Lira Libanese 2021: crolla la valuta sale la tensione

A un anno dal default economico, la situazione nel paese continua a precipitare innescando una crisi politica, finanziaria e sociale che sembra non trovare soluzione

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Ennesimo crash della Lira libanese. Martedì la valuta ha registrato il nuovo minimo storico che ha sollevato una popolazione già esasperata. Mentre la crisi nel Paese dei Cedri peggiora di anno in anno i cittadini sembrano non vedere via d’uscita. Anche perché la nuova svalutazione getterà nella povertà milioni di persone. Ma come si potuto verificare un tracollo simile? Per di più in un paese come il Libano, considerato la Svizzera del Medio Oriente?

Lira libanese al minimo storico?

Martedì intorno a mezzogiorno la Lira libanese ha registrato un nuovo minimo storico quando un dollaro USA è stato scambiato con 10.000 pezzi di valuta. La notizia del crollo sul mercato ha determinato un forte aumento dei prezzi. Fino al 144% per medicinali e beni di prima necessità. Fatto ancor più grave in un paese che dipende per la maggior parte dalle importazioni. In risposta, la popolazione esasperata è tornata a protestare. Diversi cortei hanno invaso alcune delle arterie principali del paese. Ad esempio nel distretto di Tripoli, a Bekaa e Sidone, a Sud. Ma anche nella capitale Beirut, dove i cittadini hanno appiccato il fuoco nelle vie del centro urbano e sulla strada per l’aeroporto. Durante le manifestazioni, infatti, hanno bruciato alcuni pneumatici come ha riferito l’emittente araba in lingua inglese Al Jazeera.

La svalutazione della lira libanese

Stavolta, a causare il crash della lira libanese sul mercato sarebbero stati proprio gli istituti di credito. Come ha riportato Reuters, infatti, prima della scadenza del 28 febbraio le banche libanesi avrebbero raccolto valuta forte dal mercato nero. Questo per aumentare il proprio capitale ed evitare le ripercussioni della crisi economica. Prima d’ora, l’ultimo record negativo si era registrato nel luglio 2020 quando la lira libanese era stata scambiata a 9.900 pezzi nel mercato nero. Ad agosto, l’inflazione era balzata al 120,3% su base annua. Il che aveva comportato una nuova ondata di proteste che si erano concluse con l’esplosione di quasi 3 mila tonnellate di nitrato di ammonio al porto di Beirut. Sei giorni dopo il governo del primo ministro Hassan Diab aveva rassegnato le dimissioni.

L’esplosione del 2020

Nell’incidente erano rimaste uccise 211 persone e altre 7 mila ferite. La Banca Mondiale aveva stimato danni per 4 miliardi e mezzo di dollari. Mentre Reuters riteneva che le ripercussioni nell’economia libanese avrebbero significato un segno meno di 3 miliardi e mezzo di dollari. Numeri esorbitanti specialmente per un’economia già compromessa. Per di più, l’incidente aveva aggravato la dipendenza del Libano dai finanziamenti esteri per i successivi quattro anni. Una cifra tra i 24 ai 30 miliardi di dollari, secondo le stime. Intanto, la comunità internazionale ha dichiarato di aver sospeso gli aiuti fintantoché il paese non riparerà al proprio dissesto politico prima ancora che finanziario.


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Una crisi senza pari

Quindi, il Libano non potrà contare sugli introiti dall’estero finché non si formerà un governo autonomo e riformista che possa traghettare il paese alle elezioni del 2022. Almeno, questa è l’unica condizione posta dai donatori internazionali, tra cui il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al momento “Gli impegni non sono stati rispettati”, aveva spiegato Emmanuel Macron al termine di un vertice con il primo ministro libanese, Saad Hariri. Il presidente francese è alla guida degli sforzi internazionali per risolvere il grave dissesto economico in cui è piombato l’ex protettorato. In effetti, Hariri avrebbe dovuto formare un nuovo esecutivo per colmare il vuoto di potere seguito alle dimissioni del premier Mustapha Adib a settembre.

