Living Planet 2018: a rischio 8500 specie e 3,2 miliardi di persone nel mondo

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L’Indice del Pianeta Vivente (Living Planet Index) è l’indicatore dello stato della biodiversità globale, elaborato dal WWF e dalla Zoological Society of London, che ci segnala quindi lo stato di salute della biodiversità del nostro pianeta. Pubblicato per la prima volta nel 1998, per due decenni ha registrato l’abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi (gli animali vertebrati) in tutto il mondo. L’Indice analizza i trend di queste popolazioni, selezionate in maniera scientifica, quale misura dei cambiamenti nella biodiversità.

Copertina Living Report 2018.

In questa edizione 2018, la ventesima del Living Planet Report, l’indice include i dati dal 1970 al 2014 e mostra un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni.

In appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. L’attività umana sta spingendo il pianeta e i sistemi terrestri da cui dipendiamo fino al limite. Un’estinzione di massa per mammiferi, rettili, uccelli e anfibi. 8500 le specie a rischio. Quelle perdute per sempre sono imputabili nella maggior parte dei casi alle modifiche degli ambienti naturali.

Il Living Planet 2018 del wwf mostra che le popolazioni selvatiche hanno visto un calo del 60% in meno di 50 anni. In effetti l’impatto umano sul nostro pianeta è sorprendente. La pubblicazione ci richiama ad un impegno deciso per invertire la tendenza negativa, riscontrata dallo studio della ong WWF, della perdita della biodiversità.

Un altro dato: negli ultimi 50 anni la misura del consumo delle risorse naturali, chiamata impronta ecologica, è cresciuta del 190%. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.

Oggi meno del 25% della superficie terrestre è inalterata e diventerà del 10% nel 2050. Per troppo tempo, evidentemente, abbiamo dato la natura per scontata, culturalmente, economicamente e politicamente.

Il degrado del suolo mette a rischio 3,2 miliardi di persone nel mondo. Inoltre, nell’era moderna le zone umide hanno perso l’87% della loro estensione. Il degrado dei terreni include anche la perdita delle foreste, un fenomeno che nelle zone temperate è stato rallentato dalle operazioni di riforestazione ma che è andato accelerandosi nelle foreste tropicali.

Deforestazione.

Un’analisi in 46 paesi in area tropicale e subtropicale ha dimostrato che l’agricoltura commerciale su larga scala e l’agricoltura di sussistenza sono state responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010. Il 27% della deforestazione è stata causata dalla crescita urbana, dall’espansione delle infrastrutture e dalle attività minerarie. Questo degrado esercita numerosi impatti sulle specie, sulla qualità degli habitat e sul funzionamento degli ecosistemi.

Cambiare attività di produzione e consumo si può, ma il mondo ha bisogno di una Roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità.
Il WWF infatti auspica un nuovo accordo globale per la natura e le persone, che riconosca il legame istruttivo tra la salute della natura, il benessere delle persone e il futuro del nostro pianeta.

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