Nessuno sapeva, nessuno aveva visto niente

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11 novembre 1938: in Italia vengono promulgate le leggi razziali

Tutto il mondo, dopo la scoperta dell’Olocausto, si è chiesto come fosse stato possibile che nessuno sapesse niente di quanto stava accadendo. Che nessuno si fosse reso conto di interi quartieri improvvisamente spopolati nelle città di tutta Europa; dei treni piombati che partivano dalle stazioni carichi di persone stipate come bestiame. Dei negozi improvvisamente chiusi, dei colleghi che non erano più presenti al lavoro, dei bambini assenti a scuola.

Nessuno sapeva, nessuno aveva visto niente. Alla fine della guerra, le immagini dei campi di concentramento e dei pochi reduci inchiodano alle proprie responsabilità l’intera Europa, che le rigetta indietro: la colpa era di un pugno di persone, quelle di cui la storia ha fatto nomi e cognomi. Solo di loro.

Liliana Segre, superstite dei campi di concentramento, è costretta a girare con una scorta a causa delle minacce che riceve

Tutti gli altri erano contro; o non sapevano. Eppure le piazze erano piene quando Hitler sproloquiava sulla superiorità della razza ariana. Anche quella dell’Unità d’Italia, a Trieste, mentre Mussolini, di fronte ad una folla che lo acclamava, proclamava le leggi razziali, che privavano gli Ebrei di ogni diritto. Dopo meno di sette anni, il vilipendio della salma del duce annunciava la ritrovata verginità del popolo italiano, che si scopriva antifascista per vocazione, proiettando le proprie colpe sull’uomo a cui avevano concesso tutto, dal delitto Matteotti in poi. Nessuno sapeva, nessuno aveva visto niente. Anche oggi, in cui la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dei campi di concentramento, è costretta a girare con una scorta a causa delle minacce che riceve.

Oggi i mezzi di comunicazione di massa – al netto delle strumentali fake news e dell’incapacità di valutare l’attendibilità delle fonti da parte di chi naviga nel mare agitato del web – permettono al nostro sguardo di spaziare in ogni angolo del mondo; ma non importa andare troppo lontano. Nel corso del 2017, ogni giorno, i medici hanno visitato circa diecimila persone soccorse nel Mediterraneo durante il loro tragitto verso le coste italiane. Cittadini di Nigeria, Palestina, Eritrea, Mali, Togo, Ghana, Senegal, Guinea, Marocco, Sierra Leone. Quasi tutti portavano addosso i segni delle torture, degli stupri (“Pressoché la totalità delle donne africane, anche se sposate o madri” cit.), di malnutrizioni subite nei “mezra”, i campi di concentramento dove vengono rinchiusi dai Libici, secondo agli accordi presi a suo tempo con l’ex ministro dell’Interno Minniti. Sono conferme di quanto già sapevamo – con la differenza che non si tratta di parole, ma di cicatrici, traumi, ferite, fratture refertate.

Eppure, sembra che anche questo non basti per suscitare una riflessione su quanto sta accadendo

Eppure, sembra che anche questo non basti per suscitare una riflessione su quanto sta accadendo. Sulla condotta criminale che ci vede, in compagnia di gran parte degli altri Paesi europei, erigere barricate – invano – al di qua dei confini nazionali. Pagando qualcuno – le tribù libiche, il governo turco – per fare il lavoro sporco, e per farlo lontano dagli occhi e dal cuore sensibile degli elettori che hanno sposato le ragioni della paura.

Di fronte a tutto questo, molti, arroccati dietro a pregiudizi, all’ansia di difendere quel poco che hanno (e non li soddisfa), scelgono di fingere di non sapere ciò che sta accadendo, e, così facendo, di negare la loro comune appartenenza all’unica razza esistente, quella umana. Anche solo chiudendo gli occhi o voltandosi dall’altra parte; o distinguendo, con un grave atto di responsabilità, tra chi è soggetto di diritti e chi no; pretendendo per sé qualcosa che altri non hanno sulla base di chi sa quale “merito”. Considerando la propria condizione e quella di chi sta peggio di lui come un fatto ineluttabile. Sentendosi migliori. Tollerando, ma mai accettando; oppure tendendo la mano, ma solo a quelli che considera suoi simili.

gli occhi della storia sono su di noi, e già da tempo

Tutto il mondo, dopo la scoperta dell’Olocausto, si è chiesto come fosse stato possibile che nessuno sapesse niente di quanto stava accadendo. Oggi viviamo la straordinaria occasione di darci una risposta semplicemente guardandoci attorno. Non la sprechiamo; gli occhi della storia sono su di noi, e già da tempo.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione” ed uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 51 mi sono convertito in educatore, progettista docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, che trovano un punto di sintesi nell’acquisizione di esperienze e nella ricerca di strumenti in grado di analizzarle. Ho buttato via un’enormità di tempo, e pubblicato qualcosa: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Sociologo, mi occupo di ricerca sui temi della politica, della comunicazione, della disabilità, della violenza di genere, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari delgi studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio.

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