I giornalisti sono solidali con due loro colleghi licenziati per aver scritto un articolo sulla presidente del Senato, Valentina Matvienko, definita “custode del putinismo”. Un segnale preoccupante per la libertà di stampa e per la libertà di espressione.

Tredici giornalisti del giornale russo Kommersant, uno dei più autorevoli e diffusi del Paese, hanno presentato ieri in blocco le proprie dimissioni, come atto di protesta per le pressioni della politica.

Il principale azionista del giornale, Alisher Usmanov, uno dei maggiori “oligarchi” vicini al presidente Putin, aveva costretto alle dimissioni due membri della redazione politica, Ivan Safronov e Maksim Ivanov, in seguito a un articolo da loro firmato sulle possibili dimissioni della presidente del Senato, Valentina Matvienko. Alla protesta si è unito anche il vice-direttore della testata, Gleb Cherkasov.

Gli altri giornalisti dimissionari sono firme autorevoli. Fra questi: Alla Barakhova, Maria Luisa Tirmaste, Natalia Korchenkova, Sofia Samokhina, Lisa Miller, Katerina Grobman, Viktor Khamraev, Vsevolod Injutin, Anna Pushkarskaja. Su Facebook, Cherkasov ha spiegato le ragioni del clamoroso gesto: l’articolo incriminato avrebbe svelato i retroscena di un accordo tra Putin e Matveenko per l’uscita dal Senato, preparando cambiamenti molto significativi nella dirigenza politica della Russia. Il portavoce della Matvienko avrebbe smentito queste informazioni come “voci di corridoio”.

L’articolo, uscito il 17 aprile, ha suscitato scalpore nell’opinione pubblica, essendo la Matvienko una delle figure di potere più vicine al presidente. Le sue dimissioni potrebbero innescare uno scenario di cambiamenti molto ampio e difficile da decifrare. Vice-presidente del Consiglio dal 1998 al 2003, poi governatrice di San Pietroburgo dal 2003 al 2011, Valentina Matvienko è fin dall’inizio una delle “custodi del putinismo”, donna pragmatica da sempre al fianco del leader supremo. La sua uscita dal Senato potrebbe prefigurare una svolta ancora più autoritaria, se essa dovesse assumere ruoli di potere più operativi, oppure un cambio della guardia nel campo dei “delfini” e possibili successori dello stesso presidente.

Le dimissioni dei giornalisti di Kommersant non sono una novità nel giornalismo russo, e della stessa testata. Le tensioni esistono da diversi anni, e spesso nei confronti di Usmanov, l’oligarca di origine uzbeke che rappresenta uno dei bastioni della politica di Putin, nel connubio tra il grande capitale e la “verticale del potere”. Più volte Usmanov ha censurato le critiche a Putin, spesso bollate come “violazione dell’etica giornalistica”.

Da poco è stata approvata dalla Duma la legge contro le “offese pubbliche” rivolte alle istituzioni, che verranno severamente sanzionate. Il clima politico-sociale in Russia sta diventando sempre più pesante negli ultimi due anni, dopo l’esplodere delle proteste di pensionati e studenti, sempre meno sopportate dal regime. Nelle ultime settimane si sono aggiunte anche le proteste contro la Chiesa ortodossa e la sua influenza sempre più sostenuta dalle élite del potere politico ed economico.

Al giornale le dimissioni di alcuni giornalisti, compresi i capi delle redazioni principali, sono state più volte presentate tra il 2011 e il 2018, sempre rientrate dopo faticose trattative con la proprietà; se non dovesse rientrare quest’ultima protesta, sarebbe un segnale preoccupante per la libertà di stampa e per la libertà di espressione in Russia.

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