Poche cose impressionano il lettore quanto il primo libro capace di toccargli davvero il cuore. L’eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale prima o poi faremo ritorno” (L’ombra del vento)

La tetralogia di Carlos Ruiz Zafòn se ne sta lì, ammiccante sullo scaffale più in vista della mia biblioteca in salotto. Quattro libri che mi sorridono, in ordine di uscita e di lettura: L’ombra del vento, Il gioco dell’angelo, Il prigioniero del cielo … ed ora Il labirinto degli spiriti. La fine del viaggio nel cimitero dei libri dimenticati, siglati dalla dedica con firma dell’autore, gioia inattesa per il mio cuore, perché grazie a Pordenonelegge ho potuto incontrarlo, ed ascoltare dalla sua voce i segreti della sua “penna”, scoprire chi è l’uomo celato dietro quelle pagine lette tutte d’un fiato, capaci di trascinarmi fuori dalla realtà e trasportarmi altrove, “con il mio bagaglio di sogni nel cuore, in fuga da tutto”.

Non ho mai capito davvero perché quei libri mi avessero tanto toccato l’anima, fino a quando Pordenonelegge.it, giunto alla sua diciottesima edizione, ha deciso di festeggiare la maggiore età con un’ode alla letteratura, quella di Carlos Ruiz Zafòn (ospite d’onore della giornata inaugurale), appunto.

 

Chissà perché, ci si aspetta che uno scrittore le cui opere sono state tradotte in cinquanta lingue sia fiero ed inavvicinabile. Ed eccolo invece entrare discreto in sala stampa, sorridente col suo drago appuntato al bavero della giacca e gli occhialoni tondi e neri con cui fa capolino in ogni retrocopertina dei suoi libri.

Drago e occhiali… mi ha per un attimo riportato alla mente Harry Potter, chissà perché. E poi, inconsapevole, me lo ha svelato. Anche lui crede nella magia, ma in una ed una sola, quella della narrazione, della parola scritta, della letteratura: quella scrittura di cui ha fatto ragione e lavoro di vita.

“Fin da bambino ho sempre avuto due grandi passioni, la scrittura e la musica. Non sapevo bene cosa volevo fare da grande, se scrivere o comporre musica. Alla fine ho deciso di comporre con la penna”.

E non è una metafora perché la musica influisce il modo di Zafòn di vedere il linguaggio, il modo di costruire la stesura dei suoi libri. “Io credo che il linguaggio musicale – spiega infatti – sia simile per molti versi al linguaggio letterario. Il compositore di musica deve tenere conto di tutta una serie di elementi per offrire un certo tipo di effetti all’ascoltatore in termini di ritmi, colori, timbri e armonie. Questo vale anche per lo scrittore; il linguaggio scritto, la prosa, è un’orchestra. Quando componiamo un testo stiamo componendo una sorta di sinfonia fatta di parole e dobbiamo tenere conto di tanti elementi diversi che a volte esulano da quelli strettamente letterari ma che tuttavia sono portatori di una carica molto importante e che soprattutto possono dare al lettore emozioni e percezioni uniche e peculiari. Il linguaggio letterario deve trasmettere, al di là del contenuto propriamente detto delle parole, sensazioni, sentimenti, percezioni… e questo io riesco a farlo pensando al metodo di composizione di un brano musicale. Per creare un testo ho bisogno di immagini, toni, armonie, e allora prendo in prestito il processo musicale: mi rappresento e cerco i colori della composizione proprio come fa un musicista”.

Ed eccolo allora a costruire il testo immaginandosi il suono che esso deve avere nella testa del lettore. Un quadro fantastico: le righe del libro che suonano nel silenzio della mente di chi le legge!

E l’orchestra di parole cui Carlos Ruiz Zafòn ha dato vita nella tetralogia del cimitero dei libri dimenticati è un labirinto di suoni, ritmi e immagini talmente intricato da parere inimmaginabile che lui possa aver scritto lo spartito tutto d’un fiato per poi suonare le note una dopo l’altra, in un fluire immediatamente magico.

Eppure un po’ è così. Quando si scrive – svela con luce di passione negli occhi – è un po’ come partire per la guerra. Bisogna avere una strategia. Ma poi ci sono gli imprevisti: il nemico che ti aspettavi ti attaccasse da destra ti giunge di fronte, arriva una tempesta di pioggia inattesa, i nemici sono molto più numerosi e così via… e bisogna essere abili nel saper modificare la tattica, tenendo sempre e comunque ferma la strategia, l’obiettivo finale.

L’idea della tetralogia è nata da un’immagine, come da una fotografia che si è palesata nella mia mente: una biblioteca dove i libri dimenticati dal tempo sono salvati da chi pensa che non debbano scomparire del tutto. Poi da quell’immagine ho costruito un labirinto narrativo fatto di tante trame e personaggi. Ho fissato il progetto, delineato la strategia”.

