Per la prima volta nella storia anche il Giappone riconosce ufficialmente la protezione internazionale (asilo) ad un richiedente a rischio di violenze nel proprio paese di origine per m otivi legati al suo orientamento sessuale (per questo tipo di richieste di protezione si utilizza il termine tecnico SOGI, cioè sexual orientation and gender identity).

Al momento, per questioni di privacy, non sono state rese note le generalità e soprattutto la nazionalità del o della rifugiata.

A rendere pubblica la notizia è stato il sito giapponese Asahi che ha riportato: “Secondo l’Agenzia per il controllo dell’immigrazione, il richiedente asilo è stato arrestato dalla polizia del suo paese d origine per omosessualità, detenuto in carcere per due anni è poi venuto in Giappone in libertà provvisoria (…). Per l’Ufficio Immigrazione l’omosessualità è una caratteristica strettamente legata alla personalità o all’identità ed è difficile da cambiare. C’era il rischio di essere perseguitati perché membro di un specifico gruppo sociale“.

Se per l’Europa, l’Oceania e gli Stati Uniti riconoscere l’asilo per motivi legati all’orientamento sessuale e/o all’identità di genere è una pratica fortunatamente ormai diffusa, per il Giappone, noto per avere misure molto restrittive sulla richiesta di protezione internazionale, accogliendo in maniera positiva per esempio nel 2019 su 10.493 solo 42 domande (fonte Japan Times), è un piccolo ma importantissimo passo avanti verso il riconoscimento dei reali rischi che molte persone appartenenti alla comunità LGBTI (lesbiche, gay, bisex, trans e intersex) si ritrovano a vivere nel loro paese di origine.

Lo stesso Giappone pochi mesi aveva avuto un’altra apertura burocratica verso un migrante omosessuale, concedendo, a marzo 2019, un permesso speciale ad un cittadino gay taiwanese fidanzato con un uomo giapponese.

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