Magistratura italiana: continuano gli scandali fra Giudici e pm

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Continua la lunga serie inaudita di scandali al Consiglio superiore della magistratura, dopo il Palamaragate, che coinvolgono il sistema giudiziario, con molti errori e un ricorrere di nomi e di situazioni che avrebbe fatto impazzire Dumas.Se il sistema non si autoriformerà, sarà la democrazia del Paese a crollare. Ma storia giudiziaria ha già conosciuto altre volte periodi simili, in cui il coraggio è dote di pochi.

Alcuni punti nel grafico della Magistratura italiana

Mettendo insieme un po’ di punti nel complicato grafico della magistratura italiana di questi tempi possiamo notare come due anni fa a Roma, agli albori del Palamaragate, l’innesco fu nuovamente la protesta di un sostituto procuratore arrabbiato. Come allora, anche questa volta a Milano un pm stimato e ritenuto integerrimo fino alla rigidità (con qualche analogo precedente di contrasti con i capi anche in altre sedi), Paolo Storari, non si è fermato davanti alla insensibilità dei vertici della sua Procura per quello che gli sembrava un caso di evidente malaffare da perseguire con maggiore incisività.

Un punto in comune tra le due situazioni:

C’è un punto in comune tra le due situazioni: entrambi i pm in questione si sono lamentati di non aver potuto arrestare e/o indagare il medesimo soggetto: l’avvocato siciliano Piero Amara, già condannato per illeciti commessi in Sicilia e a Roma dove, secondo le accuse per le quali ha patteggiato pene ragionevoli, ha corrotto magistrati nelle Procure e addirittura al Consiglio di Stato. La grave crisi che rischia di trascinare a fondo le istituzioni della Seconda Repubblica ha le fattezze di questo legale siciliano, scoperto da uno dei più famosi giuristi italiani, Federico Stella, grande anche come avvocato di clienti del calibro dell’Eni, di cui era difensore storico e presso cui introdusse Amara che ne divenne consulente.

I racconti di Amara sulla loggia

Il primo pm, Stefano Rocco Fava, all’epoca sostituto a Roma, ha presentato un paio di anni fa un esposto al Csm incrociando sulla sua strada Luca Palamara, nel frattempo informato di essere stato denunciato a Perugia per corruzione dai medesimi magistrati bersaglio dell’esposto del collega.All’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati la coincidenza sembrò un colpo di fortuna, ma sia lui sia Fava sono finiti imputati a Perugia insieme all’ex procuratore generale presso la Cassazione per rivelazione di segreto d’ufficio, mentre l’esposto di Fava al Csm veniva invece archiviato e lui stesso trasferito in altra sede. Il sostituto ha fama di magistrato fin troppo intransigente e ostinato e ciò lo accomuna a Paolo Storari. Questi un anno dopo sollecita, ugualmente senza trovare ascolto, i suoi diretti superiori a indagare sulle dichiarazioni rese dal medesimo soggetto, Piero Amara, in ordine a una misteriosa loggia segreta, “Ungheria” (dal nome, pare, dell’omonima piazza dei Parioli a Roma, in cui sarebbe ubicata la sede), dove sarebbero soliti incontrarsi esponenti delle istituzioni, grand commis, imprenditori, alti gradi militari e magistrati, appunto. A differenza del collega, Storari non firma esposti ma decide di andare dal consigliere del Csm Piercamillo Davigo, espressione (al tempo) della magistratura libera dai condizionamenti delle vecchie correnti, con un singolare regalo: la copia dei verbali milanesi di Amara, non firmati ma sembra autentici.

