Nikolaj L’vov, l’architetto degli zar

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Nasceva oggi Nikolaj Aleksandrovič L’vov, uno dei più importanti architetti e urbanisti dell’illuminismo russo che contribuì, insieme ad altre personalità di spicco del suo campo, ad avvicinare la Russia all’Europa attraverso importantissime opere che arricchiscono il patrimonio del Paese. Uomo dal sapere universale appartenente al filone del pensiero illuminista, contribuì al progresso culturale ed artistico del suo Paese grazie alle sue conoscenze multidisciplinari di alto livello che lo rendevano una delle maggiori menti del suo tempo. Proprio per le conoscenze in innumerevoli branche di studio, spaziando dalla geologia, alla storia, all’etnografia in ambito scientifico, e alle arti grafiche e visive, alla storia ed alla letteratura per l’aspetto umanistico, L’vov divenne parte della cerchia imperiale come stretto collaboratore di corte della zarina di Russia, Caterina II la Grande. Grazie agli eleganti e superbi edifici ideati su una visione del mondo strettamente derivata dal positivismo illuminato dei suoi secoli di stampo prettamente slavo, rese le maggiori città russe delle vere e proprie opere d’arte a cielo aperto.

Biografia

Nikolaj Aleksandrovič L’vov nasce a Čerenčicy, nel governatorato di Novgorod, il 4 maggio 1753. Venne alla luce in una povera tenuta di campagna a pochi chilometri da Toržok, fu un discendente della dinastia dei Rjurikidi, la potente stirpe variaga da cui si fanno risalire le origini della Russia. Per volere della famiglia, raggiunti i quindici anni d’età, si arruolò nel Reggimento Preobraženskij di Pietroburgo, intraprendendo la carriera militare. Durante la permanenza si formò presso il Reggimento Izmajlovsky. Oltre a prestare servizio militare prevalentemente come funzionario, più che altro per formalità, fu impiegato nel Collegio degli Affari Esteri in funzione di corriere diplomatico che gli permise di viaggiare nei principati tedeschi e scandinavi.

Nikolaj Aleksandrovič L’vov

Nel 1775 diede le dimissioni dal servizio militare e civile per ritornare nella tenuta dei genitori, per fare rientro solo dopo qualche anno agli incarichi diplomatici, che questa volta gli consentirono di conoscere l’Europa occidentale facendo scalo in città quali Londra, Parigi e Madrid in cui poté entrare in stretto contatto con la cultura nordica e classica. In particolare a Parigi frequentò salotti e teatri dove ebbe modo di conoscere il poeta Ivan Ivanovič Chemnicer e la famiglia Bakunin, con la quale intrattenne una lunga relazione anche al ritorno in madrepatria, un’amicizia che perdurò tutta la vita. Tornato in Russia, L’vov, data la sua passione per l’arte drammatica e come ammirazione per l’affetto che lo legava alla famiglia Bakunin, fondò un teatro proprio con sede nella loro casa. Tra innumerevoli lavori impiegatizi e amministrativi nell’aprile del 1781 L’vov fu nominato segretario dell’Ambasciata Russa a Dresda ma per volere dei superiori, tra cui per decisione della stessa imperatrice, si trattenne in Russia.

Aleksandr Andreevič Bezborodko

Sennonché partì poco tempo più tardi per affari governativi alla volta di Varsavia e di Vienna. In questo frangente riuscì a liberarsi per un po’ dagli obblighi diplomatici permettendosi così un tour in Italia, dato il suo interesse per l’architettura e l’archeologia, dove rimase colpito dal patrimonio artistico e culturale delle maggiori città del Bel Paese. Trasferendosi nel 1783 dagli Affari Esteri alla direzione degli uffici postali, prestò servizio sotto Aleksandr Andreevič Bezborodko, Gran Cancelliere dell’Impero Russo e stratega della politica estera di Caterina II. Agli inizi dell’800 L’vov si ammalò gravemente. Decise di lasciare Pietroburgo e dirigersi al Caucaso. Durante il viaggio progettò e costruì le fondamenta per la Pietra di Tmutarakan a Tamar riuscendo a redarre pure un saggio sulle sorgenti minerali del distretto di Mount Beshtau, montagna nei pressi di Pjatigorsk, nel Caucaso settentrionale. Trascorsi i pochi anni di regno di Paolo I morì sotto lo zar Alessandro I, il 21 dicembre del 1803 all’età di cinquant’anni. Venne sepolto nel mausoleo di Čerenčicy, suo paese natale.

