Malati, manicomi e psichiatri in Italia

Nell’estate 2018 il tema che accomuna i malati psichiatrici ed i manicomi, chiusi più di quarant’anni fa dalla Legge Basaglia, è tornato prepotentemente in discussione.

Durante un programma televisivo, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha denunciato un presunto aumento dei reati violenti commessi da persone con disturbi psichiatrici sostenendo, inoltre, che la psichiatria è stata abbandonata con la chiusura delle strutture di cura.

Tale tesi, però, è stata fortemente smentita dalla Società Italiana di Psichiatria, replicando con messaggi sui social network e tramite note diffuse dalla stampa.

Sulla pagina fan di Facebook vengono promosse le attività a tutela della salute mentale e, in merito all’intervista di Salvini, sono comparsi alcuni interventi degli Psichiatri Italiani.

Il Ministro Salvini dichiara che in Italia sarebbe in atto una “esplosione di aggressioni” da parte di “pazienti psichiatrici”. Gli italiani debbono sapere che si tratta di una notizia destituita di ogni fondamento. Il 95% dei reati violenti commessi nel nostro Paese è attribuibile a persone cosiddette “normali”. È più probabile che una persona che soffre un disturbo mentale sia vittima, non carnefice. Diffondere false notizie come quelle date dal Ministro non fa altro che aumentare paure infondate sulle persone affette da disturbi psichici, etichettandole ingiustamente ed indiscriminatamente come “pericolose”, aggravandone il già tremendo fardello dello stigma e della discriminazione. Se la persona ammalata fosse tuo figlio come ti sentiresti?

Società Italiana di Psichiatria

Sembra, quindi, che non risulti alcun incremento di reati da parte di persone affette da disturbi mentali.

Attualmente, in Italia, si contano più di 700.000 malati psichiatrici. Il 54% dei pazienti è di sesso femminile e più del 50% totale si riferisce a persone che hanno circa 45 anni.

I numeri relativi ai malati che presentano disturbi schizofrenici, disturbi di personalità, disturbi da abuso di sostanze e al ritardo mentale sono maggiori nel sesso maschile. Invece l­’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi: è il genere femminile quello che ne soffre di più.

I manicomi nella storia.

La Psichiatria Italiana è cambiata con la Riforma Basaglia, la quale ha portato alla modernità una vecchia concezione sbagliata. Prima del contributo dello Psichiatra Franco Basaglia, infatti, le strutture contavano dai 2000 ai 3000 pazienti: un numero insostenibile per garantire terapie mirate.

Prima del 13 Maggio 1978, Legge 108, il trattamento dei pazienti era per lo più focalizzato sul loro contenimento e sulla moderazione del comportamento malato. La riforma ha condotto alla nascita degli Ospedali Psichiatrici moderni dove si cerca di aiutare i pazienti, anche controllando la loro vita nel mondo esterno. Tali operazioni avvengono attraverso l’utilizzo di psicofarmaci combinati alla psicoterapia.

Con la legge n. 36 emanata il 14 Febbraio 1904 era possibile, per le Autorità di Pubblica Sicurezza, ordinare il ricovero di qualsiasi persona presso un manicomio presentando due requisiti: la certificazione medica ed il presupposto di urgenza. In poco tempo, tale legge, si trasformò in una sorta di passe-partout della Polizia per intervenire sui soggetti ritenuti fastidiosi. Un accordo tra le autorità ed i medici permise il ricovero dei “non pazzi”, riconoscendo nella categoria i paralitici, gli omosessuali, gli alcolisti e le persone che potevano dare scandalo in qualsiasi modo.

Durante il periodo Fascista, l’alleanza, si strutturò in modo ancora più forte: il manicomio era un’arma efficacie per sopprimere in modo discreto una figura socialmente pericolosa ma non sempre perseguibile, l’oppositore politico. A partire dal 1927, il numero di persone ricoverate nelle strutture manicomiali aumentò costantemente: si passò dai 32.127 pazienti del 1926, ai 94.946 del 1941.

Tra le persone ritenute celebri, ricoverate nei manicomi Italiani, ricordiamo Violet Gibson. La donna, Irlandese di nascita, il 7 Aprile 1924 tentò di uccidere Mussolini con un colpo di pistola. Dichiarata incapace di intendere e di volere, la Gibson, venne ricoverata nel manicomio Santa Maria della Pietà a Roma, nel quale era sottoposta a vigilanza continua. Nell’Istituto le era negato parlare con qualcuno, leggere, scrivere ed uscire all’aria aperta; tali condizioni portarono la donna a rimpiangere il carcere nel quale aveva trascorso del tempo mesi prima.

Appare evidente, quindi, che rinchiudere una persona in questo genere di strutture rappresentava una vendetta: le condizioni di vita erano ben peggiori rispetto a quelle di qualsiasi penitenziario, anche a causa delle “cure” a cui venivano sottoposti i pazienti. Un esempio è l’elettroshock, invenzione tutta Italiana, dalle potenzialità curative estremamente dubbie ma dalle conseguenze certamente devastanti.

Come la Gibson, anche molti antifascisti e la Trentina Ida Dalser. La Dalser nel 1914 ebbe un figlio, Albino, dal Duce. L’ascesa politica di Benito Mussolini, ed il suo matrimonio con Rachele Guidi, comportano una serie di pretese da parte della Dalser, tra le quali la richiesta di tornare insieme per il bene del bambino. La donna viene arrestata e ricoverata d’urgenza in un manicomio “sepolta in un volgare manicomio, tra tisici, sifilici, fra urla demoniache, che mi assordano giorno e notte, priva di notizie dei miei famigliari, nonché del mio fanciullo, e dei miei bisogni più impellenti (senza scarpe), fra i poveri spiriti esasperati dementi.” Dopo un tentativo di fuga, la Trentina, venne trasferita nel Manicomio San Clemente a Venezia e sottoposta ad un regime medico ancora più duro. Morì per un’emorragia dopo 11 anni di reclusione, in una stanza priva luce naturale e costretta nella camicia di forza.

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