Secondo Di Maio il lavoro domenicale starebbe distruggendo le famiglie italiane. E’ davvero così? Come sarà la nuova legge? Andiamo a fare un po’ di chiarezza e a confrontare qualche dato con gli altri paesi europei.

Torna a far discutere uno dei temi cari al presidente Di Maio: l’imposizione di vincoli agli orari di apertura e chiusura dei negozi, compreso il riposo domenicale obbligatorio. Non solo per le grandi catene, ma anche per chi ha una piccola attività a gestione familiare.

Fino al 2011 le norme riguardanti gli orari di lavoro erano piuttosto rigide. Con il governo Monti si è poi autorizzata la libera apertura dei negozi, sia in occasione delle giornate domenicali, che nei festivi.

Tornare o non tornare alle vecchie abitudini? Questo è il dilemma. Confrontare i dati con altri paesi europei potrebbe farci un po’ di chiarezza.

 

I DATI

Premessa indispensabile: dinanzi agli altri paesi europei, di certo non siamo tra quelli che lavorano maggiormente la domenica. I dati Ocse infatti ci posizionano tra gli ultimi lavoratori domenicali.

Percentuale dei lavoratori che lavorano la domenica, per numero di volte al giorno.

Sempre secondo l’Ocse, la maggioranza dei paesi europei, ben 16 su 28, non impone vincoli. Tra questi proprio quelli presi da esempio quando si parla Welfare, benessere e organizzazione, come la Danimarca, la Finlandia, la Svezia e così via.

I 12 stati rimanenti invece? Tutti a casa la Domenica? Certo che no. Hanno si dei divieti, ma anche una montagna di deroghe per i negozi di alimentari e altre attività commerciali.

Gli economisti Mario Bossler e Michael Oberfichtner inoltre, hanno mostrato come la riduzione delle limitazioni sugli orari di apertura settimanali in Germania abbia portato un aumento dell’occupazione pari al 4%. Aumento che tra l’altro non ha avuto effetti negativi sui salari.

Altro studio interessante è quello svolto da Christos Genakos e Svetoslav Danchev, che con dati provenienti da 30 paesi europei dal 1999 al 2013, hanno documentato come il lavoro domenicale abbia consentito un aumento dell’occupazione pari al 7-9% nei paesi in cui è stato consentito.

 

LA TURNAZIONE

 Torniamo ora in Italia. Se fate parte di quella categoria di persone che non sa aprire un barattolo di marmellata, ma per amore dello shopping davanti al peso enorme delle buste di vestiti diventa Hulk, non disperatevi, il giovane Di Maio non vi chiuderà tutti i negozi la domenica.

“In Europa esistono dei turni di riposo per i negozianti e i loro dipendenti. Questi turni di riposo li vogliamo introdurre anche in Italia”. Continua poi Di Maio: “Il che non vorrà dire che faranno chiudere tutti gli esercizi commerciali, ma ce ne saranno alcuni aperti e alcuni chiusi a turno. Ovviamente se si riposano gli esercizi commerciali si riposano anche i centri commerciali, altrimenti è concorrenza sleale”.

Il ministro non intende dunque impedire l’apertura dei negozi le domeniche o nei giorni festivi, ma introdurre un meccanismo di alternanza. I turni verranno decisi in base alla legge e al sindaco in questione.

 

FAVOREVOLI O CONTRARI

 Di Maio non è solo in questa battaglia. Sta infatti ricevendo l’appoggio da diverse parti. Per prima, la chiesa. Difendere l’unicità della domenica come giorno di riposo e di preghiera, a quanto pare, conta più dell’aumento dell’occupazione.

Anche i sindacati sono favorevoli, in quanto evidenziano il diritto dei lavoratori allo stare in famiglia.

La proposta piace poi alle piccole e medie imprese. Forse perché in questo modo si pensa di poter mettere i bastoni tra le ruote alla concorrenza della grande distribuzione.

Contrario al disegno di legge, in prima linea c’è Federdistribuzione, l’associazione che raggruppa centri commerciali e ipermercati. In un’intervista al Corriere della Sera il presidente di Federdistribuzione, Claudio Gradara, ha dichiarato che con la chiusura degli esercizi la domenica “i posti di lavoro a rischio, per l’intero settore, sarebbero tra i 30 e i 40 mila”.

Anche Matteo Renzi, esprime il suo dissenso su facebook “Obbligare tutti alla chiusura domenicale, come vuole Di Maio, è assurdo: significa semplicemente far licenziare tanti ragazzi”.

 

Per concludere, c’è il tema della qualità della vita per i dipendenti. Secondo alcuni, questa migliorerà se la legge dovesse passare. Argomento di forte importanza, certo. Ma la reintroduzione di vincoli che sono già stati presenti nel nostro paese, davvero potrebbe aiutarci? Risolverebbero il problema dello sfruttamento in nero? O semplicemente gli imprenditori si accorgerebbero di avere troppo personale?

 

 

 

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