Morte a Roma

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A non oltre un centinaio di metri dalla casa in cui abitavo da bambino, la strada si incrociava con una traversa stretta, ma lunga e diritta dove le auto sfrecciavano a grande velocità. Da che ho memoria, la gente del posto diceva che, perché mettessero un semaforo, si doveva aspettare che ci scappasse il morto; ed è andata proprio così.

Un semaforo, poi negli anni, tre rotonde che spezzavano le traiettorie dei veicoli, costringendoli così a rallentare. Ma il ragazzo morto a quell’incrocio tutto questo non l’ha potuto vedere.

E sarebbe una bestemmia affermare che la sua scomparsa sia quanto meno servita a questo; chiunque comprendeva la pericolosità della situazione: la sua scomparsa è stata solo un inutile tributo di sangue ed una precisa responsabilità di chi non ha fatto quel che doveva per evitarla.

Solo una questione di tempo

Anche la morte del giovane Willy Monteiro Duarte non è qualcosa di imprevisto, ma l’ennesimo frutto avvelenato di una cultura strisciante ma persistente che bene rappresenta il fallimento delle nostre agenzie di socializzazione: scuola, famiglia, gruppo di pari – per non parlare delle istituzioni religiose, dei media e di ogni altro ambiente formativo.

La violenza – specialmente quella gratuita, messa in atto per motivi legati alla discriminazione (di genere, di etnia), o  anche solo alla volontà di prevaricare – è simile ai rovi che crescono nei campi: basta non fare nulla per vederli spuntare, proliferare e soffocare le coltivazioni.

È una sorta di principio di entropia applicato – non alla fisica – ma alla cultura: il compito di una società civile è quello di lavorare la terra, seminare e curare il terreno per raccogliere i frutti. Basta la sola inerzia ad impedire il raccolto. Basta non fare niente, oppure non abbastanza. E questo è già una colpa.

Le male piante crescono spontanee

E l’inerzia, nel migliore dei casi, ha giocato un ruolo decisivo in questa vicenda, le cui evidenze emerse si configurano come paradigmi tristemente noti: abbandono scolastico, assenza di prospettive professionali ma soprattutto di idee e modelli educativi modellati attorno ad un feroce individualismo forgiato attraverso la forza fisica.

In questi terreni paludosi proliferano mai sopiti rigurgiti fascisti, il culto della forza, l’idea distorta di “razza”. Il sottobosco che trova nella violenza organizzata – e nella malavita di cui è braccio armato – l’habitat ideale per prosperare.

Il culto della violenza

In un paese devastato dalle atrocità perpetrate nel ventennio mussoliniano, il braccio teso e il fascio littorio sbucano ovunque; oggi, con i social, il fenomeno è ancora più evidente, ma basta fermarsi ad un autogrill, ad una edicola, e vedere i gadget raffiguranti il profilo taurino del duce in elmetto: bottiglie di vino, calendari, portacenere e altre amenità che offendono la memoria di ciò che è stato e trasformano la tragedia in commedia, stemperando le responsabilità.

In Rete, è poi possibile acquistare di tutto – dal manganello con scritto “me ne frego” alle camicie nere, ai vessilli della X Mas. Simboli di un passato mai rielaborato, e perciò ancora attuali per permettere a migliaia di persone di riconoscersi nei valori della violenza, della sopraffazione, della discriminazione.

La mia insistenza su questo è motivata dall’idea che quanto è avvenuto non è frutto del caso; non un atto estemporaneo di violenza (più o meno consapevole, come dovrà stabilire la magistratura), ma in tragica, perfetta continuità con l’ambiente sociale dei colpevoli – e chiama quindi in causa la società intera.

Le nostre responsabilità

A livello individuale, riporta alla ingiustificabile tolleranza riservata non solo a comportamenti, ma anche solo atteggiamenti che dovrebbero essere censurati e corretti: la discriminazione di genere – dove crescono i semi della violenza contro le donne -, quella rivolta alle popolazioni straniere migranti che tengono in vita rigurgiti razzisti, e in generale verso i più deboli.

Il fatto che a Colleferro gli imputati del delitto si fossero distinti per le numerose risse di cui erano protagonisti, era cosa tollerata; parte del contesto.

A livello politico, l’accusa è quella di non aver investito nell’educazione e nel sociale; per essersi fatti dettare l’agenda politica dall’economia, in nome di un progresso improntato al consumo e non ai valori costituzionali della coesione e della solidarietà. Per non parlare di chi ha fatto la sua (effimera) fortuna politica cavalcando l’onda del malcontento rivolto nei confronti dei migranti.

Salvini vuole pene esemplari, ma rifiuta di collocare gli aggressori al contesto politico e culturale a cui appartengono; Giorgia Meloni accusa la Sinistra di strumentalizzare l’accaduto, derubricando il tragico fenomeno sociale rappresentato dagli accusati in un brutto episodio che nasce dal nulla.

Un sacrificio inutile

No: la morte di questo ragazzo non servirà a niente: né a farci capire quello che succede nelle periferie urbane delle città (e non solo), né a fare in modo che questo non accada più.

È solo la dolorosa testimonianza di una società governata in perenne stato di emergenza da una politica che cerca solo di intercettare consensi abdicando alla sua funzione di promuovere valori.

Quando qualcuno sbaglia – persino gli assassini di questo ragazzo – dovremmo chiederci tutti cosa non sta funzionando, anzichè chiudere gli occhi limitandoci allo sdegno e ad invocare pene esemplari. Lavorare per prevenire, non per reprimere: attraverso i propri gesti quotidiani, ma anche esprimendo il proprio voto senza dimenticare i principi ai quali il nostro patto sociale fondante – la Costituzione – si ispira.

Perchè quello fatto dai picchiatori di Colleferro è solo il lavoro sporco di chi istiga all’odio e alla violenza anche solo al riparo della tastiera di uno smartphone.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.