Mestruazioni nei campi di concentramento: disagio e forza

Un tema quasi mai trattato

0
680

Quando si parla della tragedia della dittatura nazista, si tende a prendere in considerazione le testimonianze dei sopravvissuti. Fortunatamente, queste sono numerose. Tutte, concorrono a far parte della ricostruzione della memoria. Una memoria che giammai deve disperdersi. Poiché, dimenticare la storia è il primo passo per disintegrare le fondamenta del futuro. Eppure, esistono sfumature di questo tragico periodo, che molto raramente vengono trattate. Ad esempio, quella riguardante una realtà di ogni donna: il ciclo mestruale. Le mestruazioni nei campi di concentramento, costituivano una delle infinite problematiche a cui ogni donna andava incontro.

Come si gestivano le mestruazioni nei campi di concentramento?

Il tema del ciclo mestruale, ha una certa rilevanza nella vita nella vita di ogni donna. Dal momento del menarca, ossia la prima mestruazione, fino alla menopausa, s’imparano a gestire le perdite di sangue mese dopo mese. Si diventa delle vere esperte nel barcamenarsi tra crampi, assorbenti e coppette. Tuttavia, se per una femmina del ventunesimo secolo questo può costituire un disagio, ciò era mille volte più accentuato in passato. Quando gli agi erano certamente minori e meno efficaci.

Per le donne dei campi di concentramento, l’appuntamento con il ciclo poteva prendere pieghe differenti a seconda della situazione personale. In termini pratici, il ciclo mestruale provoca un enorme discomfort nella donna. I campi di concentramento, erano caratterizzati da norme igieniche inesistenti. Dunque, gestire la secrezione di sangue, non era una sfida da poco. Molte volte, le donne erano costrette a rendere pubbliche le loro mestruazioni, dato che non disponevano di alcun mezzo assorbente. Unica eccezione, la stoffa. Quando le signore riuscivano ad accaparrarsi un pezzo di strofinaccio, lo piegavano, lavavano e custodivano con cura sotto al materasso, di modo che nessuno lo potesse rubare. Questo, costituiva l’unica possibilità di gestire le mestruazioni in maniera semi efficiente, oltre che donare loro una parvenza di normalità.

Purtroppo, le condizioni estreme dei prigionieri del posto, spogliavano le persone della loro umanità, rendendo i loro organismi ai limiti della sopravvivenza. Ragione per la quale, di frequente le donne andavano incontro ad amenorrea od oligomenorrea. La mancanza del ciclo mestruale, aumentava nelle prigioniere il timore di sterilità. Inoltre, le signore prive di mestruazioni, erano purtroppo più soggette a violenze sessuali da parte delle SS.

Un segno di vita

    "Considerate se questa è una donna,
    Senza capelli e senza nome
    Senza più forza di ricordare
    Vuoti gli occhi e freddo il grembo
    Come una rana d'inverno"
    Se questo è un uomo- Primo Levi

Alla fine della prigionia, molte delle sopravvissute sono tornate a condizioni fisiologiche normali. Una buona parte di loro, è riuscita ad avere figli. A far nascere la vita dove la vita era stata violata. Le mestruazioni, si sono rivelate un vero e proprio segno di rinascita. Una conferma di un organismo che funziona. Di un’esistenza che continua nonostante le torture subite. Affrontare il ciclo mestruale nei campi di sterminio, ha inoltre creato una sorta di sorellanza fra le donne prigioniere. Le più anziane, istruivano le più giovani. Si è creata un rete di donne forti, resilienti. Capaci di trasformare un tabù e un disagio, in unione e fonte di coraggio.

Commenti