In Lituania nel cuore gotico di Vilnius

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Le chiese di San Bernardino e Sant’Anna custodiscono preziose tracce del passato del paese, che quest’anno festeggia il centenario della prima indipendenza.

A Vilnius si respira il sentimento dell’identità lituana e quest’anno ancora più intensamente in concomitanza del centesimo anniversario dalla proclamazione della prima indipendenza del Paese.
Nel cuore storico della capitale lituana sorge uno dei simboli di questa forte identità nazionale e a cui la popolazione è molto legata: la chiesa di Sant’Anna. Un piccolo capolavoro, un esempio di Gotico fiammeggiante in mattoni rossi; nella sua facciata ne sono stati usati ben 33 tipi diversi e il risultato è un effetto ottico di movimento, come se le mura fossero sfiorate dal vento e i contorni sfumassero. Dall’esterno la ripartizione della facciata, con tre torri e tre portali, fa pensare che la chiesa sia a tre navate, ma in realtà ne ha solamente una di appena 19 metri di lunghezza. E’ una chiesa in cui aleggia grazia in ogni dettaglio e ciò fa capire perché nel 1812 Napoleone, durante la campagna di Russia, disse di volerla portare in Francia “sul palmo di una mano”. Ma la storia di Sant’Anna inizia in tempi più lontani; le prime menzioni di questa chiesa risalgono alla fine del XIV secolo quando l’edificio, allora in legno, bruciò in un incendio. Alla fine del ‘400 il granduca Alessandro Jagellone immaginò Sant’Anna come mausoleo di famiglia, ma sua moglie Elena, figlia dello zar di Russia, era di fede ortodossa e si rifiutò di essere sepolta in una chiesa cattolica. Nel 1501 la chiesa venne ricostruita interamente in mattoni e consacrata e da allora non subì più modifiche.

A ridosso di Sant’Anna sorge, invece, la chiesa di San Bernardino; il perché siano così ravvicinate è un mistero, dato che nel Cinquecento di spazio ce n’era in abbondanza, soprattutto nei pressi del fiume.
Il complesso di San Bernardino è un viaggio nella storia e nell’arte della città di Vilnius perché dal 1490 al 1994 è stato oggetto di innumerevoli interventi. Eretta in legno nel XV secolo per volere del Granduca della Lituania e del re polacco Casimiro Jagellone, la prima chiesa cattolica e dedicata a San Bernardino, non resistette a un incendio. La successiva versione in mattoni, del 1490, aveva un errore nella progettazione: il contrafforte era debole rispetto al tetto. Quella successiva durò circa 50 anni e poi di nuovo subì incendi e la distruzione da parte dei moscoviti la fecero sparire. Nel 1676, ricostruita, fu intitolata a San Francesco e Bernardino e acquisì i suoi altari in legno intarsiati in argento dedicati a Gesù Cristo, la Madonna e ai Santi, di cui oggi ne restano solo undici.
Nel Settecento l’interno venne di nuovo modificato con l’inserimento di pulpiti, confessionali e di un altare centrale su cui venne posta la Santa Croce, considerata segno miracoloso della grazia di Dio per essersi preservata intatta dopo l’occupazione russa. Di fatti sotto il dominio russo, nel 1949, ai fedeli venne proibito l’accesso; si dovette attendere il 1994 e l’indipendenza riguadagnata dopo la fine dell’Urss per recuperarne la bellezza.
L’interno di San Bernardino conserva affreschi come L’Albero della Vita e L’albero della Conoscenza e diversi altri dettagli da scoprire, come i soffitti o i corridoi usati dai frati per raggiungere i confessionali. La chiesa è scandita da dodici colonne, come il numero degli apostoli e le quattro situate nel presbiterio sono dedicate agli evangelisti.

Uscendo dalle due chiese, la via della Letteratura è la chiave d’accesso al centro storico di Vilnius, patrimonio dell’Unesco; si arriva a piedi all’università e adiacenti si trovano il Palazzo dei Granduchi, oggi sede del Museo Nazionale, e la Cattedrale, il cui maggior pregio è la cappella di San Casimiro, patrono della Lituania, con le colonne in marmo donate dal granduca di Svezia. Entrambi si affacciano sulla piazza, dove nel 1989 terminò la catena umana di due milioni di lituani, lettoni ed estoni riuniti in segno di protesta contro l’occupazione russa.
Da non perdere anche la Porta dell’Aurora, l’unica rimasta delle cinque che cingevano la città.

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