Nicola Cusano e la filosofia della “dotta ignoranza”

Limiti e possibilità della conoscenza umana

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Nicolò Cusano

Filosofo umanista aderente alla corrente del platonismo rinascimentale, Nicola Cusano fu uno studioso dagli orizzonti culturali vastissimi e assai eterogenei. Dalla teologia sino alla giurisprudenza, passando per la matematica e l’astronomia, gli imprescindibili contributi che l’eclettico filosofo apportò a queste discipline lo rendono ancora oggi un intellettuale di importanza monumentale.

Nicola Cusano umanista

Nicola Cusano, conosciuto anche con i nomi di Niccolò Cusano o di Niccolò da Cusa, nacque nel 1401 nella piccola località tedesca di Kues (latinizzata Cusa), presso Treviri. Educato dapprima a Denver presso la scuola dei Fratelli della vita comune, nel 1416 frequentò la facoltà di Lettere presso l’Università di Heidelberg. Una volta terminato il ciclo di studi, il giovane proseguì la propria formazione trasferendosi in Italia. Soggiornò a Padova, dove si laureò in Diritto nel 1423.

Creato cardinale nel 1448 e vescovo di Bressanone nel 1450, a questi ruoli di potere e prestigio affiancò sempre una fervida e ricca attività letteraria. Proprio in virtù dell’orientamento intellettuale che traspare da questa, Cusano è ricordato, insieme a Marsilio Ficino, come massimo esponente del platonismo rinascimentale italiano.

In particolar modo, a rendere notevoli le diverse intuizioni cui Cusano pervenì nel corso dei propri studi concorre certamente la brillante perspicacia delle sue idee. Esse infatti precorsero più di una volta molte dimostrazioni e diverse scoperte scientifiche a lui posteriori. Non a caso, l’influenza del filosofo è ravvisabile in scienziati del calibro di Copernico, Keplero e Galileo Galilei.

“La dotta ignoranza”

Nicola Cusano fu autore di diverse opere, tra cui certamente meritano una menzione l’Idiota (L’idiota) del 1450, il De visione Dei (Sulla visione di Dio) del 1453 e il De ludo globi (Sul gioco del pallone) del 1460. Moltissime altre ancora sono le opere che andrebbero annoverate per giustificare l’enorme fortuna riscossa dell’intellettuale tedesco. Una in particolare, però, si erge sopra tutte le altre. Essa è il De docta ignorantia (La dotta ignoranza) del 1440, suo capolavoro indiscusso.

In quest’opera Nicola Cusano pone in essere una riflessione incentrata sula teoria della conoscenza. In particolare, il filosofo riflette in merito a come si manifesti nell’uomo il processo conoscitivo e entro quali margini di possibilità e di limiti esso possa compiersi. Cusano parte dall’assunto che ogni atto conoscitivo presuppone contemporaneamente l’esistenza di nozioni note (già possedute dal soggetto conoscente) e di nozioni ignote (che il soggetto vuole conoscere).

Affinché il processo conoscitivo possa compiersi, è necessario che tra nozioni note e ignote si possa stabilire un rapporto di proporzionalità. Qualora tale rapporto non si possa instaurare, ciò implica che la nozione ignota non è in alcun modo conoscibile da parte dell’uomo. La consapevolezza di non poter mai saturare attraverso lo strumento della conoscenza una nozione che per sua natura non si presta a essere esaurita attraverso una progressione proporzionale è una consapevolezza dei limiti della ragione umana. Proprio questa umile presa di coscienza dei limiti del conoscibile è però contemporaneamente un traguardo conoscitivo: una “dotta ignoranza“.

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