Come a dire che questo straordinario scrittore aveva tutto in mente: l’inizio e la fine della sua storia. Una storia fatta di talmente tanti strati da non poter essere contenuta tutta in un solo volume.

“Nel musicare con le parole il mio progetto poi sapevo di dover avere la capacità di essere flessibile; così alcuni personaggi sono leggermente diversi da come li avevo pensati all’inizio, oppure ho inserito delle vicende che come un domino hanno influito a cascata su tutta la trama, ma il progetto è rimasto ciò che era”.

Dalla guerra della scrittura al giocoliere. E Zarlos Ruiz Zafòn usa un’altra metafora per farci capire il suo metodo di composizione, perché se ci sono autori che scrivono come fossero i primi lettori della loro opera, ovvero fanno fluire la penna sul foglio seguendo l’istinto e poi rileggono e correggono l’opera, lui no: lui pianifica, disegna, si arma forte della sua tattica e inizia a musicare le parole.

“Sapevo che l’opera sarebbe stata complessa, monumentale direbbe qualcuno, e che a qualcosa avrei dovuto rinunciare (non a qualcosa certo che avrebbe rivoluzionato il progetto). E allora mi sono detto: tutto quello che riesce a stare nella mia mente sarà nella storia. Un po’ come fossi un giocoliere: inizi a giocare e lanciare in aria una pallina, poi due, poi tre, poi quattro; mano a mano aggiungi una pallina, fino a che ne aggiungi troppe e una ti cade… Ecco, tutto ciò che cadeva dalla mia mente non doveva stare nel labirinto del cimitero dei libri perduti”.

 

Il cimitero dei libri… ricordo come se lo avessi letto ieri il momento in cui Daniele Sempere scopre la biblioteca dei libri dimenticati e il padre gli dice : “La tradizione vuole che chi viene qui per la prima volta deve scegliere un libro e adottarlo, impegnandosi a conservarlo per sempre, a mantenerlo vivo. È una grande responsabilità, una promessa. E oggi tocca a te!”.

Daniel fa la sua scelta e si trova tra le mani un “libro maledetto”: un volume che gli apre la porta su un dedalo di intrighi legato all’autore di quel misterioso libro… E così la storia inizia, ambientata in una Barcellona anni quaranta (la città natale di Zafòn), una Barcellona fumosa ricca di fascino, di segreti e oscurità.

Ho amato quella biblioteca dal primo momento, amo talmente tanto la scrittura e i libri che non poteva che essere così… quella biblioteca, questa tetralogia, era destinata a toccarmi il cuore, proprio come poche righe dopo Zafòn mi svelava attraverso la voce di uno dei suoi personaggi.

Ma quella biblioteca non esiste, seppur a me come a molti altri lettori pare impossibile tanto nella nostra mente la abbiamo immaginata, respirata e ascoltata in ogni angolo, scrutata in ciascuno scaffale. Il profumo del tempo impregnato sulla carta di quei libri resterà solo lì, proprio dove Zafòn vuole che resti: nella nostra mente.

Perché non ci sarà mai nemmeno una pellicola cinematografica a rendere in qualche modo reale la biblioteca, né a far vivere oltre la carta Daniel, Martin o Fermìn. “Ho fatto lo sceneggiatore per molti anni – rivela sicuro Zafòn – e il cinema mi piace. Ma questa opera è stata scritta per rimanere un’opera scritta e basta. Ho voluto creare un intreccio di storie (un labirinto appunto) che insieme sarebbero state un’ode alla letteratura. Per me la tetralogia del cimitero dei libri dimenticati è una storia d’amore che ho scritto alla letteratura. Forse sarò uno degli ultimi romantici, ma credo nel profondo d me stesso che nulla più di un romanzo possa raccontare una storia con la stessa profondità, fatta di immagini, profumi, colori, emozioni… Sono nati come libri e libri devono rimanere; è coerenza con il loro essere e con me stesso, con ciò a cui ho voluto dare vita”.

Ho provato una forte emozione a quelle parole, perché tra le righe de L’ombra del vento lessi e sottolineai la frase “I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro”. È un regalo straordinario quello che Carlos Ruiz Zafòn ci ha fatto: ogni lettore riflette qualcosa di sé nei suoi libri e nessuna sceneggiatura cinematografica potrebbe rispecchiare ciò che nella nostra mente si è delineato. Sarebbe come un po’ distruggere l’immaginario di tutti i lettori che si sono appassionati e persi e poi ritrovati nelle parole scritte di Zafòn, perché “ogni libro, ogni volume possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto; di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza”.

È questo che l’autore vuole rimanga per sempre: “Sono orgoglioso che siano libri!”.

Francesca Orlando

Non sapevo se avrei fatto il musicista o lo scrittore. A un certo punto mi sono detto: io punto alle stelle e da qualche parte arriverò! E ho scelto di scrivere!” (Carlos Ruiz Zafòn a Pordenonelegge, 13 settembre 2017)

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