Myanmar – Nuove atrocità dopo attacco a un villaggio di Rakhine

Esercito accusato di nuove atrocità dopo attacco a un villaggio di Rakhine

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L’Esercito di Myanmar è accusato di nuove atrocità, meno di tre anni dopo la sanguinosa operazione di sicurezza che ha spinto centinaia di migliaia di musulmani rohingya a fuggire da quel paese al vicino Bangladesh. I bersagli delle nuove atrocità imputate alle forze armate birmane non sono i musulmani, ma le comunità buddhiste dello Stato di Rakhine: i Kyaw Thu, i Rohinyam i Mro, i Daignet e i Chin, che da decenni denunciano persecuzioni e si battono per l’indipendenza da Naypyidaw.

Da oltre un anno lo Stato di Rakhine è teatro di un conflitto a basa intensità tra le forze regolari e l’Esercito di liberazione Arakan. Diversi abitanti del villaggio di Tin Ma hanno riferito al quotidiano “The Guardian” che l’esercito birmano ha aperto indiscriminatamente il fuoco contro la loro comunità tra febbraio e marzo, e maltrattato i residenti, che sospettavano di nascondere alcuni ribelli. I militari avrebbero effettuato perquisizioni casa per casa, sequestrato beni privati, inclusi pannelli solari e batterie, e dato alle fiamme alcune abitazioni.

Già lo scorso aprile, Yanghee Lee, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nel Myamar, ha accusato le forze armate di quel paese di nuovi crimini contro l’umanità nello Stato di Rakhine. In un comunicato ufficiale, Lee accusa le forze armate birmane di infliggere “immense sofferenze” alle comunità che vivono negli Stati birmani interessati dai conflitti etnico-confessionali. La rappresentante dell’Onu ha sollecitato maggiori sforzi da parte delle autorità del paese e della comunità internazionale per “garantire che non si ripeta un fallimento sistemico analogo a quello del 2017”.

Secondo Lee, le forze armate birmane hanno esteso e intensificato la loro campagna militare contro le minoranze da Rakhine al vicino Stato di Chin. I membri delle minoranze etniche e confessionali che vivono nelle aree di conflitto sarebbero ora “deliberatamente bersagliati” dall’Esercito, a dispetto degli appelli dell’Onu per una cessazione delle ostilità tra le forze regolari e i ribelli dell’Esercito di liberazione Arakan in concomitanza con l’emergenza pandemica globale.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso lo scorso febbraio un ordine della Corte di giustizia internazionale al Myanmar per prevenire un genocidio ai danni dei musulmani rohingya, ma non è riuscito a raggiungere un accordo per una dichiarazione congiunta. La Cina, alleato di Naypyidaw, e il Vietnam, che regge la presidenza di turno del Consiglio di sicurezza, e come il Myanmar è membro dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean), hanno obiettato alla linea promossa dai membri europei del Consiglio, secondo cui le misure ordinate al Myanmar dalla Corte di giustizia internazionale sono “vincolanti ai sensi del diritto internazionale”. Francia, Germania, Belgio, Estonia e Polonia hanno anche sollecitato Naypyidaw ad “intraprendere azioni credibili per assicurare alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani” ai danni dei rohingya.

Le crescenti pressioni dei paesi occidentali in merito ai crimini perpetrati dalle forze di sicurezza birmane ai danni della minoranza musulmana rohingya, stanno spingendo il Myanmar ad avvicinarsi ulteriormente alla Cina sul piano politico ed economico, a dispetto delle tensioni sociali causate sul territorio birmano da diversi grandi progetti affidati proprio a Pechino. Il tema delle violenze ai danni dei rohingya, che nella seconda metà del 2017 hanno innescato un esodo di quella minoranza etnico-confessionale dallo Stato birmano di Rakhine al vicino Bangladesh, è tornata al centro dei riflettori della comunità internazionale la scorsa settimana, dopo un pronunciamento della Corte internazionale di giustizia (Cig); il Myanmar rischia ora la revoca dei privilegi commerciali concessigli dall’Unione europea, e Naypyidaw ha già segnalato di essere pronto a fronteggiare tale scenario tramite un ulteriore allineamento alla Cina.

“Più i paesi occidentali ci imporranno sanzioni, più ciò rafforzerà le nostre relazioni con gli alleati asiatici”, ha dichiarato lo scorso 21 gennaio il ministro del commercio birmano, Than Myint. Il ministro ha citato la visita ufficiale al paese del presidente cinese Xi Jinping, il 16 e 18 gennaio. Il ministro ha fatto esplicito riferimento ai grandi progetti industriali: Myanmar, ha premesso il Mynt, “ha aperto le proprie porte a tutti”, e “quando si tratta di mega-progetti, preferirebbe sempre valutare molteplici opzioni”.

Se però i governi e i soggetti economici occidentali decideranno di porre paletti alla cooperazione economica, ha avvertito il funzionario, “non avremo altra scelta se non cooperare con i nostri partner asiatici”. Mynt ha dichiarato a questo proposito che Naypyidaw è consapevole dei rischi connessi alla cosiddetta “trappola del debito” cinese, e sarà in grado di evitarli pur rafforzando, se necessario, il partenariato con la prima potenza asiatica.

I dati ufficiali forniti da Naypyidaw attribuiscono alla Cina circa un quarto del totale degli investimenti esteri diretti destinati al Myanmar a partire dal 1998. Pechino è già oggi il primo partner commerciale del paese, con un interscambio di circa 11 miliardi di dollari nel 2018: quasi il doppio rispetto al secondo partner commerciale del Myanmar, la Thailandia.

La perdita dei privilegi commerciali concessi dall’Unione europea al Myanmar costituirebbe comunque un durissimo colpo per alcuni settori di quel paese, a cominciare da quello tessile. Lo stesso Mynt ha avvertito che la revoca dei privilegi concessi dall’Ue “esporrebbe numerose famiglie del Myanmar a problemi di tipo occupazionale”.

La Banca mondiale prevede che l’economia birmana conseguirà una crescita annua del 7 per cento entro il 2022, a dispetto dei numerosi conflitti inter-etnici che interessano diverse aree del paese. Naypyidaw non può concedersi però alcuna battuta d’arresto nel processo di crescita e sviluppo, dal momento che circa un terzo della popolazione birmana vive ancora sotto la soglia di povertà.

Proprio per questa ragione, il governo birmano ha già accelerato il processo di integrazione economica alla Cina: i due paesi hanno firmato 33 accordi per la promozione di progetti chiave nell’ambito della Belt and Road Initiative (Bri, Nuova Via della Seta), durante la visita di due giorni del presidente cinese Xi Jinping, che si è chiusa sabato 18 gennaio.

Nel corso della visita, Xi ha incontrato il consigliere di stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, che ha ha rimarcato l’apprezzamento per il grande sostegno a lungo termine della Cina per il paese asiatico. “L’amicizia fraterna tra Myanmar e Cina ha superato la prova del tempo e il suo significato profondo e apprezzato dai due paesi”, ha affermato Suu Kyi.

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