Non “andrà tutto bene”

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cattiva informazione

Avevo sorriso amaro quando – solo pochi mesi fa – assieme alla retorica del meme “andrà tutto bene” i soliti tuttologi parlavano di una società che sarebbe uscita migliore da questa prova. La notizia è che non siamo usciti proprio da niente e che, anzi, abbiamo perso ancora una volta un’occasione favorevole per migliorarci.

Un’occasione mancata

Lo avevo già scritto a suo tempo: la pandemia, sul piano sociale, si configurava da subito come una occasione mancata

L’opinione pubblica, col vento in poppa sospinta da media e soprattutto social, ancora una volta non aveva trovato di meglio da fare che inventarsi una identità coesa provvisoria in grado di mettere in secondo piano le pesanti responsabilità collettive a fronte di ciò che stava accadendo.

Fingendo di dimenticare che il depauperamento della sanità pubblica non è solo frutto di cattive gestioni, ma ancor di più dell’evasione fiscale – prima in Europa – che impoverisce le casse pubbliche.

Che la fragilità della popolazione italiana è data, più che dall’età media elevata, da una scarsa prevenzione, da stili di vita poco sani, dal consumo elevato di alcool e tabacco, dalla dipendenza da farmaci.

Le nostre responsabilità

Come nel Medio Evo, abbiamo risposto all’emergenza della pandemia accettando in un primo momento le regole del distanziamento sociale accompagnandole con mantra coniati dai social, ma senza modificare di un palmo le nostre abitudini.

Non sono diminuiti i fumatori (eppure il virus colpisce proprio i polmoni), e neppure il modo di prenderci cura del nostro corpo. Non è  diminuita l’evasione fiscale: sono aumentate solo le critiche alle strutture pubbliche i cui operatori (“eroi” ma solo per pochi mesi) si sono adoperati in ognimodo per fare fronte – anche se non sempre nel modo migliore – alle necessità dei malati.

Poi, superato il picco – e cominciata la bella stagione – i semi velenosi di quello che era già emerso (il virus sembrava rivelarsi letale solo per le persone anziane o di salute fragile) hanno germogliato le linee guida della maggior parte degli italiani desiderosi di mare e di dimenticare i due mesi passati in casa, e soprattutto le tante vittime.

Giovani e meno giovani, sentendosi al sicuro, non si sono fatti scrupolo di mettere da parte quelle precauzioni che avevano permesso alla curva dei contagi di decrescere, ricominciando a fare la vita di prima. Nonostante gli esiti fossero scontati.

È bastato poco più di un mese perché il trend si invertisse, e già si paventa la possibilità di reintrodurre limitazioni. Persino di far slittare l’apertura delle scuole (ma ciò significherebbe prendere una decisione analoga sulle elezioni amministrative, e perciò, salvo scenari da tregenda, non si farà: le scuole riapriranno, forse per chiudere poco dopo).

Le ragioni dei più fragili

Dell’esistenza del virus – teorie del complotto a parte – non è responsabile l’uomo, ma della sua diffusione, sì; e neppure questa dura prova ci ha reso migliori, questa è l’evidenza.

Non credo ci siano dubbi nel mettere in relazione la ripresa della diffusione dei contagi con i comportamenti “leggeri” di chi bellamente ha dimostrato assoluta mancanza di considerazione per la condizione dei più fragili – dal mancato uso della mascherina, alla frequentazione di luoghi affollati, alla mancata rinuncia delle vacanze in luoghi a rischio.

https://www.lastampa.it/cronaca/2020/07/13/news/coronavirus-non-solo-assembramenti-di-piazza-a-roma-e-dintorni-esplode-la-voglia-di-feste-selvagge-1.39078934

Esiste una correlazione diretta tra il comportamento di chi ha contributo a far alzare la curva dei contagi con chi sarà vittima del virus. Siamo arrivati alla percezione sociale dell’accettabilità che i più fragili siano vittime di questa pandemia, semplicemente.

La libertà intesa NON come partecipazione ad un destino comune, ma semplicemente poter spaziare tra le opportunità concesse senza tenere conto degli altri, è solo una forma di egoismo. No: comunque vadano le cose, non “andrà tutto bene”.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.