Alla Scala ‘Manon Lescaut’ nell’edizione critica

Fragile e dannata, Manon Lescaut di Puccini torna alla Scala, da cui manca dal 1998. Dramma lirico in quattro atti ispirati al romanzo dell’Abbé Prevost, gesuita, scrittore, editore e viaggiatore viene pubblicato nel 1731. Il soggetto ha ispirato celebri opere oltre Puccini: quelle di Auber e Massenet e, più di recente, la versione di Hanse Werner Henze Boulevard Solitude, oltre ad alcuni film, drammi teatrali e coreografie fra cui Histoire de Manon, capolavoro di Kenneth McMillan su musiche di Massenet.

Questa prima versione, poco conosciuta, documentata nell’Edizione critica curata da Roger Parker edita da Casa Ricordi (2013), debutta al Teatro alla Scala di Milano il 31 marzo. Sul podio Riccardo Chailly, direttore musicale del Teatro, che aggiunge una nuova lettura al lavoro del compositore di Lucca: un viaggio nelle sue composizioni iniziato nel 2015 con il recupero della partitura originale di Turandot.

Manon Lescaut nasce in un periodo particolare della vita del compositore. Nel 1893 la sua prima opera Le Villi, aveva trionfato al Teatro Dal Verme di Milano e gli aveva procurato un contratto con l’editore Giovanni Ricordi. La seconda, Edgar, era stata invece fischiata alla Scala. Puccini temeva di essere messo da parte e, soprattutto, di venire offuscato dall’emergente scuola verista: nel 1890 Cavalleria Rusticana, dell’amico-rivale Mascagni, e nel 1892 Pagliacci di Leoncavallo erano stati un tal successo che nella città ambrosiana non si parlava che di loro. Puccini si gettò perciò nell’impresa di Manon Lescaut consapevole di non potersi permettere alcun errore. Su consiglio di Fontana scelse come fonte la Storia del Cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut, romanzo scandaloso, quindi conosciuto in tutti i salotti di Francia e d’Italia: non c’era signorina di buona famiglia che non l’avesse letto. Il romanzo, come nella tradizione ottocentesca, narra l’amore fra un giovane borghese e una donna di dubbia moralità; lei, pur amandolo, non disdegna il lusso che alcuni protettori le offrono. Manon è affascinante e fiera, nemmeno la purezza di questa passione la può salvare: nell’ultimo atto fa una fine terribile. Questa tragica fine della protagonista consentiva anche a un buon padre di famiglia di portare all’opera moglie e figlie: la moralità borghese era salva, la scellerata veniva punita.

In un primo momento Fontana lavorò al libretto, poi venne sostituito da Illica, Oliva, Giacosa, Praga; alla fine è lo stesso compositore a scriverlo. La storia è avvincente, il giovane musicista fa dialogare la tradizione con la modernità, la sua partitura è ricca d’invenzioni e slanci lirici. L’opera sale subito sulle vette dell’Olimpo, la musica accompagna i sentimenti degli amanti e il pubblico partecipa alla loro triste sorte; ma nonostante il fortunato successo, l’insicuro e geniale autore continuò a riscriverla fino alla sua morte.

Nel presentare questa prima versione Chailly spiega che le differenze con quella più comunemente eseguita si trovano nel primo, secondo e quarto atto: «La più significativa è alla fine del primo atto. Alla notizia che Manon e Des Grieux sono fuggiti, dopo un grande accelerando, seguito da uno scoppio, si sviluppa un Largo sostenuto (introdotto dalla citazione ai tromboni della melodia di ‘Donna non vidi mai’) con una sovrapposizione tra solisti, coro e orchestra sconvolgente, caratterizzata da una complessità ritmica modernissima. Il tutto si conclude con una stretta finale punteggiata dalle risate di scherno nei confronti di Geronte. L’ossessione wagneriana, testimoniata dall’impegnativa scrittura orchestrale, si manifesta pienamente nel secondo atto con il Tristan-Akkord, che è come un serpente sotterraneo. Denota la sensualità dell’amore tra Manon e Des Grieux. Questo riferimento alla scrittura wagneriana mi porterebbe a chiedere, come ho fatto con Chénier, di non applaudire dopo le arie, perché la scrittura è concepita in continuità, anche dal punto di vista armonico. In tutto ci sono 137 battute nuove. Dopo la grande romanza del quarto atto ‘Sola, perduta e abbandonata’, quando lei dice ‘no, non voglio morire’ ‒ che qui è ripetuto più volte ‒ c’è un piccolo intermezzo sinfonico, come un commento orchestrale lacerante».

La produzione è firmata dal regista David Pountney, lo stesso che ha realizzato Francesca da Rimini di Zandonai; per le scenografie Leslie Travers; per i costumi Marie-Jeanne Lecca; le coreografie sono di Denni Sayers e le luci di Fabrice Kebour. Nei panni della protagonista il soprano Maria José Siri, già applaudita al Piermarini nei ruoli di Madama Butterfly e Francesca da Rimini; Marcelo Álvarez, in alternanza con Roberto Andronica, è Des Grieux; Lescaut, fratello di Manon, ha la voce di Massimo Cavalletti, Geronte quella di Carlo Lepore, Coro del Teatro diretto da Bruno Casoni.

Il 31 marzo l’opera sarà trasmessa in diretta da Rai-Radio 3, lo spettacolo sarà ripreso in diretta e trasmesso su Rai 5 l’11 aprile.

Manon Lescaut di Giacomo Puccini, Milano,  Teatro alla Scala, fino al 27 aprile 2019

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