Gli interessi

Sebbene L’vov fosse un sostenitore del gusto neoclassico come molte sue opere architettoniche dimostrano, il piacere e con esso l’importanza valoriale, sia in poesia che in materia artistico architettonica, di un sentimentalismo slavo di scissione all’occidentalismo dilagante e antinazionale del periodo, non lo abbandonò mai. Come scrive Federica Rossi nel suo libro Palladio in Russia, Nikolaj L’vov architetto e intellettuale russo al tramonto dei Lumi (Marsilio, Venezia 2010) per il Centro Internazionale di studi di Architettura Andrea Palladio Fondazione, riportando le parole dello stesso L’vov:

“Il russo con l’intelletto preso da altri è diventato come un viandante in un povero abito con una faccia da scimmia”

Ancora, spiega Rossi sul concetto dell’architetto:

“Non si deve imitare pedissequamente l’Occidente, ma trovare una via propria per far progredire la Russia, bisogna far rivivere”

e riportando il pensiero dell’artista come citato nel manuale:

“il concetto di bellezza e di magnificenza degli antichi”

Attraverso le parole di L’vov si può comprendere come il poliedrico architetto fu molto legato agli antichi splendori russi che, pur parteggiando per le innumerevoli innovazioni attuate sotto il regno di Pietro I, contrastavano un atteggiamento eccessivamente rivolto all’Europa. Sostenendo il concetto letterario dell’esplorazione della spontanea e nobile sincerità nel contadino russo, si fece esponente della corrente sentimentalistica, tipica definizione della mentalità russa che influenzò molto la letteratura politica e sociale futura, soprattutto quella di Gogol’, Tolstoj e conseguentemente l’arte sovietica, ricordando in parte anche le opere di Dostoevskij impregnate di attenzioni slavofile. I versi di L’vov s’imperniano sugli aspetti civili e nei motivi della cultura delle classi meno facoltose, ad imitazione dei modelli delle canzoni popolari impostate sul metro dei canti nuziali tradizionali, uno fra tutti il cosiddetto metro Kol’cov, stile ritmico che prende il nome dall’ideatore, Aleksej Vasilievič Kol’cov, il quale fu fortemente attirato dal folclore popolare russo da cui non si separò mai nella sua poesia.

Oltre all’aspetto letterario L’vov s’interessò anche di composizione musicale, assolutamente imprescindibile dal tipo di poesia a cui si era dedicato e che sentiva come l’unica in grado di esprimere il pensiero russo e le esigenze nazionali di un Paese che avrebbe dovuto tentare la via dell’emancipazione nei riguardi di una massiccia influenza europea considerata come predominante in quasi tutti i campi del sapere a discapito di un sentimento patriottico che non riusciva ancora a esprimersi nonostante ne sentisse l’esigenza. In particolare, in campo musicale, ha collaborato con il compositore Fomin.

Evstignej Ipat’evič Fomin

Con lui scrisse uno singspiel popolare, I Cocchieri, estremamente fedele alla polifonia orale di antica tradizione. Molti compositori sono stati influenzati dal suo stile poetico e dalle sue idee musicali, quali tra i tanti, Glinka, Borodin e lo spagnolo Sor.

L’Architettura

Come si è visto l’atteggiamento di L’vov in campo artistico e non da ultimo, quindi, in quello architettonico era rivolto verso una particolare attenzione alla cultura slava. Come evidenzia Rossi nel libro Palladio in Russia:


“Il classicismo russo, di cui L’vov è il fautore, ha peculiarità specifiche rispetto a quello occidentale, cioè si stabilisce in un mondo che classico non è mai stato”

Infatti, come ricorda lo slavista, critico e accademico Vittorio Strada:

“Il russo assimila la classicità greco romana simultaneamente al classicismo europeo occidentale sulla base della sua precedente organica cultura (prepetrina), ora spezzata, ma non perduta”

Si riuscirà facilmente a capire come L’vov indirizzò tutta la sua vita di architetto e costruttore partendo proprio da questa peculiare visione del mondo a lui contemporaneo, cui le esperienze di viaggio all’estero e le sue missioni diplomatiche favorirono nello sviluppo di tale pensiero. Si può affermare allora senza troppa incertezza, come per L’vov l’arte dell’architettura fosse il mezzo più adeguato per realizzare i propri desideri sociali in quanto diretta espressione delle esigenze del popolo russo sia per i ceti elevati che per quelli borghesi e contadini. Nel 1780 L’vov venne presentato all’imperatrice Caterina dal suo collega e amico Bezborodko.

