Espulso due volte, ma di fatto solo sulla carta. E se Norbert Feher – alias Igor Vaclavic – ha potuto uccidere perché è ancora in Italia, qualcuno potrebbe essere chiamato a risponderne.


 Come lo Stato, contro cui lo studio legale che assiste la famiglia del barista ammazzato a Budrio (Bologna) sta valutando un’azione per risarcimento danni. «Sì, stiamo valutando se ci sono gli estremi e studiando la giurisprudenza in materia – conferma l’avvocato Giorgio Bacchelli –. Vogliamo acquisire la documentazione di quei provvedimenti amministrativi che, comunque, andavano eseguiti. Il non averlo fatto ha contribuito a causare il danno ingiusto patito da Fabbri e disciplinato dal codice civile?».


Un passo indietro. Il 1° aprile, quando Davide Fabbri è stato ucciso nel suo bar in un tentativo di rapina, il serbo Norbert Feher, 36 anni, non avrebbe dovuto essere a piede libero. Dal 2015 era ricercato per una serie di rapine nel Ferrarese. Ma soprattutto, doveva aver lasciato l’Italia da tempo.


Nel settembre 2010 l’allora questore di Rovigo firmò un primo decreto di espulsione (disatteso) dopo che nel 2007 il serbo era finito dentro per una serie di colpi in Polesine. Poi ne è seguito un secondo, previsto nella sentenza di condanna del 2011 del tribunale di Ferrara che ha portato Feher in cella fino al maggio 2015 per altre rapine ancora. Scarcerato viene trasferito al Cie di Bari per l’espulsione, ma se ne perdono le tracce. Cosa sia accaduto nel dettaglio lo diranno i documenti che verranno acquisiti dal legale dei Fabbri, ma il motivo sembra essere tecnico.


Feher era stato espulso come Igor Vaclavic, 40 anni, originario di Tashkent, ex Unione sovietica e oggi Uzbekistan. Nessuno dei due Paesi, però, ha riconosciuto come suo cittadino l’espulso, in realtà serbo e la normativa del 2014 prevede un tempo massimo di 30 giorni di permanenza al Cie. Dopo di che il cittadino va lasciato andare. «Non riteniamo che al 31° giorno il provvedimento di espulsione perda di efficacia – commenta l’avvocato –, ma dobbiamo approfondire. Stiamo facendo una disamina a 360 gradi della vicenda, cercando di tutelare la vedova e i familiari in ogni modo possibile. Anche con il ricorso al Fondo per le vittime di reato». Una strada che, però, parte già in salita. Del fondo, istituito nel luglio 2016 (12 anni dopo la direttiva europea), mancano ancora i decreti per fissare i parametri di indennizzo. Inoltre «per accedervi occorrerà una sentenza definitiva e aver anche esperito tutte le azioni esecutive sul condannato, se noto». Insomma, anni.


Anche ieri sono proseguite le ricerche dei corpi speciali dell’Arma nella zona rossa ristretta adesso tra Marmorta e Consandolo. E scavando nel passato di Igor emerge la denuncia di un falegname di Ospital Monacale (Argenta), rapinato da quello che sostiene fosse ‘il russo’. «Cercava cocaina, diceva di essere in crisi d’astinenza. E voleva soldi. Ma una volta calmo, siamo rimasti a parlare 10 minuti», riferisce l’artigiano mostrando la denuncia.

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