La storia si complica:

Qui la storia diventa complicata: Davigo condivide, per sua stessa ammissione, le preoccupazioni di Storari, ma per certo non deposita le copie al Csm o presso una procura: Davigo ci ha tenuto a dire che informò «chi di dovere», affermazione vaga da cui ha preso le distanze, con un formale comunicato, la Presidenza della Repubblica. Il Fatto quotidiano, giornale da sempre grande estimatore del dott. Davigo, riferisce che il vice-presidente del Csm, David Ermini, ne sia stato informato e sia salito al Quirinale, ma la circostanza non è stata confermata. A questo punto si manifesta il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi e informa che Davigo gliene parlò, ma senza mostrargli alcunché dei famosi verbali.
A seguito di ciò Salvi ha contattato il capo di Storari, il procuratore Francesco Greco e, come lui stesso scrive, l’inchiesta sulle dichiarazioni di Amara ha ricevuto un proficuo impulso con il coinvolgimento anche delle procure di Roma e Perugia dove il procuratore Raffaele Cantone, secondo l’Ansa ha aperto un procedimento ipotizzando la violazione del divieto di costituire associazioni segrete. Il capoluogo umbro è una delle capitali massoniche italiane ma la competenza della locale Procura deriverebbe dall’iscrizione di nominativi di magistrati romani. Nel contempo, Salvi preannuncia rigorose iniziative disciplinari a carico di Storari. Vedremo se l’esito sarà il medesimo di Fava.

I colpi di scena non finiscono:

Il tutto non finisce qua, ma si arricchisce con l’ingresso in scena di Nino Di Matteo, il pm del processo sulla trattativa Stato-Mafia (che intanto langue a Palermo in appello). Da consigliere del Csm ha sollevato una settimana fa in assemblea lo scandalo: dichiara di avere ricevuto pure lui i verbali e fa il nome di uno dei magistrati citati da Amara quale iscritto alla loggia Ungheria, Sebastiano Ardita, anche lui membro del Csm. Ardita dichiara, di condividere punto per punto l’iniziativa di Di Matteo da lui anzi sollecitata, di essere bersaglio di manovre oscure e di non ritenere possibile che dietro l’invio dei verbali di Amara ci sia solo una modesta impiegata del Csm. Infine, Francesco Grignetti su La Stampa, rivela come Amara abbia indicato il capo della loggia Ungheria nell’ex procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra. La storia professionale di Tinebra incrocia quella di due dei protagonisti della vicenda del Csm. Tinebra ha lavorato con Sebastiano Ardita al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, responsabile dell’Ufficio detenuti. Poi, come è successo al magistrato catanese con Davigo, i due litigarono nel 2005 proprio per motivi attinenti la gestione di alcuni detenuti al 41 bis per cui non è ipotizzabile, secondo Di Matteo e Ardita, una convivenza nell’associazione e dunque sarebbe palese la calunniosità delle dichiarazioni di Amara. nel frattempo arrivato da Torino per difficoltà ambientali coi capi dell’ufficio: Paolo Storari.

Il problema della Magistratura italiana

Non rassegnandosi e volendo individuare un punto da cui ripartire, in un’ottica “liberale e democratica“ come si è discusso nel dibattito di Linkiesta, pare evidente che si debba affrontare il problema della gestione delle Procure italiane. Ciò che dimostra la serie inaudita di scandali è che la magistratura non sia più in grado di controllare se stessa da sola. Con il risultato di una mancanza di un valido controllo “esterno” ed ha favorito la nascita di potentati annidati principalmente nelle Procure, i gangli più delicati nel sistema giudiziario. Se è così, non è solo un problema di sistema elettorale ma soprattutto di controllo sull’operato e la gestione dei vari procuratori. Sarà bene cominciare a riflettere, tra chi nelle varie comunità di giuristi ha indipendenza di giudizio, se non sia il caso di rendere effettive ed efficaci le funzioni di controllo su progressione delle carriere, nomine locali e gestione dell’attività svolte da organismi come i consigli giudiziari, magari stabilendo temporanee incompatibilità tra le attività professionali e la funzione pubblica come avviene già per i laici eletti al Csm. Di sicuro se il sistema non si autoriformerà ma piuttosto sarà la democrazia del Paese a crollare.


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