Il Senato americano si riunirà, domani, alla Casa Bianca per discutere sulla Corea del Nord. Lo ha annunciato, ieri, il portavoce dell’amministrazione americana.

Un’iniziativa realizzata in queste modalità era stata organizzata in passato, rare volte, solo in casi gravissimi. Ciò è segno che i vertici della Difesa Usa stanno seriamente valutando “tutte le opzioni” per bloccare le iniziative di Kim Jong Un e che intendono ottenere l’autorizzazione, del Congresso, per un eventuale uso della forza.

I cento parlamentari incontreranno, così, il Ministro della Difesa Jim Mattis, il Segretario di Stato Rex Tillerson, il Direttore nazionale dei servizi segreti Dan Coats e il Capo di Stato Maggiore, Generale Joseph Dunford.

La convocazione è avvenuta, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, subito dopo il colloquio telefonico, delle scorse ore, tra il Presidente americano Trump e i suoi colleghi di Cina, Giappone e Germania.

Il Governo di Tokyo ha appoggiato la linea dura e ha ordinato l’invio di due cacciatorpedinieri che, con la portaerei nucleare americana Vinson, sono in viaggio verso la zona di crisi in cui è già presente una seconda portaerei statunitense, la Reagan, per partecipare, anche con la Corea del Sud, a una serie non programmata di esercitazioni militari.

Il Pentagono ha fatto sapere che è pronto a spedire, in caso di necessità, pure la nave da guerra Nimitz.

Pechino ha invitato gli Stati Uniti e la Corea del Nord all’autocontrollo per garantire una de – escalation, mentre Mosca ha chiesto di fermare le provocazioni da ambo le parti. Tutti gli eserciti dei Paesi asiatici sono in stato di massima allerta in quanto la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro.

Il Regime di Pyonyang festeggerà, tra poche ore, la giornata delle Forze Armate e in quell’occasione Kim Jong Un potrebbe ordinare, ma questo sarà possibile tuttavia fino al 9 maggio, ulteriori azioni provocatorie condannate in passato dall’Onu, come un test nucleare sotterraneo, o il lancio di qualche missile balistico.

Il Ministro della Difesa ha rincarato la dose dichiarando, in giornata, che il Paese è pronto a colpire, anche con armi non convenzionali, le basi militari americane nella regione. Washington continua a non lasciarsi intimorire, minacciando raid missilistici come quelli realizzati contro il leader siriano Bashar al Assad. Se si concretizzasse tutto ciò, sarebbe il primo attacco, dalla fine della seconda guerra mondiale, di un Paese con armi atomiche verso un altro che dispone dei medesimi dispositivi bellici.

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