Morti nelle proteste in Iraq

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Le forze di sicurezza irachene hanno sparato contro 27 manifestanti antigovernativi nelle ultime 24 ore. 4 manifestanti uccisi e 22 feriti, questo il bollettino degli scontri di ieri sul ponte strategico di Ahrar a Baghdad. 

Nella parte meridionale del Paese la violenza è continuata per tutta la notte. In meno di una settimana le forze di sicurezza hanno ucciso 23 manifestanti e ferito 165. I manifestanti hanno chiuso le strade, pertanto le forze di polizia e militari si sono spostate nelle province più ricche di petrolio.

A Baghdad, i manifestanti hanno tentato di attraversare il ponte di Ahrar che porta alla Zona Verde pesantemente fortificata, sede del governo iracheno, occupando diverse parti dei tre ponti – Jumhuriya, Sinak e Ahrar – che conducono all’area stessa.

L’incendio del consolato iraniano

Nella tarda serata di mercoledì scorso, i manifestanti hanno dato fuoco al consolato iraniano nella città santa di Najaf. Pare sia stato uno dei peggiori attacchi nel paese da quando sono scoppiate le proteste antigovernative.

Il ministero degli Affari esteri iracheno ha condannato il rogo, affermando che i fautori sono “persone diverse dai veri manifestanti” e che lo scopo di questo atto è stato quello di danneggiare le relazioni bilaterali tra i paesi.

Un manifestante è stato ucciso e 35 sono stati feriti quando la polizia ha sparato munizioni vive per cercare di impedire l’entrata nell’edificio. Una volta dentro, i manifestanti hanno rimosso la bandiera iraniana, sostituendola con una irachena.

A Najaf dopo l’incendio è stato disposto il coprifuoco. Le forze di sicurezza sono state dispiegate intorno ai principali edifici governativi e alle istituzioni religiose.

Gli appelli degli esponenti religiosi

Il Grand Ayatollah Ali al-Sistani, capo dell’autorità religiosa sciita del paese, ha supportato le richieste dei manifestanti, schierandosi con loro chiedendo ripetutamente ai partiti politici di attuare serie riforme per placare i manifestanti.

Il religioso sciita Muqtada al-Sadr ha invitato il governo a rassegnare le dimissioni “immediatamente per fermare il salasso“, e ha chiesto ai manifestanti di porre fine alla violenza e punire chi l’ha sostenuta, con la scusa di proteggere il movimento, e negato che i suoi sostenitori fossero coinvolti nell’attacco contro il consolato iraniano a Najaf. “Se il governo non si dimetterà, questo sarà l’inizio della fine dell’Iraq“, ha avvertito.

Il bollettino della violenza

Il gruppo dello Stato Islamico ha anche rivendicato gli attentati coordinati di martedì scorso in tre quartieri di Baghdad, dove sono rimaste uccise cinque persone.

Le proteste vanno avanti dal 1° ottobre, quando migliaia di persone sono scese in piazza a Baghdad e nel sud sciita, accusando il governo di essere corrotto e denunciando la crescente influenza dell’Iran negli affari di stato iracheni.

Fino ad oggi almeno 350 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza, costrette a sparare contro i manifestanti direttamente con bombole di gas, causando numerosi morti, quando non sono bastate munizioni vive e gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Nassiriya

Giovedì pomeriggio, forze speciali sono state trasferite a Nassiriya dalle vicine province di Najaf e Diwanieh, per cercare di contenere la violenza.

Nella provincia, ricca di petrolio, 23 manifestanti sono stati uccisi durante la notte e 165 feriti dalle forze di sicurezza che hanno sparato munizioni vere per disperderli. Già da diversi giorni, i manifestanti hanno bloccato i ponti di Nasr e Zaitoun che portano al centro della città. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella tarda serata di mercoledì per aprire la strada principale.

E Lynn Maalouf, ricercatore in Medio Oriente per la tutela dei diritti, ha affermato “Le scene di Nassiriya questa mattina assomigliano più da vicino a una zona di guerra che a strade e ponti della città. Questo brutale assalto è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi mortali in cui le forze di sicurezza irachene hanno provocato violenze spaventose contro manifestanti in gran parte pacifici“.

Bassora

A Bassora le forze di sicurezza sono state dispiegate nelle strade principali della città per impedire ai manifestanti di organizzare sit-in, con l’ordine di arrestare chiunque provi a bloccare le strade.

Le strade cittadine erano aperte da giovedì mattina, ma quelle che portavano ai due principali porti del Golfo per lo scarico delle merci, Umm Qasr e Khor al-Zubair, sono rimaste chiuse. Anche le scuole e gli uffici pubblici sono stati chiusi.

Gli appelli di stop alla violenza

Intanto, l’ambasciata americana ha condannato gli attacchi e le molestie contro i giornalisti e ha denunciato una recente decisione dell’autorità di regolamentazione dei media iracheni di sospendere nove canali televisivi, chiedendo alla Commissione per le comunicazioni e i media di annullare la decisione.

Martedì scorso al canale locale Dijla TV è stata sospesa la licenza per la copertura delle proteste e il suo ufficio è stato chiuso e le attrezzature confiscate. La Commissione ha chiesto ad altri canali di firmare un impegno “accettando di aderire alle sue regole“.

E Amnesty International ha denunciato la violenza, definendola un bagno di sangue che “deve fermarsi ora“.

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