitarismo che costringerebbe a scegliere ripetutamente tra l’essere vittima o carnefice, mentre ci fa essere entrambi.

La distanza necessaria

Per scrivere questo libro, come scritto sopra, sono stati necessari più di dieci anni all’autrice. Per superare il dolore derivante dall’essere lontana dalla propria terra, ma anche per veder il suo paese senza filtri emotivi che avrebbero sfumato ed offuscato l’immagine chiara che si è rilevata col tempo. Insieme all’immagine chiara del suo paese, dopo 12 anni in Spagna, Karina ha avuto anche una chiara immagine di sé e si è vista come una sopravvissuta e vedendosi come tale e rileggendosi, nelle proprie parole, come tale si è cominciata ad interrogare sull’essenza di questo personaggio, “il sopravvissuto”. che è emblematico ed universale e come già si interrogava Levi, si chiede continuamente perché sia tra i “salvati” e non tra i “sommersi”.

La colpa del sopravvissuto ed i barbiturici

La “colpa del sopravvissuto” deve essere tagliata via, per la Sainz Borgo, perché nessuno la veda e per farlo non c’è che la catarsi della scrittura ed i dubbi che questa solleva, le contraddizioni che genera e le idee che ne scaturiscono per sopravvivere. Una scrittura che può essere anche barbiturica, scherza la scrittrice alla fine, come avviene con le sue cronache barbituriche, articoli raccolti in un blog e scritti quando, di notte, negli ultimi 12 anni non riesce a dormire, ripensando alla tragica sorte della sua terra lontana, per scriverne e scrivere, per quando si è pieni di realtà e si continua ad assorbirne.

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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