Luciano Bianciardi: se da qualche parte sta passeggiando, tossisca in pace

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Il 14 novembre del 1971 se ne andava, un mese prima di compiere quarantanove anni, uno degli intellettuali più acuti del dopoguerra. Luciano Bianciardi

Nel giugno del 1954 – un mese dopo l’esplosione nella miniera di Ribolla che aveva ucciso quarantatré lavoratori – aveva lasciato Grosseto e si era trasferito a Milano. Scriverà, in quella falsa biografia che è “La vita agra” che la sua missione nel capoluogo lombardo è quella di vendicarsi della strage mettendo una bomba negli uffici della Montecatini. In realtà ha accettato di lavorare alla nuova casa editrice voluta da Giangiacomo Feltrinelli, di cui racconterà nell’impietosa cronaca satirica di uno dei suoi libri migliori, “Il lavoro culturale”.

Ci sono tanti aggettivi per raccontare la breve ma intensa parabola di uno dei più grandi (e più dimenticati) intellettuali di questo Paese: scrittore, traduttore, sceneggiatore, giornalista indipendente, inventore di slogan pubblicitari, canzoni, battute su cui altri hanno costruito la propria fortuna.

Lo immagino un uomo comune finito dentro a una vita comune per circostanze eccezionali” dice di lui Pino Corrias

Un uomo solo, interprete in tempo reale del vuoto che si apriva dietro il boom economico degli anni Sessanta, incapace di placare il fuoco confuso che lo divorava da dentro. Lo immagino un uomo comune finito dentro a una vita comune per circostanze eccezionali” dice di lui Pino Corrias nella sua bellissima biografia Vita agra di un anarchico. Bianciardi con l’impermeabile scuro, i conti da pagare, le quindici pagine da tradurre ogni giorno per tirare avanti, l’immancabile sigaretta tra le labbra e la sua grappa “gialla ma a buon mercato”. Bianciardi che chiama l’allora esordiente editore Feltrinelli, “il Giaguaro”, che fino all’ultimo divide i soldi in due parti uguali, metà per sé, l’altra metà per la moglie e i bambini che ha lasciato al suo paese natale, e verso i quali nutrirà fino alla fine un senso di colpa.

Sempre Corrias: “Luciano guadagna ottantamila lire al mese. La metà è per Grosseto. Ne restano quarantamila. Dieci sono per la pensione, trenta per vivere l’intero mese. Mille lire al giorno per mangiare, le sigarette, il giornale, tutto”. È scappato dalla Maremma abbandonando quella forma di stabilità a cui, invano si era aggrappato per trovare un punto fermo nella sua vita, ma Milano l’ha imprigionato in uno stato perpetuo di inquietudine che lo avrebbe presto consumato e assieme tenuto in vita nei suoi anni più intensi assieme alla sua nuova compagna e alle mille avventure notturne.

Bianciardi appartiene alla selezionata categoria di artisti che tanto hanno dato senza ricevere niente in cambio

Bianciardi appartiene alla selezionata categoria di artisti che tanto hanno dato senza ricevere niente in cambio, nato al di fuori degli ambienti giusti e sottovalutato sino alla fine per questo. Lui, l’operaio che viene dalla provincia, che senza troppi clamori, coglie in tempo reale il decadimento culturale e civile del Paese che molti suoi contemporanei scambieranno per progresso; che ride delle stesse cose in cui altri intellettuali e artisti (loro sì, ricchi e famosi) si immedesimano. A quaranta anni, quando pubblica La vita agra, ha già alle spalle ottantasei libri tradotti, tra cui i Tropici di Miller, più altri cinque suoi già pubblicati. È naturalmente, irresistibilmente insofferente di fronte al mutamento in corso di una società nella quale si ritrova sempre meno, alla scomoda parentela con la Russia del Partito Comunista – lui che conosceva la fatica del lavoro in miniera – e per questo ne parlava. “La mia è una disposizione d’animo, non una ideologia” scriverà sulle pagine del Guerin Sportivo.

quel non risolvere e non risolversi che è alla base della sua opera, autentica, profonda

Cinquanta anni scarsi di vita come una sorta di viaggio immobile – quel vivere gli anni di Milano alla stregua di un esilio da Grosseto, e gli anni di Grosseto come un esilio dalla sua vocazione di artista; quel non risolvere e non risolversi che è alla base della sua opera, autentica, profonda, come autentico e profondo è stato Bianciardi in tutta la sua troppo breve esistenza. Vive la sua vita agra di operaio della letteratura, disperdendo le energie in mille rivoli, roso dal senso di colpa verso la sua terra e le persone che ha lasciato, forse – intimamente – dalla consapevolezza di non riuscire a vivere in altro modo. Lotta per emergere, ma quando il successo lo coglie, inaspettatamente, in quel fatidico 1962 con l’uscita de La vita agra, è l’inizio – non di una nuova vita – ma della fine. Alla soglia dei quaranta, gli restano solo pochi anni, nei quali il troppo bere e le troppe sigarette, non erano riuscite comunque ad alleggerirlo da quella contraddizione intima e irrisolvibile che è la nostalgia di un luogo che non esiste.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione” ed uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 51 mi sono convertito in educatore, progettista docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, che trovano un punto di sintesi nell’acquisizione di esperienze e nella ricerca di strumenti in grado di analizzarle. Ho buttato via un’enormità di tempo, e pubblicato qualcosa: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Sociologo, mi occupo di ricerca sui temi della politica, della comunicazione, della disabilità, della violenza di genere, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari delgi studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio.

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