Miranda Priestly e la sindrome dell’ape regina

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sindrome dell'ape regina

Vi ricordate Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada”? A quanti di voi è capitato di dover fronteggiare un superiore così diabolico? Miranda Priestly non ha nulla di ciò che connoterebbe una donna in una visione sessista: non è dolce, non è sensibile, non è remissiva.

La direttrice di Runway è assertiva, risoluta, fredda, mantiene le distanze ed esige il massimo dai subordinati. Non è un leader, bensì un boss, spesso sadico nei confronti dei dipendenti alle prime armi. Nel film, la Streep non getta mai la maschera: solo la scena finale riesce a strapparle un sorriso umano. “Non è contenta se tutti accanto a lei non sono in preda al panico, alla nausea o tentano il suicidio”: così la Priestly è descritta dall’assistente vittima di ogni tipo di angheria, Andy Sachs. Un superiore che non ringrazia mai, che conosce solo il modo dell’imperativo e si mostra intollerante al minimo errore.

Grazie ad uno studio di ricercatori della University of Michigan-Graham Staines condotto negli anni Settanta, gli psicologi del lavoro hanno denominato questo tipo di atteggiamento sindrome dell’ape regina”, la quale con il proprio canto comunica alle api operaie di aver bisogno di maggior sostegno rispetto ad una semplice operaia. E’ colei preposta alla riproduzione in modo da garantire la sopravvivenza della famiglia ed è l’unica madre della colonia d’api. A conferirle ulteriore supremazia è la possibilità di estrarre il pungiglione dalla vittima colpita, a differenza delle api operaie che, una volta punto, perdono il pungiglione e sono destinate a morire.

La leadership femminile è intrisa di stereotipi di genere: in tempi non troppo remoti, e ancora oggi in alcune realtà, le donne che sceglievano di lavorare erano tacitamente colpevolizzate, ree di non ottemperare al proprio ruolo di moglie e madre. In un ambiente di lavoro maschile, una donna deve continuamente dimostrare di avere le competenze richieste, fatica ad avanzare nella gerarchia promozionale e, una volta raggiunto l’apice, è costretta ad atteggiamenti prettamente maschili per ottenere il giusto rispetto. Tra gli stereotipi di genere maggiormente denunciati c’è quello della donna emotiva, sensibile, priva di autocontrollo. Tutto ciò che Miranda Priestly aborre. Si tratta di manager totalmente concentrati sulla vita lavorativa, disposti a sacrificare la sfera privata e a tradire i propri affetti pur di mantenere una posizione tanto sudata.

La sintesi del sessismo sul posto di lavoro è tutta in una frase pronunciata dall’assistente Andy, nel film interpretata da Anne Hathaway:”Se Miranda fosse un uomo nessuno la vedrebbe come la vede, direbbero solo quant’è in gamba nel suo lavoro”. Proprio così: basti pensare a quante ironie fatte sulle donne che occupano posizioni di potere e alle modalità con cui hanno raggiunto tali posizioni, come se una donna avesse da offrire solo prestazioni sessuali. La scienza ha rilevato opinione comune il fatto che le donne abbiano difficoltà a lavorare con altre donne. L’atteggiamento da ape regina, ovvero di mobbing nei confronti delle altre donne, è sviluppato soprattutto in ambienti maschilisti, in cui la donna si sente svalutata e in pericolo. Ciò che sorprende è che sono proprio le donne ad adottare atteggiamenti sessisti, quasi inconsciamente, avendo introiettato una società di matrice patriarcale.

L’ape regina non cerca collaborazione né sintonia, umilia per il gusto di farlo e i suoi rimproveri non hanno fini correttivi. Critica spesso l’aspetto estetico delle dipendenti e sfrutta l’astuzia femminile per colpirle subdolamente nei loro punti deboli. Non solo: l’ape regina è arrogante, vuole dimostrare di essere la sola ad avercela fatta tra gli uomini e, per questo motivo, le altre donne sono una minaccia. E’ un sadismo protettivo innescato dalla lotta per la sopravvivenza che considera un potenziale nemico non più l’uomo maschilista, bensì la donna troppo donna.

Ironicamente, le donne leader che rispecchiano il suddetto profilo agirebbero così per difendersi da eventuali pregiudizi che i colleghi dell’altro sesso potrebbero nutrire nei loro confronti, finendo per esserne esse stesse le artefici. Inoltre, comportamenti simili vorrebbero evitare di dare adito a critiche causate da solidali coalizioni femminili, per sconfiggere il pregiudizio della “comunella rosa”.

Eppure alcuni studi più recenti, nel 2013, sembrano sfatare il mito dell’ape regina: la Columbia Business School ha riscontrato che quando le donne ricoprono ruoli dirigenziali sono più propense a scegliere collaboratrici donne e le sottoposte dello stesso sesso hanno maggiori probabilità di promozione. Al contrario, se al posto di comando c’è un uomo, le donne fanno maggior fatica ad ottenere ruoli di prestigio. Forse Miranda Priestly non era affetta da sindrome dell’ape regina, visto che, per difendere il proprio ruolo, è arrivata a tradire anche il fidato Nigel. “Lei non fa che il suo mestiere”, indipendentemente dall’essere donna e indipendentemente dal dover fronteggiare subordinate donne. Non perché un capo è donna ci si deve aspettare gentilezza, cortesia e amabilità, altrimenti si rischia di incappare in quelle aspettative di genere tanto condannate dall’inizio del pezzo.

Se fosse davvero l’ambiente maschilista ad innescare simili attitudini, allora l’ambiente andrebbe corretto. Nella lotta tra generi per assomigliare l’uno all’altro, si dovrebbe comprendere che la ricchezza sta nella diversità e la forza nell’unione. L’ape regina farebbe meglio a capire che la sua funzione sarebbe vana senza le api operaie, perché spesso è molto più prezioso quel lavoro che c’è dietro e non si vede, l’ingranaggio che mantiene in piedi la macchina. Morale della favola: arriverà un giorno in cui la regina si volterà e, senza preavviso, non troverà più l’assistente fidata a seguirla. Proprio come Miranda Priestly e Andy Sachs.

di Antonella Gioia

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