Masih Alinejad “Il vento fra i capelli” – La mia lotta per la libertà nel moderno Iran

L'eterna povertà dello spirito estremo del possesso

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Masih Alinejad
Masih Alinejad

Masih Alinejad è nata l’11 settembre 1976, in Iran. Aveva soltanto due anni quando la rivoluzione islamica destituì lo scià Mohammad Reza Pahlavi. Masih Alinejad è figlia della rivoluzione islamica e ha trascorso gran parte della sua vita nell’ombra della rivoluzione. La sua storia è la storia dell’Iran moderno, della tensione tra i laici e l’islamizzazione forzata e bigotta di gruppi estremisti. La rivoluzione ha cambiato tante cose, ma per le donne stanno tornando tempi bui. “Nella Repubblica islamica nascere donna è come avere un handicap” questo dice Masih Alinejad.

Masih Alinejad l’autobiografia rivoluzionaria

Masih Alinejad la sua autobiografia


Masih Alinejad è uno dei volti più noti al mondo nella lotta all’obbligo del velo e fondatrice della seguitissima campagna social “My stealthy freedomLa mia libertà clandestina. Attraverso le pagine di questo libro Masih Alinejad, ci conduce nell’Iran della sua giovinezza, svelandoci cosa significa essere una donna islamica in una Repubblica islamica.

Masih Alinejad racconta la sua lotta

Masih ci racconta la lotta per far sentire la propria voce e per affermare la propria indipendenza rispetto alle imposizioni del moralismo islamico. Ci racconta le ragioni che l’hanno portata ad abbandonare il suo paese, e gli eventi che l’hanno portata a diventare un personaggio rappresentativo del dissenso verso l’etica sociale degli ayatollah.

Masih Alinejad: dalla sua esperienza di giornalista disegna il panorama repressivo verso le donne

Masih Alinejad è una giornalista e scrittrice iraniana. Attivista per i diritti civili e voce critica verso il regime degli ayatollah. Ha promosso la campagna My Stealthy Freedom come forma di protesta via social contro l’imposizione del velo islamico da parte delle autorità dell’Iran. Ora vive all’estero celata agli occhi degli estremisti che la vorrebbero morta.

L’altra verità

Per sapere occorre prendere posizione, prendere posizione è desiderare, è esigere qualcosa, è collocarsi nel presente e prendere di mira un futuro. Ma tutto questo esiste soltanto sullo sfondo di una temporalità che ci precede. Essa ci ingloba, si affida alla nostra memoria fino ai nostri tentativi di oblio, di rottura, di novità assoluta. Per sapere occorre sapere ciò che si vuole. Ma occorre anche sapere dove si situano il nostro non-sapere, le nostre paure latenti, i nostri desideri inconsci“. scrive Georges Didi-Huberman nel primo volume di L’oeil de l’histoire.  I camion carichi di donne da vendere! In quelle guerre eterne, durante quelle guerre, per via delle guerre, gli uomini morivano e c’era disponibilità di donne. Queste erano vendute, possedute o offerte in dono. La giurisprudenza dell’Islam è nata per dare una legittimità al ratto delle donne. Scriverà Muslim: “Quando la donna diventa prigioniera di guerra, il suo matrimonio diventa illecito“. La donna è descritta come la vergine senza storia, priva di memoria e libera dai segni di una sua precedente esistenza. Come se la sua anima fosse priva di affetti. Come se dopo l’incontro con Mohammad, evaporasse ogni ricordo: visivo, tattile, sensoriale, cognitivo. Un fitto velo cade sulla sua vita. Interi lembi della sua esistenza restano inghiottiti o sepolti in un presente che nega scenari alla memoria.

L’eterna povertà dello spirito estremo del possesso

Di fronte a questa insostenibile crudeltà si profila il quadro della janna (Paradiso). Si pone il divino dalla parte del principio maschile. È esemplare la mistificazione del pensiero coranico sul Paradiso e su ciò che è promesso agli uomini nell’aldilà. La janna si presenta come surplus di sensualità, eccesso di lascivia, revoca di tutti i divieti. Il sessuale diviene un’interminabile orgia e un illimitato godimento maschile. È così che nasce una certa letteratura pornografica, dove sesso e religione si mescolano. Sesso sotto lo sguardo di Dio. Il testo teologico richiama alla mente gli scritti di Sade o di Bataille. In questa letteratura teologica, che oggi sta tornando in scena, Dio diviene colui che dice all’uomo: “Godi”. “Godi!” diventa un imperativo divino. È in nome del godimento, e non in nome della rinuncia alla pulsione, che l’uomo crede. La radicalizzazione si nutre di questo imperativo che dice: “Godi!”.

La mistificazione leggendaria

Per fare un esempio, la parola adhrâ’, “vergine”, si usa soltanto in riferimento alla femmina e mai al maschio: come se l’uomo fosse sottratto a ogni divenire, a ogni evoluzione e a ogni storicizzazione. Insomma, uomo si nasce, non lo si diventa. E poiché la loro società non si è realmente evoluta, oggi in arabo mancano le parole per dire “maschilismo”, “sessismo”, “femminismo”.

Qualsiasi sia l’abito che indossano la loro gerarchia si chiama potere

È un fatto: oggi lo statuto della donna, l’adozione, il matrimonio, la testimonianza, l’eredità eccetera, sono legati direttamente alla scrittura. Legati alla trasmissione della storia-leggenda tramandata a partire dai testi agiografici, applicando alla lettera il testo coranico. Ricevendo i privilegi che il Testo gli accorda, il finto storico ha così fabbricato una leggenda conforme alla politica del potere, anzi del sovrapotere, per adottare l’espressione di Foucault, e a un discorso di dominio. L’Islam ha instaurato un mondo gerarchizzato che riceve le sue leggi dall’alto. 

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