Marina Abramovic, gli ultimi giorni per apprezzarne il talento al Palazzo Strozzi di Firenze

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Quando si parla di performance artistiche domina la scena il nome di Marina Abramovic, una donna coraggiosa, un’artista dinamica che ha reso il concetto di performance suo e unico.

Il Novecento è stato un teatro in cui l’arte ha iniziato a svilupparsi in nuovi modi, gli avanguardisti hanno espresso un messaggio rivoluzionario che ha portato innovazione, provocazione e desiderio di stravolgere i canoni prestabiliti.

Il termine Performance Art compare negli anni ‘70 ma con il significato che gli appartiene può essere applicato retrospettivamente ad eventi ed esibizioni precedenti.

Nell’arte performativa l’artista diventa esso stesso l’arte e attraverso il proprio corpo, tra le manipolazioni e il dinamismo, manifesta il suo nuovo essere.

Marina Abramovic è La performance artistica. L’interdisciplinarità che caratterizza una performance, nell’Abramovic raggiunge l’apice scatenando una complessa gamma di emozioni e sensazioni che si intrecciano tra lo scambio e il confronto dell’artista-arte e degli spettatori-attori.

La mostra The Cleaner è ormai prossima alla chiusura, il 20 gennaio infatti sarà l’ultimo giorno per visitare l’allestimento dell’Abramovic, presente a Palazzo Strozzi, Firenze, dal 21 settembre del 2018.

L’esposizione riunisce oltre cento opere dell’artista e ripercorre mediante video, fotografie e dipinti la carriera dell’Abramovic che tra gli anni Sessanta e il Duemila ha donato al mondo la prospettiva di una donna eclettica e temeraria.

Nel corso della mostra è possibile rivivere alcune tra le più celebri performance dell’artista grazie a un gruppo di performer formati appositamente per riproporre al pubblico l’intensità delle dimostrazioni di Marina Abramovic.

Le reperformances sono organizzate quotidianamente ed è possibile avere una panoramica degli orari collegandosi al sito di Palazzo Strozzi.

Dall’esordio come pittrice figurativa a Belgrado alla scoperta del corpo come mezzo artistico con Rhythm negli anni Settanta, la relazione con l’artista tedesco Ulay e l’intreccio delle loro vite tra arte e sentimento, questa mostra offre la possibilità di riscoprire un talento incredibile dell’arte contemporanea.

Un’occasione per comprendere quanto l’arte performativa sia connessa all’esistenza delle cose incarnando l’indefinibilità della vita stessa. Utilizzando le parole del critico Jeff Nuttal, l’arte performativa manca di un assunto teorico, si può descrivere ma non definire. Qui risiede la relazione pragmatica che ha con la realtà incarnandone l’imprevedibilità e il mutamento costante.

Imperdibile appuntamento con l’arte e la poesia dei corpi, da non mancare in questi ultimi giorni in cui è ancora possibile viverlo.

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