Caterina II di Russia

Da allora nacque la collaborazione con la zarina, L’vov divenne l’architetto eletto di sua maestà regnante per la quale disegnò la Croce di San Vladimiro con la quale la sovrana premiava ufficiali militari e funzionari statali. Caterina, subito dopo la conoscenza di L’vov, proprio per commemorare l’incontro avvenuto in quei giorni a Mogilev tra lei e Giuseppe II, imperatore d’Austria e figlio maggiore dell’imperatrice Maria Teresa, commissionò all’architetto la Chiesa di San Giuseppe che gli valse l’iscrizione all’Imperial Academy of Arts. Oltre a questo edificio di culto e ad altri quali la Rotonda in stile neoclassico poi trasformata in cattedrale, vanno ricordati altri importanti progetti tra cui il Portale Toscano della Porta Neva nella Fortezza di Pietro e Paolo sull’Isola delle Lepri e la costruzione della Direzione degli uffici postali per il carissimo datore di lavoro Bezborodko. Sebbene lavorò per enti pubblici o su diretto mecenatismo dell’imperatrice, la maggior parte delle proprie opere fu commissionata da illustri e potenti privati. Cliente di alto rango era il principe Vjazemskij, direttore delle fabbriche di porcellana statali che chiese all’artista di lavorare a una tenuta suburbana e alla Chiesa della Trinità di Aleksandrovskoe, villaggio di San Pietroburgo, conosciuta con il curioso nome di Kulič e Pascha facente riferimento a un pane tipico russo ortodosso, molto simile al nostro panettone.

Chiesa della Trinità di Aleksandrovskoe

Per essa L’vov si ispirò agli antichi sfarzi architettonici classico romani e probabilmente al Tempo di Vesta. Per questa ricercatezza storico artistica di retaggio greco latino non è infondato paragonare, come afferma Federica Rossi, gli elementi italiano palladiani con l’indirizzo stilistico tipico di L’vov che prende le mosse dalle antiche costruzioni slave. La passione dell’architetto nei confronti di Palladio è ben denotabile dalla traduzione riadattata, intitolata Russky Pallady, fatta da L’vov de I quattro libri dell’architettura dello stesso Palladio. In associazione a tali stili, in aggiunta anche a quelli tipici del Quarenghi, L’vov fu il precursore dell’integrazione con alcuni aspetti dell’architettura egiziana unita alle caratteristiche dello stile impero, con particolare attenzione alle esigenze architettoniche che la casata imperiale dei Romanov incentivava come rappresentazione identitaria della Russia nel mondo. All’incirca nello stesso periodo mise in cantiere il progetto del Monastero Borisoglebskij, ispirato alla maniera russo bizantina.

Complesso del Monastero di Borisoglebskij, campanile

L’vov era un acerrimo sostenitore dell’architettura italiana arrivando a sostenere che il gusto del palladianesimo avrebbe dovuto prosperare in Russia, polemizzando contro il senso estetico inglese e francese. Un esempio della predilezione per il classicismo a dispetto del gotico è la rivisitazione dell’ambiente in questo stile attraverso il progetto di un nucleo di palazzo tripartito all’interno della cittadella in stile anglo teutonico, vero e proprio eclettismo artistico. Un’altra costruzione degna di nota è il Palazzo del Priorato nel Parco Gatčina, il più grande progetto di terra battuta mai costruito in Russia, che dimostra quanta esperienze avesse l’architetto con i lavori di bonifica e rivalutazione urbana.

Palazzo del Priorato

Anche il Gran Palazzo del Cremlino, disegnato dall’italiano Bartolomeo Rastrelli, a tutt’oggi la residenza del presidente, deve molto a L’vov.

Gran Palazzo del Cremlino

E’ anche per merito suo che lo stile e gli architetti del nostro Paese hanno grandemente influenzato l’urbanistica russa. Il fatto che Italia e Russia intreccino buoni rapporti diplomatici non prescinde dall’importanza e dalle influenze che le due culture hanno avuto storicamente a livello architettonico e monumentale.

 


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