Lockdown o “liberi tutti”?

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cattiva informazione

Sino a qualche settimana fa, qualcuno guardava con favore la scelta del governo svedese di non limitare il contatto sociale come forma di prevenzione per il contagio da coronavirus. Carlo XVI Gustavo (o, per meglio dire, il premier Löfven) non ha infatti imposto restrizioni agli spostamenti dei cittadini, tenuto aperte alcune scuole, i ristoranti, le palestre ed i negozi.

Poi si sono fatti due conti, ed è arrivato il mea culpa da parte delle autorità mediche; e quella che per molti era una alternativa reale al rigido lockdown, si è rivelata la causa di una serie di morti probabilmente evitabili. Proviamo allora a rileggere questi numeri “svedesi” su cui a lungo si è creduto di poter trovare le ragioni di un modello alternativo al contrasto dell’epidemia – in parole semplici, provare l’inutilità delle misure di distanziamento sociale.

I numeri

Svezia: l'approccio del Paese alla pandemia

Ancora oggi, i 4.500 decessi del Paese scandinavo possono sembrare pochi – sul piano statistico certo non su quello umano – rispetto agli oltre 33.600 dell’Italia, rispettivamente lo 0,45% contro 0.56% sul totale della popolazione. Ma le cifre devono essere lette in un unico modo: quello che rende ragione della complessità che le sottende.

In Svezia ci sono 10 milioni di abitanti, età media 41 anni, di cui il 20% over 65; in Italia, 60.4 milioni, età media 45,2 anni, di cui il 22,6% over 65. Significa 4 milioni di anziani contro oltre 13milioni e mezzo, ovvero una platea di potenziali persone fragili tre volte più ampia.

A questo si aggiunga che la densità abitativa è di 23 ab/km² in Svezia contro i 199.82 dell’Italia, il che riduce fisiologicamente il rischio di assembramenti spontanei. Ma c’è un altro fattore di cui si è parlato poco o niente: all’alta aspettativa di vita in Italia si associa una precoce medicalizzazione, il che amplia ulteriormente il numero di persone a rischio (ne parlavo oltre tre anni fa)

Queste tre variabili credo siano in grado di restituire una interpretazione più equilibrata alla comparazione tra contagi e decessi nei due Paesi, persino ribaltandone l’interpretazione complessiva; aggiungerei anche il fatto che, essendo stati in Italia primi ad avere affrontato la pandemia, senz’altro siamo stati più esposti a errori procedurali e terapeutici.

L’importanza del distanziamento sociale

Con questo non dico che in Italia le cose siano state gestite al meglio: solo che è plausibile ipotizzare che le decisioni prese dal governo svedese avrebbero avuto tutt’altro effetto da noi; e che probabilmente, se adottate anche in casa loro, avrebbero significativamente ridotto il totale delle vittime.

Lo si voglia o meno, ad oggi, una delle poche certezze che abbiamo è proprio che il distanziamento fisico (che inevitabilmente diventa anche sociale, a meno che non si ammetta la perfetta equivalenza tra rapporti virtuali e “di persona”) è stato essenziale nel contenimento di una pandemia di cui ancora oggi, che assistiamo sollevati al calo dei contagi e quanto ne consegue, sappiamo ancora ben poco.

Come strategia, non è molto di più di quella che conoscevamo sin dal Medio Evo, ma al momento abbiamo poco altro.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.