Per Cesare Lombroso, psicologo, giurista e padre della moderna criminologia, i tratti somatici di ogni individuo potevano rivelarne carattere e personalità. Questa teoria ha subito nel corso degli anni e subisce tuttora critiche feroci e smentite, ma se si guarda negli occhi un ragazzotto di nome Moise Kean ecco che la teoria acquisisce un minimo di fondamento. Perché nello sguardo del fenomeno italiano del momento c’è tutta la sua forza, tutta la sua storia.

Ma andiamo con ordine.

Gli inizi

Moise nasce a Vercelli nel 2000 da genitori emigrati nel ’90 dalla Costa D’Avorio. La scelta del nome Moise, “Mosè” diremmo noi, ha una spiegazione mistica. Dopo la nascita del primogenito Giovanni, i dottori spiegano a mamma Isabelle che non potrà avere altri figli. La disperazione è ovviamente grande per la signora. Dopo mesi di amarezza e di preghiere, una notte Isabelle sogna un aiuto di Mosè. Un messaggio biblico, una profezia. E guarda caso, dopo quattro mesi la donna resta di nuovo incinta. La creatura, predestinata, non poteva che prendere il nome di Mosè.

La vita, però, per il piccolo Moise e per Isabelle è dura. Dopo quattro anni dalla nascita del figlio, i signori Kean divorziano. La madre è costretta a crescere praticamente da sola i piccoli Giovanni e Moise. Trasferimento ad Asti, lavori a tempo pieno, turni massacranti, cibo donato dalle suore: Isabelle porta avanti con onore e fatica la sua famiglia.

Moise ha però, nonostante tutto, idee sicure e ottimistiche sul suo futuro. Ama il pallone, ama correre e sogna di diventare un calciatore. L’inizio è quello standard: campetti improvvisati di periferia, tornei all’oratorio, tanto divertimento e nulla più. All’apparenza. Sì perché Moise ci sa fare eccome. A suo agio tra i ragazzi più grandi, tecnica individuale grezza ma evidente e carattere da vendere. La maglia del Don Bosco inizia a stargli strettina e l’Asti prima e addirittura il Torino dopo si accorgono di lui.

In bianconero

Nella sponda granata della Mole Antonelliana resta davvero pochissimo, passato quasi inosservato sotto gli occhi della dirigenza Cairo. Si accorgono di lui invece gli scout bianconeri, da sempre molto attenti ai giovanissimi talenti del territorio. Con la casacca della Signora , Kean fa tutta la trafila, giovanissimi e primavera, finché la dirigenza Juve – sollecitata pare dall’occhio lungo di Max Allegri – decide di bloccare il ragazzo mettendolo sotto contratto.

La gioia di Moise è ovviamente incontrollabile. La notizia arriva a mamma Isabelle in piena notte, alle 5:30 del mattino. “Mi stavo recando al lavoro quando ho visto la sua chiamata. <<Non dirmi che hai firmato con la Juve >>. << Non solo mamma, ho firmato con la Juve e tu oggi stesso ti licenzi. Vieni a stare da me a Torino>>. Ho pianto di gioia”

Il resto è storia nota. Un anno e mezzo di pochissime apparizioni in panchina con la prima squadra, il prestito all’Hellas Verona per una stagione (con 4 reti), il ritorno alla casa madre. Da qui, una favola. Primo millenial ad esordire in serie A a 19 anni. Primo della classe 2000 a segnare in Serie A, contro il Bologna. E ancora quest’anno: altra rete al Bologna, poi ancora all’Udinese. I giusti premi dopo tanta, forse troppa panchina.

La felicità più bella pochi giorni fa. Convocazione nell’Italia, prima squadra, di Roberto Mancini. Esordio e, che ve lo dico a fare, prima rete in maglia azzurra, contro la Finlandia. Un futuro che sembra roseo e benevolo per il giovane Moise, il ragazzo con il cielo tatuato sulla pelle.

Velocità di gioco formidabile, fisico imponente, ottima intelligenza tattica e tiro micidiale. E uno sguardo di fuoco, tagliente, da tigre. Lo sguardo di chi sa cosa vuole. Almeno per ciò che riguarda Moise Kean, Lombroso aveva ragione. Si può capire tutto dagli occhi. Gli occhi del predestinato.

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