Montanelli, ovvero la scoperta del razzismo

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Della polemica che in questi giorni investe – postuma – la figura di Montanelli, la cui statua a Milano è stata imbrattata di vernice, la cosa che più mi colpisce esula dal merito della questione.

Una storia nota da cinquant’anni

Il punto di partenza è la riscoperta degli abusi sessuali perpetrati sulle giovanissime donne eritree nel corso dell’occupazione fascista degli anni ’30, di cui lo stesso Montanelli aveva parlato in diverse interviste, cinquanta anni fa, raccontando di aver sposato – com’era nel costume dell’epoca – una bambina di dodici anni,  che fu sua compagna durante la permanenza in Africa.

Ma cosa che più mi colpisce di questa storia – aldilà dell’evidente barbarie – è strettamente collegata ai motivi per i quali oggi è riemersa all’attenzione pubblica, quattordici anni dopo che, senza clamori, è stata inaugurata la statua al noto giornalista toscano a Milano. La risposta è semplice, e riporta l’attenzione su due temi cruciali che molto ci dicono della società nella quale viviamo (ciò che mi colpisce, appunto).

L’impatto di social e media

Il primo è quello dell’impatto dei media nel catalizzare il dibattito pubblico. La morte di George Floyd a Minneapolis – l’ennesima di un afroamericano per mano della polizia – ha acceso proteste che si sono diffuse in tutto il mondo, anche se non è certo il primo caso, né si discosta in modo significativo da altri (penso George Stinney Jr, giustiziato a 14 anni per un omicidio mai commesso e solo recentemente riabilitato senza troppi clamori )

https://www.corriere.it/esteri/14_dicembre_18/usa-george-stinney-giustiziato-14-anni-era-innocente-f38f46f2-86b8-11e4-bef5-43c0549a5a23.shtml

Non sfugga che alla base di questo movimento di opinione ci sia un video girato da un cittadino e veicolato attraverso i social: da un lato l’importanza delle testimonianze dirette (pensiamo alle prime dichiarazioni ufficiali sugli scontri avvenuti al G8 di Genova del 2001), dall’altro l’effetto moltiplicatore della loro condivisione sul web. Talmente significativo da rendere a volte persino irrilevante la fondatezza della notizia (in questo caso ha permesso invece di fare luce sulla morte di Floyd).

Foto Claudio Furlan – LaPresse 07 Giugno 2020 Milano (Italia) News Black Lives Matter – Manifestazione in Piazza Duca d\’Aosta in memoria di George Floyd e contro il razzismo Photo Claudio Furlan – LaPresse 07 June 2020 Milan (Italy) News Black Lives Matter Demonstration in Piazza Duca d\’Aosta

Il bisogno di appartenenza

L’altra questione è quella della sempre più evidente necessità di esprimere il proprio bisogno di appartenenza ad una causa comune, pulsione che, similmente alla dinamica che si instaura tra notizia e media, va oltre la causa stessa. È il motivo per cui le ideologie hanno così presa sulle persone.

Penso a Tiziano Terzani quando dice (ne La fine è il mio inizio) che il fondamentalismo islamico ha preso il posto del marxismo nell’immaginario delle popolazioni sfruttate dell’estremo oriente. Il punto è sentirsi parte di un tutto ed avere un obiettivo  comune, non in nome di che cosa.

Il razzismo è una questione seria, e lo è anche la sua opposizione in ogni forma. Spero che alla base di questa sollevazione ci sia una ritrovata sensibilità, anche delle generazioni più giovani, e non solo l’espressione di un mainstream dal corto respirosostenuto da social e media. La sua spettacolarizzazione (come con Greta Thunberg), i suoi slogan, qualche timore me lo inducono.

Montanelli non ha mai fatto mistero di sé

Quanto a Montanelli, e alla sua condanna postuma, mi viene solo da dire che non abbiamo scoperto nulla di nuovo. È stato l’esponente di una cultura di destra marcatamente conservatrice (come noto, fu lui a scrivere agli elettori di “turarsi il naso e votare DC” nel 1976), libertaria ma di stampo paternalistico, ma  soprattutto distante dagli ideali di uguaglianza sociale che, da Proudhon sino a Marx, costituiscono l’ossatura del pensiero di Sinistra.

Giornalista dalla penna buona e di carattere fortemente volitivo, aveva saputo – con merito – ritagliarsi un posto al sole nella professione e nella società italiana, mi pare però senza aprirsi ad una visione meno che pragmatica dell’uomo e del suo ruolo nella società.

Il suo racconto della triste vicenda della sposa bambina a me pare – guardando l’intervista – che per lui fosse solo questo: un racconto, uguale ad uno delle migliaia di articoli da lui scritti, come super partes. Non certo una confessione o una ammissione di colpa.

Insomma: Montanelli era questo, e non ne ha mai fatto mistero. Se l’omaggio è al contributo che ha dato come giornalista, credo che possa anche essere quanto meno oggetto di valutazione; se è all’uomo, la questione è diversa.

Ma in fondo, assieme a tanti nomi illustri (come esponenti e vittime della Resistenza) giustificati dalle loro azioni, la nostra toponomastica è piena di artisti ricordati per le loro opere e nient’altro. “Il” Montanelli giornalista può fare loro senz’altro compagnia senza suscitare scalpore.

E a proposito delle squallide vicende eritree da lui stesso raccontate l’unico commento che mi pare  appropriato, è che tutto il fascismo è stato squallido, e non solo in quella occasione. Gli abusi sulla popolazione, in particolare sulle donne, si inseriscono perfettamente nel solco della vuota retorica mussoliniana, della politica coloniale, dell’uso dei gas chimici, del pugno di ferro contro la popolazione locale e gli oppositori politici.

Nessun simbolo

Infine, per provare a chiudere la questione, credo possa bastare un semplice esempio. Mentre Montanelli adattava (pare senza particolari conflitti di coscienza) le sue abitudini agli usi e ai costumi dei conquistatori, Pertini (ad esempio) già da una decina d’anni viveva tra il carcere ed il confino a causa della sua opposizione al fascismo. Per dire che, quando si impronta la propria vita a dei valori, diventa più difficile che si presenti l’occasione di sbagliare.

Dopo di che, non mi pare che Montanelli abbia avuto in vita le qualità per divenire un simbolo per i posteri, né positivo, e neppure negativo. Potremo semplicemente ricordare i suoi pezzi sui giornali (ed anche imparare qualcosa) e dimenticare il resto. Forse su questo, anche lui sarebbe d’accordo.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.