Ci sono incontri che non sembrano “tappe” di un viaggio. Sembrano, piuttosto, una soglia. Un punto in cui rallenti, abbassi la voce, e capisci che davanti a te non c’è solo una persona: c’è un mestiere intero, una tradizione, un modo di stare al mondo che sta scomparendo.
Durante l’educational Lucania da Vivere, organizzato da Carmelina di Marmo Melandro Viaggi per il bando P.A.R.T.I. Basilicata, a Rotonda, abbiamo incontrato Giuseppe Di Consoli. Scalpellino. L’ultimo, lo chiamano qui, con quella frase che pesa addosso come un titolo e come una responsabilità. Ma Giuseppe non ha bisogno di grandi parole: gli basta la pietra.
Un museo piccolo, intimo, vivo
Entrare nel suo spazio è come entrare in una stanza privata del tempo. Non è un museo “da vetrina”, non è un luogo costruito per impressionare. È un luogo intimo, quasi domestico, dove ogni oggetto ha una storia, ogni segno ha una mano, ogni opera è un frammento di vita.
Giuseppe ci accoglie con la calma di chi non corre più dietro alle cose, perché ha capito che il vero valore non è nella quantità, ma nella presenza. E le sue opere, infatti, non le vende.
Non per capriccio. Non per strategia.
Non le vende perché non sono “prodotti”: sono pezzi di sé. Sono il linguaggio con cui ha imparato a dire quello che magari a parole non si dice. Sono le prove concrete di un dialogo durato una vita tra lui e la pietra.
E quando ce le mostra, si capisce subito: ogni scultura è una relazione. Ogni forma ha richiesto pazienza, ascolto, fedeltà.
La pietra non si impone: si ascolta
C’è un momento preciso in cui capisci che il lavoro di Giuseppe non è solo un mestiere. È una postura dell’anima.
Perché la pietra non si “domina”. Non si convince con la fretta. La pietra, se non la rispetti, ti si spezza. Se la tratti come materia qualsiasi, ti tradisce. Ma se la ascolti, se la guardi davvero, allora ti guida.
Giuseppe ci parla del suo lavoro con un tono semplice, come se stesse raccontando una cosa normale. Ma nelle sue parole c’è un’idea rarissima oggi: fare bene, fare piano, fare con cura.
E non per nostalgia. Per dignità.


Le mani che non dimenticano
Poi arriva la parte più potente: quando Giuseppe non si limita a raccontare, ma ci mostra. Ci fa vedere come si lavora la pietra. I gesti sono precisi, essenziali. Non c’è scena, non c’è teatro. C’è quella competenza silenziosa che si costruisce in anni e anni di pratica, di errori, di attenzione. La mano sa dove andare prima ancora della mente. E mentre lavora, succede una cosa strana: ti rendi conto che quel suono — colpo dopo colpo — è un ritmo antico. È lo stesso ritmo che ha costruito paesi, soglie, architravi, fontane. È il ritmo delle cose fatte per durare. Guardarlo è come guardare una lingua che rischia di estinguersi, ma che in quel momento è viva, concreta, davanti ai tuoi occhi.
L’ultimo, ma non solo
Chiamarlo “l’ultimo” fa effetto. Fa quasi male. Perché mette addosso la sensazione di perdita: come se con lui se ne andasse un mondo. Eppure Giuseppe, con la sua scelta di restare accanto alle sue opere, ci dice anche altro: che ci sono cose che non si misurano in vendite, in numeri, in velocità. Ci sono cose che si misurano in identità. Le sue sculture non sono lì per essere cedute. Sono lì per essere custodite. Perché raccontano chi è lui, ma anche chi è Rotonda. Raccontano una Lucania fatta di materia, di montagna, di pazienza, di resistenza gentile.
Uscire cambiati
Quando esci dal suo piccolo museo, ti porti dietro una sensazione rara: quella di aver incontrato qualcuno che ha trasformato un lavoro in un patto con se stesso. Giuseppe Di Consoli non scolpisce solo la pietra. Scolpisce il tempo. Lo rallenta. Lo rende sopportabile. Lo rende bello.
E l’educational Lucania da Vivere, che ci ha fatto attraversare luoghi, sapori e storie, in quel momento si è trasformato in qualcosa di più profondo: un promemoria. Che i territori non si raccontano solo con le panoramiche e i grandi eventi. Si raccontano soprattutto così: con una porta aperta, una stanza piena di opere non in vendita, e un uomo che ti mostra come la pietra diventa memoria.


