Non chiamatele guerre di civiltà

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Facciamo finta di stupirci, ma abbiamo cattiva coscienza o memoria corta. Secoli di dominio sul quale l’Occidente ha fondato il proprio benessere non si cancellano con uno schiocco di dita. Le feroci campagne di colonizzazione di Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Portogallo. Gli interventi americani in Sud America e in Asia. Gli interessi dietro la guerra del Golfo – Saddam Hussein prima alleato poi nemico; Gheddafi. L’Afghanistan; la primavera araba su cui è sceso il gelo. Poi la Siria. Oggi la Libia e di nuovo l’Iran.

Alla base di tutto questo l’ipocrisia che l’idea che la “stabilità” sia la maggiore garanzia per gli interessi europei (e americani), poco importa se ha la forma di una dittatura. Anche la piccola Italia si accorda con la Libia per non far partire i disperati che fuggono dal regime, e finge (e con lei tutta l’Europa, che ha concesso miliardi di euro alla Turchia di Erdoğan per chiudere la rotta balcanica dei migranti) di non sapere dei campi di concentramento in cui vengono confinati e uccisi. Abbiamo cattiva coscienza e memoria corta. Forse pensavamo che le cose non sarebbero mai cambiate. Che gli sfruttati non reclamassero mai i loro diritti, al massimo – ma sempre chiedendolo con cortesia– ci obbligassero ad un po’ di elemosina.

Forse pensavamo che dalla disperazione non nascessero frutti avvelenati, che le cose non sarebbero sfuggite di mano in questo crescendo di terrore e di morte fatto di eserciti a cui rispondono azioni terroristiche. Ci arroghiamo la pretesa di gestire la poltica di stati sovrani e la loro emigrazione, e opponiamo i nostri equilibri politici alla rabbia, alla paura, alla tragica determinazione di centinaia di migliaia di uomini e donne la cui vita è un inferno tale da indurli a rischiare la vita attraversando il Mediterraneo su un gommone. Siamo travolti da questo sconvolgimento globale e continuiamo a ballare con l’orchestra del Titanic mentre stiamo affondando fingendo che la cosa riguardi altri.

I grandi capi politici chiamano tutto questo scontro di civiltà, e instillano in gran parte della popolazione l’idea della difesa dei confini, degli attacchi preventivi, della diffidenza verso lo straniero. Invece è solo una questione di soldi e potere. Libia e Iran sono infatti – ma questo lo sanno tutti – tra i maggiori produttori di petrolio del mondo: ma, per rivestire di una patina etica una politica che è soltanto imperialista, ci si cautela di utilizzare il termine “sicurezza” al posto di “interessi economici”.

Non aspettiamoci che non ci siamo reazioni; i pezzi forti della scacchiera si chiamano USA, URSS e Cina; e tutti e tre hanno fatto in modo che l’Europa non si sviluppasse come avrebbe dovuto: così che, in questo tragico gioco, ogni Paese può porsi solo come una pedina, grazie ad una classe dirigente mondiale asservita agli obiettivi del grande capitale, ma anche a milioni di cittadini che, in buona o cattiva fede, continuano a supportare politiche che escludono, inquinano, provocano morte e sofferenza nel nome di un benessere per pochi che neppure li rende così felici. Più che cittadini, spettatori passivi di democrazie governate in realtà da sistemi autocratici.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.