Livorno-Le danno dell’ipocondriaca ma ha il tumore. Risarcita.

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LIVORNO.- A distanza di 18 anni dall’inizio di questa grande battaglia legale, la Corte dʼAppello di Firenze  si è espressa a favore di una donna a cui non era stato diagnosticato un reale tumore. Il medico dovrà pagare 50 mila euro.

Tutto comincia nel 1993, la donna, chiamata con lo pseudonimo Roberta, ha 24 anni e si presenta per la prima volta dal dottore raccontandogli di aver notato al tatto un piccolo nodulo alla gola. La ragazza aveva chiuso da poco una storia d’amore importante, dunque il medico minimizza dicendole che si tratta di «una ghiandolina normale» da tempo presente ed emersa solo perché ha perso peso dopo la rottura del fidanzamento.Roberta torna spesso dal medico curante nel corso di quattro anni, sempre per la “ghiandoletta” ma viene trattata da malata immaginaria, ma la protuberanza al collo cresce a vista d’occhio. Ogni volta le diagnosi del medico cambiano: dapprima è ipocondria, poi diventa toxoplasmosi, poi ancora mononucleosi.

Dopo 4 anni, nel ’97, un amico veterinario non convinto della situazione, la indirizza a fare delle indagini cliniche, e Roberta si sottopone all’ecografia, poi alla biopsia e arriva quindi al nocciolo del oriblema: tumore maligno di tre centimetri, evidentemente molto più grande del piccolo nodulo tastato quattro anni prima. Inizia per lei la lotta per la vita. Interventi chirurgici a Pisa e a Milano, ricoveri continui a Livorno, ma non guarisce mai del tutto, la malattia è sempre onnipresente. . Esami, controlli, terapie, le metastasi le arrivano addirittura fino al fegato. Ma lei non si arrende. Nel frattempo si sposa e decide col marito di mettere in cantiere un figlio; così all’età di 39 anni diventa anche mamma di una bambina.

Roberta passa ben 20 anni ad entrare ed uscire da tanti ospedali. Col primo intervento le viene recisa la tiroide, tanto da esser costretta a ricorrere alla chirurgia troppe volte. Ancora oggi i controlli sono costanti, va in continuazione in ospedale, in oncologia a Livorno. Diventa così di casa all’ospedale di viale Petrarca che quasi tutti  la salutano come fosse una collega, e si dice fortunata del contatto umano e accogliente che ha provato e prova tuttora negli ospedali.

Conatti con il suo medico di famiglia non ne ha dall’ultima visa fatta. Ha avviato un processo contro la persona che la definiva ipocondriaca, e quando lo ha rivisto in Tribunale, si è rifiutata di ascoltarlo quando lui ha provato ad avvicinarsi. Assistita dagli avvocati livornesi Riccardo Finockkì e Monica Pacetta, i giudici le hanno dato ragione.

Ci sono volute tre consulenze tecniche di altrettanti specialisti per fare chiarezza sul caso. Il processo è stato lungo , fatto di momenti bui, e la giustizia ha avuto la meglio.
Le conclusioni dei giudici Maurizio Barbarisi, Isabella Mariani e Simonetta Afeltra sono state chiarissimee: «Si ritiene attendibile la relazione causale tra inappropriata condotta del medico e  il ritardo diagnostico della patologia tumorale tiroidea (…) L’anticipazione diagnostica avrebbe consentito di identificare la neoplasia in una fase di minore estensione producendo maggiori possibilità di remissione di malattia e minore probabilità di recidiva».

Il dottore sapeva o meglio era sua competenza sapere, e nella sentenza, la Corte d’appello civile fiorentina, scrive che a lui «è imputabile, quale medico curante della signora all’epoca dei fatti, la carenza di esami strumentali di laboratorio e la sottovalutazione diagnostica dell’anomalia patologica».                                                                        Una grande vittoria veder giustizia fatta, ma la sua guerra contro la malattia è quella che spera di vincere davvero.

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