Macchina da scrivere: da invenzione a collezione

La macchina da scrivere ha rivoluzionato il mondo. Ora è diventata un'oggetto da collezionare che continua ad appassionare.

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macchina da scrivere

Nel XIX secolo in molti hanno cercato di accaparrarsi il primato di avere inventato la macchina da scrivere. Uno strumento che ha messo chiunque in condizione di scrivere bene, oltre che di farlo molto più in fretta. Sembra proprio che ad aver inventato la macchina da scrivere sia stato, per primo, l’italiano  Giuseppe Ravizza nel  1846. Ravizza fece un primo tentativo con scopi umanitari. Questa macchina, nelle sue intenzioni, doveva servire a far sì che anche i ciechi potessero scrivere. Ravizza scelse di darle un nome tutto suo: “cembalo scrivano”, per la somiglianza con lo strumento musicale. Un altro italiano, Agostino Fantoni, nel 1802 aveva creato la sua versione di macchina da scrivere.

In quanti progettarono macchine da scrivere?

Molti inventori crearono un qualche tipo di macchina da scrivere, fino al 1868. Ma nessuno riuscì a mettere in commercio un modello di macchina da scrivere. Il merito di aver messo in vendita quest’invenzione va ad alcuni americani. Da allora in poi il successo della macchina da scrivere fu ininterrotto per più di un secolo.

La produzione industriale nasce negli USA

È un giornalista americano poi divenuto senatore, Christopher Latham Sholes, a studiare su una macchina di sua ideazione. Una disposizione dei tasti più funzionale, in modo che le leve dei caratteri più utilizzati non fossero a contatto tra di loro, inceppandosi continuamente. Così nacque una tastiera con un ordine delle lettere non molto diverso da quello che è arrivato fino alle tastiere dei computer. Un’industria bellica statunitense, la Remington, intuì per prima le potenzialità commerciali della nuova invenzione e a produrre i primi mille esemplari a partire dal 1874.

La tastiera “Qwerty” ieri, oggi, domani

La “Qwerty”, è la tastiera dalla sequenza delle prime sei lettere da sinistra, ed è ancora la stessa sequenza che si trova su molte tastiere, comprese quelle della Apple. I dispositivi punto zero hanno perciò la “Qwerty” nel DNA, anche se i tasti non muovono leve, o addirittura sul touch screen non esistono più!

La Qwerty inizialmente scriveva solo a caratteri maiuscoli e “alla cieca per il dattilografo”

Il carattere batteva sotto il rullo e non di fronte: gli eventuali errori di battitura si scoprivano a fine pagina alzando il rullo. La Remington sulle prime rifiutò il brevetto di un ingegnere di origine tedesca, Franz Xavier Wagner, che aveva risolto il problema introducendo la scrittura frontale. Poi la Underwood, altra società americana, già produttrice di nastri inchiostrati, acquistò il brevetto. E si mise a produrre modelli più avanzati, come il leggendario numero 5. Che nei successivi trent’anni avrebbe venduto milioni di pezzi in tutto il mondo. Inaugurando l’epopea della produzione industriale e della diffusione via via sempre più capillare.

Entra in scena Camillo Olivetti


Nel 1893, Camillo Olivetti, insieme al suo insegnante Galileo Ferraris partecipa a Chicago alla prima dimostrazione di illuminazione pubblica, ad opera di Thomas Alva Edison. Conquistato dalle nuove invenzioni, non solo dalla lampadina di Edison, Olivetti rimase due anni nel reparto di ingegneria elettrica dell’Università di Stanford. E portò in Italia la produzione di strumenti di misura e poi di macchine da scrivere all’Esposizione universale di Torino, nel 1911.

La Macchina da scrivere complice dello scrittore

A proposito del legame intimo, perfettamente corporeo, con la macchina da scrivere, David Mamet, premio Oscar, per ” il postino suona sempre due volte”, dice : «Quando scrivi, lì non c’è niente, tranne la tua coscienza malata. Quindi quello che vuoi, o almeno quello che voglio io, è rimanere attaccato a una quantità minima di artefatti in giro, una vecchia macchina da scrivere e una vecchia matita. Il primo autore a presentare un manoscritto dattiloscritto è stato Mark Twain, anche se ci sono dubbi sul titolo: “Le avventure di Tom Sawyer”. Mentre le ultime copie di Gobrey e Boyce, oggi costano 250 dollari. È il prezzo dell’ultimo gioiello di una stirpe che alimenta il museo della nostalgia, mezzo tessitore di prosa, mezzo pianoforte di metafore.

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Perché la macchina da scrivere non è più fabbricata

Nello specifico, non si produce più dal 2011, quando la società Godrej e Boyce in India mise in vendita le ultime 500 copie. Da lì, una macchina da scrivere è diventata una reliquia del passato, richiesta solo da collezionisti romantici o scrittori di antica liturgia.

Altri produttori di macchine da scrivere avevano scelto di lasciare l’attività

Da Remington Rand e Olivetti, a Smith-Corona e Olympia. Ma gli scrittori non rinunciano alla loro macchina da scrivere. Woody Allen utilizza un Olympia Portable degli anni Cinquanta: “Funziona come un carro armato. Ce l’ho da tutta la vita e penso che mi sia costato 40 dollari. L’impiegato che me l’ha venduta mi ha detto che avrebbe continuato a funzionare dopo la mia morte”. Charles Bukowski, ha lasciato un’illuminazione di dannata poesia: “Togli uno scrittore dalla sua macchina da scrivere e tutto ciò che ti rimane è la malattia che lo ha motivato a sedersi e iniziare a scrivere”. Ormai la macchina da scrivere è un mestiere di decorazione d’epoca e da collezione.