Missili Usa in Medio Oriente: i Patriot prendono l’aereo

Con la distensione dei rapporti tra Usa e Teheran cessa anche la strategia della massima pressione?

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Gli Usa ritirano alcune batterie di missili Patriot dal Medio Oriente. Lo ha riferito per primo il Wall Street Journal, secondo cui il Pentagono ha richiamato parte del suo personale militare e dei suoi sistemi di difesa da Arabia Saudita e da altri Paesi. Attenzione però a esultare.

Meno missili Usa in Medio Oriente?

Secondo fonti governative, il Pentagono ritirerà circa otto batterie antimissili Patriot dal Medio Oriente. In particolare da Arabia Saudita, Iran, Kuwait e Giordania. Nonché squadroni di caccia e un sistema Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) dall’Arabia Saudita, che aveva schierato la precedente amministrazione Trump. Il primo a riferirlo è il Wall Street Journal (WSJ), che cita funzionari statunitensi anonimi. Il ridispiegamento è iniziato all’inizio del mese. Più precisamente il 2 giugno scorso, quando il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, ha informato del cambiamento il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman. Per quanto riferisce il Journal, l’operazione riguarderà anche parte del personale militare a stelle e strisce.

La conferma

Si tratta di centinaia di truppe statunitensi che gestiscono quei sistemi antimissile. Venerdì, il Pentagono ha confermato il rapporto. Nello specifico, il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha incaricato il comandante del Comando centrale Usa, che sovrintende alla regione, di rimuovere le forze entro quest’estate. All’agenzia France Press la portavoce del Pentagono, Jessica McNulty, ha spiegato che alcune delle capacità e delle piattaforme militari saranno restituite a Washington per le necessarie manutenzione e la riparazione. Mentre altri asset verranno ridistribuiti in altre regioni.


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Quale destino avranno i missili Usa?

Questa decisione è stata presa in stretto coordinamento con le nazioni ospitanti e con l’obiettivo chiaro di preservare la nostra capacità di rispettare i nostri impegni in materia di sicurezza“, ha detto McNulty. “Si tratta di mantenere alcune delle nostre risorse ad alta domanda e bassa densità in modo che siano pronte per i requisiti futuri in caso di emergenza“, ha riferito la portavoce. Prima di aggiungere che il Pentagono non avrebbe rivelato dove sarebbe andata la tecnologia militare. Né quando. Gli Usa avevano schierato i loro missili Patriot in Arabia Saudita per contrastare la minaccia dell’Iran e suoi alleati nella regione. Come in Iraq e Yemen. Soprattutto dopo che Teheran aveva minacciato di vendicare l’uccisione del generale iraniano della Forza Quds, Qasem Soleimani, nel gennaio 2020.

Attacco e difesa

A seguito del raid statunitense, il contingente Usa aveva riportato il ferimento di oltre 100 soldati in un attacco missilistico iraniano contro la base militare di Ain al-Assad, in Iraq. Su quell’onda, gli Usa avevano inviato migliaia di truppe in Arabia Saudita e Iraq. Oltre che le due batterie di missili Patriot e il sistema THAAD. In realtà, i missili Patriot sono efficaci nell’intercettare i missili balistici. Anche il tipo di missili balistici a corto raggio che vengono impiegati in Yemen in questi ultimi anni. Tuttavia, questa tecnologia è molto meno efficace nel rilevare e intercettare droni e missili da crociera che volano a bassa quota. Per di più, è presto per parlare di ritiro statunitense dal Medio Oriente.

Washington si ritira?

Nonostante Washington si dica pronto a completare, ad esempio, il ritiro di tutte le forze dall’Afghanistan prima della scadenza dell’11 settembre. Nel Paese, Washington lascerà gli alleati turchi e di altri Paesi a controllare i luoghi strategici. Come Kabul e limitrofi. “Il Dipartimento della Difesa mantiene decine di migliaia di forze in Medio Oriente, che rappresentano alcune delle nostre capacità aeree e marittime più avanzate, a sostegno degli interessi nazionali degli Stati Uniti e delle nostre partnership regionali“. Lo ha fatto notare McNulty ad AFP. In effetti, nel Paese resteranno meno di 1.500 soldati. Questo dopo che il contingente Usa in Iraq era stato ridotto già durante l’amministrazione Trump, a 2.500 unità.


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Le prossime sfide

A ben vedere, però, più che un ritiro dal Medio Oriente si tratta di un ridistribuzione delle forze Usa rispetto alle sue principali rivali: la Russia e la Cina. In tal senso, un funzionario Usa ha ribadito al Wall Street Jorunal che “abbiamo ancora le nostre basi nei Paesi dei nostri partner del Golfo, non stanno chiudendo, c’è ancora una presenza sostanziale e una posizione sostanziale nella regione”. Ma trovatosi un compromesso con Mosca, le vere questioni rimangono Pechino e l’Indo-Pacifico. Lo ha confermato la scorsa settimana il portavoce del Pentagono, John Kirby, in conferenza stampa. “Queste iniziative, alcune delle quali rimarranno classificate, sono progettate per focalizzare i processi e le procedure dipartimentali e aiutare meglio i leader dei dipartimenti a contribuire a tutti gli sforzi del governo per affrontare la sfida della Cina“.

Missili Usa e lotta alla Cina

Più che porre fine alle “guerre infinite”, dunque, Washington si sta riorganizzando. Questo in prevenzione delle minaccia che potrà rappresentare la Cina in futuro. A tal proposito, il Segretario della Difesa Usa Austin sta portando a compimento una revisione globale delle forze statunitensi. Se l’amministrazione Obama cercava un “perno verso l’Asia”, l’ascesa della Cina ha presentato una miriade di sfide. Soprattutto perché ora rappresenta il principale rivale degli Usa in termini di sicurezza nazionale. In questo quadro, il Gigante asiatico sarà la “sfida del ritmo” per l’esercito statunitense. A tal proposito, la China Task Force del Pentagono ha completato il suo lavoro e presentato le sue raccomandazioni, le quali influenzeranno la futura strategia a stelle e strisce.


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Il punto

Eppure, i più ottimisti leggono il disimpegno di Washington come un segno di distensione nei confronti di Teheran. In particolare a seguito della ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano a Vienna. Oltre che un abbandono della strategia della massima pressione, che mirava a isolare l’Iran sul piano regionale. L’idea è suggerita dall’approccio più conciliante del presidente democratico Joe Biden, rispetto al predecessore Donald Trump. Se da una parte l’Iran rimane (e rimarrà) uno dei principali avversario degli Usa, dall’altra l’amministrazione Biden sembra privilegiare una politica informata alla diplomazia.

Basta rimuovere i missili Usa?

Tuttavia, questo atteggiamento più morbido nei confronti di Teheran potrebbe essere accolto con scarso favore dagli alleati mediorientali di Washington. I quali potrebbero sentirsi minacciati dal fatto che gli Usa possano restringere il loro scudo protettivo in base ai propri interessi. A logica, gli Usa dovranno gestire le varie crisi che verranno aperte di volta in volta, non potendo sostenere il proprio impegno militare su più fronti. Allo stesso tempo.