Non poter avere figli può essere sinonimo di lutto

Un tema sul quale troppo spesso si tace, ma al quale è importante donare una voce.

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non poter avere figli

“E allora noi andavamo lenti, perché pensavamo che la vita funzionasse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere”. Queste parole, estrapolate dalla serie Netflix “strappare lungo i bordi” di Zerocalcare, non fanno che descrivere la realtà. Il fatto che la vita è un percorso in costante divenire. Essa cambia minuto dopo minuto, attimo dopo attimo. Poco importa dei programmi prestabiliti. Il cammino è pieno d’ostacoli e vicoli ciechi. Ritrovarsi a non poter avere figli, spesso ricalca precisamente questo scenario.

Non poter avere figli: è davvero un problema?

Non esiste una risposta univoca a questa domanda. L’essere umano è un animale complesso. Sia fisicamente, che mentalmente. Possiamo affermare con certezza che quello di procreare non è un desiderio intrinseco di ogni persona. Esistono individui che non covano affatto la volontà di mettere al mondo un bambino o una bambina. Eppure, quando quello di creare una vita si fa sentire come un richiamo bruciante, è difficile ignorarlo. Fin dalla più tenera età, si viene educatə, in modo più o meno diretto, alla genitorialità. Si osservano le gesta delle mamme e dei papà. Ci s’immedesima nei loro panni giocando con le bambole. Per quanto queste possano sembrare azioni banali e scontate, esse hanno in realtà un peso enorme già durante l’infanzia. I primi approcci mentali alla maternità e alla paternità si sviluppano, infatti, proprio in età pediatrica.


Origine dell’istinto materno: esiste?


Ed è da lì che, sovente, bambine e bambini cominciano a coltivare il desiderio di diventare genitori. Dunque, mentre il fluire della vita scorre giorno dopo giorno, si cresce. E crescendo, i cassetti che compongono la nostra mente si riempiono. Di sogni, di desideri. Di speranze e di progetti. Alcuni di essi s’avvereranno. Altri, magari, rimarranno custoditi lì dentro, senza mai vedere la luce. Ad ogni modo, esiste un ulteriore scomparto. Il quale risulta scomodo da aprire. Stiamo parlando del cosiddetto “scomparto delle cose scontate”. Non a caso, esistono svariati concetti e tipologie di realtà che noi esseri umani tendiamo a dare per scontate. Tra queste, molte volte, figura proprio la genitorialità. Il fatto che, prima o poi nella vita, diventeremo madri o padri. Quando questa scontatezza si scontra con la prepotenza della vita, ecco che il non poter avere figli diviene un problema. Se non, addirittura, un dramma.

La realtà di non avere figli genera una culla vuota, difficile da accantonare

Ci si sente esattamente così. Quando quel/la cucciolo/a tanto desiderato/a non arriva, la frustrazione è solita prendere il sopravvento. Ci si domanda il perché. Si guardano i pancioni altrui con invidia. Le donne osservano i loro ventri vuoti. S’arriva persino a pensare che quella a cui si sta andando incontro sia una sorta di punizione. Ci si ritrova a vivere un vero e proprio lutto. Lutto di quelle manine che non stringeremo mai. Di quella vocina che mai udiremo pronunciare la parola “mamma” o “papà”. Per quanto ogni essere umano sia unico, e dunque metabolizzi la mancata procreazione a modo proprio, i fattori comuni sono questi. E uscirne è tutt’altro che semplice. Non è facile proiettarsi in un futuro da non genitore. È difficile gioire per le gravidanze delle amiche o delle sorelle. Ed è veramente un’ardua impresa mantenere la calma di fronte a chi, con leggerezza, ci pone quesiti sul tema. Non esiste un cura univoca a tutto ciò.

“Mi basterebbe essere padre di una buona idea”

Cantava Niccolò Fabi. Come affermato precedentemente, non abbiamo una soluzione generica al problema. C’è chi riesce a riempire quella culla vuota attraverso metodi specifici, come la procreazione assistita o l’adozione. Esistono, però, persone, che mai la colmeranno con un bebè. Non è il tempo a curare le ferite. Piuttosto, è la maniera in cui lo utilizziamo. A contrario di come si è portatə a pensare, quello di crescere non è un compito che caratterizza solo l’infanzia. Nessunə smette mai di farlo realmente. Solo che non sempre lo ammettiamo. Evolvere, andare avanti, significa anche dare vita. Far sì che idee e progetti prendano forma. In fin dei conti, non esiste un singolo essere umano venuto al mondo su richiesta. Si nasce per caso. S’approda in un mondo che un momento sembra creato appositamente per noi, e l’attimo dopo appare come ostile a ognuna delle nostre sfumature.

Il fatto di non poter avere figli, spesso, piomba nelle nostre esistenze come un fulmine a ciel sereno. Il quale, però, mette a fuoco parecchie riflessioni. Innanzitutto, per quale motivo si desidera così tanto diventare genitori? E soprattutto: siamo davvero in grado di mettere al mondo un’altra persona? Di crescerla e formarla? Di proteggerla? Si tende, altresì, a tacere su una realtà insita in molte persone. Quella di non sentirsi complete. Tuttavia, è solo attraverso la genitorialità che portiamo a termine il nostro puzzle? Naturalmente, si tratta di domande a cui seguono risposte del tutto personali. Tenendo a mente che il senso d’incompletezza non è l’unico motore che ci spinge verso la procreazione. Ciononostante, mettersi in discussione può sempre risultare utile. Soprattutto nel momento in cui stiamo facendo i conti con la vita altrui.

Un biglietto di sola andata

Immaginiamo che sia il giorno del nostro compleanno. Una persona che ci vuole molto bene ci regala un biglietto aereo. Esso è diretto verso la meta dei nostri sogni. Unica clausola: si tratta di una sola andata. Senza ritorno. Un dono assurdo? Non così tanto, se consideriamo che è proprio così che ci è stata imposta la vita. Con l’unica differenza che la meta è un concetto del tutto personale e, talvolta, astratto. La vita non è sempre bella. Il bicchiere non è sempre mezzo pieno. Spesso “guardare il lato positivo” delle cose non fa altro che imprigionarci in un tunnel senza via d’uscita. La vita è un dato di fatto. Esistiamo. Respiriamo. Ci muoviamo. Di fronte alla consapevolezza di non poter avere figli, ogni reazione è lecita. È lecito piangere e disperarsi. Lo è restare in silenzio. Lo è perfino fingere che tutto vada bene. Lo abbiamo detto: il tempo non cura le ferite. L’elaborazione, però, può farlo. O, se non completamente, almeno in parte.

Ogni persona elabora il lutto a modo proprio. E, sicuramente, non esiste una direzione univoca nello svolgere questo compito. È importante farlo attraverso un’introspezione della propria essenza. Tuttavia, c’è chi ci può prendere per mano. In particolare, la figura del/la psicoterapeuta può avere un ruolo chiave. E non solo. Esistono centri specifici che ospitano laboratori del lutto. Non dimentichiamo, inoltre, che il lutto può diventare patologico. È infatti piuttosto frequente sviluppare disturbi d’ansia e depressione. In questi casi, è fondamentale rivolgersi a una/o psichiatra. In tutto questo, però, c’è un’ulteriore postilla di cui dovremmo ricordarci. Quel biglietto di sola andata, in ogni caso, è nelle nostre mani. Possiamo decidere di gettarlo via. Oppure, d’utilizzarlo. Magari esplorando luoghi diversi dalla meta che ci eravamo prefissatə. Nessuna reazione è giusta e nessuna è sbagliata. È nelle nostre mani.