L’oggettivazione della donna è confermata dalle neuroscienze

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L’oggettivazione della donna è ora misurabile attraverso l’attività cerebrale. Il
Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e il Centro interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento, hanno infatti condotto uno studio che conferma a livello neuro-cognitivo l’atteggiamento oggettualizzante nei confronti del corpo femminile. Un team di cinque ricercatori si sono impegnati in un’articolata indagine sulle differenze neurali tramite compiti di percezione visiva.

Fuor di metafora

Se ormai da decenni siamo consapevoli delle cause e dei meccanismi evoluzionistici e socio-culturali che hanno permesso la svalutazione della soggettività femminile, fino ad oggi mancava un’evidenza “a livello inferiore”, ovvero neuroscientifico. Il potenziale riproduttivo della femmina, l’influenza del patriarcato, etc., sono alcuni degli esempi del contributo che le scienze dell’uomo hanno portato fino ad ora. Oggi, tuttavia, l’elettroencefalogramma (EEG) ha permesso agli studiosi trentini di validare quello che tutti consideravamo un semplice modo di dire.

Attraverso 82 fotografie raffiguranti uomini e donne in costume da bagno e tramite avatar creati su questi modelli, i ricercatori hanno analizzato le differenze elettrofisiologiche che si verificavano quando il soggetto sperimentale veniva esposto alla visione di un corpo maschile o di uno femminile. L’indagine attraverso i potenziali evento correlati (ERP), permette infatti di discriminare l’attività cerebrale a seconda del tipo di stimolo e della conseguente risposta in un determinato compito, al fine di evidenziare eventuali difformità.

Lo studio si articola attraverso tre esperimenti e i risultati sono inequivocabili. All’interno di una scala che va da “puro oggetto” a “pura persona”, sia il cervello degli uomini che quello delle donne attribuisce minore umanità a un corpo femminile seminudo, piuttosto che a uno maschile altrettanto poco abbigliato. I partecipanti hanno infatti mostrato di riconoscere di meno la presenza di un oggetto quando questo si trova insieme a donne rappresentate in intimo o in costume da bagno.

Gli esperti ci spiegano che l’impatto derivante dall’oggettivazione sessuale femminile provoca danni molto seri nella società: insicurezza per il proprio aspetto fisico, disturbi alimentari e anche disfunzioni sessuali. Ciò è tristemente noto, ma non è la maggiore implicazione che questo interessante studio produce.

Il principale responsabile della ricerca, lo psicologo sociale Jeroen Vaes, mostra con soddisfazione il traguardo raggiunto, e aggiunge: “adottare un paradigma che misura se entità umane e non umane vengono percepite in modo differente può fornire un‘evidenza dei processi di deumanizzazione oltre la metafora”. L’evidenza di questi processi cosiddetti di deumanizzazione deriva da studi che chiariscono come pattern neurali molto simili vengono attivati durante la percezione di membri esterni al proprio gruppo sociale (estranei, appartenenti ad altre etnie, etc.) e durante la percezione di oggetti disgustosi (come cadaveri, alimenti marci, etc.). Il riscontro di questa analogia è stato finora presente solo in questi casi specifici, tuttavia, come si legge nell’articolo scientifico appena pubblicato, è possibile adesso estendere questa associazione anche alla questione di genere.

Educare è il sempre il primo passo

Risultati di questo tipo non offrono solo aggiornamenti importanti alla letteratura di riferimento, fanno altresì sperare in una applicazione pratica delle conseguenze. Infatti, se pensiamo alle battaglie culturali che abbiamo intrapreso negli ultimi anni contro gli stereotipi di vario genere, questo studio potrebbe rivelarsi un forte incentivo al fine di rinforzare l’offerta di strumenti educativi. Per i più scettici nei confronti del grave problema della discriminazione, queste evidenze non possono che rassicurarli sul sempre più confermato fondamento scientifico di tali dinamiche.

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