Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze: lo spazio della fine

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Mariam Natroshvili
Il progetto Mi ha pena il giardino è l'idea per il Padiglione della Georgia alla Biennale di Venezia

Mi fa pena il giardino è l’opera di due artisti di Tbilisi, Mariam Natroshvili Detu Jincharadze. Un lavoro sul presagio della fine che introduce il visitatore nel realismo magico dell’Antropocene mediante un’installazione video e un’esperienza VR. Si tratta del progetto per il Padiglione della Georgia alla 59a Biennale di Venezia. L’esposizione sarà aperta al pubblico dal 23 aprile al 27 novembre e l’inaugurazione sarà il 22 dalle 17 alle 22.


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Da cosa trae spunto l’idea di Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze?

Per gli artisti nati qualche anno prima della disintegrazione dell’URSS, la sensazione della fine è intrinseca nella memoria e nella quotidianità. L’instabilità del Sud globale genera una permanente ma variegata attesa di sconvolgimento. Un evento che non implica necessariamente la scomparsa, ma presuppone piuttosto l’inizio di qualcosa di diverso. Spesso però la drammaturgia dei fatti assomiglia a una realtà distopica o una fiaba dell’orrore. Un giardino metaforico vuoto che si secca, s’infuoca e muore.

Il Padiglione della Georgia alla Biennale di Venezia

Mi fa pena il giardino immerge lo spettatore in un ambiente ipnotizzante, costruito da forme mitopoietiche della narrazione artistica. È un’osservazione sui segni della fine: l’orizzonte è infuocato, la città è svuotata, un cane abbaia incatenato al muro delle parole, un ufficio si sfascia. Anche gli scaffali di un supermercato sono invasi dagli insetti. Lo spazio sembra un videogame abbandonato, privo di persone. Si vedono solo le orme lasciate da esseri umani, gli errori irrimediabili, le ferite della Terra. La scena centrale dell’esperienza VR è il giardino dei fantasmi, un’area virtuale che raccoglie le piante estinte. La crisi ecologica nella vita reale, rappresentata tramite l’esperienza VR, è un altro segno della fine.

Gli artisti

Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze sono due artisti che vivono a Tbilisi e lavorano insieme dal 2011. La loro pratica include progetti visivi, multimediali e curatoriali e usano il linguaggio, le parole, i testi, VR e CGI per focalizzarsi su temi come la scomparsa e l’oblio. Si interrogano sul concetto di memoria personale e collettiva trasformata da eventi socio-politici di rilievo. Hanno partecipato a numerose importanti esposizioni nazionali e internazionali, fra cui Houston, we have a problem nell’ambito dell’Artisterium VII, Buildings are not enough, la Biennale dell’Architettura di Tbilisi, l’IDFA doclab.

Ecologia e tecnologia

Il titolo del progetto ripropone i famosi versi della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad sul “giardino morente”. Una descrizione, dalla spiccata prospettiva eco-femminista dell’autrice, il rapporto emotivo di una donna col mondo circostante. Un’opera poetica che restituisce un ambiente traumatizzato, avulso dalla realtà oggettiva. Gli spettatori sono quindi invitati a muoversi tra le sequenze visive interattive e autogenerate di un puzzle non lineare. Uno spazio costituito da luoghi reali e ambienti frammentati, i quali illuminano l’universo scosso dall’operato umano. È un’opera che ci parla, con una nuova lingua surreale, dell’epoca tecnologica, di una fine e di un inizio.