Bisogna vincere! Sembra uno spot pubblicitario o un coro allo stadio, ma è la pura verità: l’Italia, che stasera scenderà al “Loro-Boriçi Stadium” di Shkodër in Albania, deve riuscirci.

La partita non è più solo un incontro di calcio, non vale esclusivamente per il Ranking FIFA, è una prova di gruppo, la risposta ad un fiume di critiche, la coscienza di essere giocatori importanti di una squadra unica.

Le riunioni, se davvero ci sono state, forse son servite a ricordarselo, perché si può demolire un selezionatore, ma nessuno può negare che in campo sono i giocatori a dover trovare le motivazioni per far parlare di se.

Sono loro che rappresentano chi li ha preceduti, chi ha vinto in passato contro tutti, contro il destino, contro i pronostici, contro la stampa, contro i più forti.

Il valore di quei campioni, che oggi hanno appeso le scarpe al chiodo e vedono da casa le partite dei nuovi protagonisti, farebbero carte false per entrare in campo a sostenerli.

Hanno reso grande un popolo spesso schernito, hanno risposto sul campo a coloro che li hanno sempre considerati di categoria inferiore, hanno riscritto la storia dopo averla letta ancor prima di giocare da volgari personaggi che popolano il mondo del pallone.

Come Joachim Löw, allenatore tedesco, che dal 2006 in poi non ha mai perso l’occasione per sfottere gli azzurri, battendoci però solo ai calci di rigore all’Europeo di Francia 2016.

L’Italia non ha bisogno di fare 30 punti come i tedeschi, non è una squadra abituata ad imporsi in tutte le partite.

E’ una Nazionale operaia, una squadra latina, il cui estro non è permeato dall’estetica, ma da una carica superiore, che non accetta banali descrizioni: esiste e basta.

Non ha definizioni particolari, forse è spirituale, probabilmente è inconscia, ma le appartiene perché è congenita, è insita, è in lei.

Stavolta non servono i migliori per vincere: serve esserlo, per sconfiggere chi ritiene che il peggio debba ancora venire.

 

 

 

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