Un paese tra due fuochi

Ma il condizionale è d’obbligo visto che, ad oggi, è un compito che il leader del Movimento il futuro non ha assolto. Intanto, le forze dell’opposizione insistono nel chiedere le elezioni anticipate come ha fatto qualche giorno fa Samir Geagea. Stando a quanto riferito da Agenzia Nova, il leader maronita del partito Forze libanesi avrebbe ribadito l’importanza di tornare alle urne per smuovere l’immobilismo dell’élite al potere. Solo superando l’impasse infatti, ha precisato Geagea, il paese potrebbe evitare l’internazionalizzazione proposta nel 2005 da Rafiq al Hariri.

Una via d’uscita?

Ciò che risulta evidente è che dopo il sollevamento popolare di agosto e delle relative dimissioni dell’esecutivo, il Paese dei cedri non sia più riuscito a riappropriarsi di una stabilità politica. Inoltre, il piccolo protettorato è soffocato sempre più dall’onta di un’élite di potere corrotta e incapace di gestire la peggior crisi economica degli ultimi trent’anni. Difatti, la paralisi della politica e l’elevata corruzione non solo hanno impedito di realizzare le riforme strutturali indispensabili. Ma anche di ridurre il debito della guerra civile del 1975-1990. Una delle cause principali del tracollo finanziario del paese.

Lira libanese schiacciata dal debito?

Nonostante la presidenza e una maggioranza parlamentare di ameno due terzi, la coalizione guidata dal partito sciita di Hezbollah e dal Movimento patriottico libero (Mpl) del presidente Michel Aoun e di suo genero Gebran Bassil non aveva portato risultati. Anzi. A marzo 2020 il Libano aveva dichiarato il primo default a causa del pesante debito in valuta estera. Quell’anno, il debito pubblico era balzato dal 131% del PIL del 2012 al 176% della fine del 2019. Uno tra i più elevati al mondo. Per di più, il governo aveva dovuto spendere quasi il 50% delle entrate del 2019 solo per pagare gli interessi. Mentre in agosto il debito pubblico lordo aveva superato i 94 miliardi di dollari, con gli Eurobond che rappresentavano circa un terzo del totale. Almeno, questo avevano rivelato alcuni rapporti dell’associazione bancaria libanese. Ma com’è giunta in questa situazione una nazione di appena 6 milioni di persone?


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Il contesto socio-economico

Con il suo alto tasso di alfabetizzazione e la tradizionale cultura mercantile, il Paese dei cedri è sempre stato un importante snodo commerciale in Medio Oriente. Eppure, un’élite corrotta e una gestione politica miope hanno accumulato anno dopo anno un debito pubblico impressionante. A ciò va aggiunto che spesso il piccolo protettorato è rimasto coinvolto nei conflitti mediorientali. Non solo perché condivide i confini con paesi quali Siria e Israele. Ma anche per la sua struttura comunitaria. Un melting pot di musulmani sciiti, musulmani sunniti, cristiani e drusi che lo hanno reso per secoli un rifugio per le minoranze religiose. Eppure, il suo tracollo finanziario iniziato nel 2019 racconta la storia di come possa fallire una nazione considerata la Svizzera del Medio Oriente.

Crollo lira libanese: cos’è andato storto?

In effetti, la recente svalutazione si è solo aggiunta a una profonda crisi politica ed economica da cui il Libano sembra incapace di uscire. Basti pensare che solo nell’ultimo anno, cioè da quando sono emerse le difficoltà economiche e finanziarie del paese, la valuta nazionale ha perso oltre l’80% del suo valore. Infatti, prima dello scoppio della crisi nell’autunno del 2019 la lira libanese era ancorata al dollaro con un cambio fissato a 1.500 unità per un biglietto verde. Ma allora cos’ha portato al default finanziario il paese? Secondo gli esperti, parte della colpa deve attribuirsi al suo sistema bancario, che alcuni economisti hanno descritto come uno schema Ponzi regolamentato a livello nazionale. In pratica si prende in prestito denaro per pagare i creditori esistenti. Accumulando debito.

L’antefatto

Dopo la guerra civile il Libano era riuscito a coprire i suoi conti grazie alle entrate del settore turistico e di quello finanziario. Oltre che agli aiuti internazionali e alla generosità degli stati arabi del Golfo, che avevano rimpinguato le riserve della banca centrale libanese. Anche se all’epoca lo Stato ricavava il gettito maggiore da quei milioni di libanesi che impiegati all’estero, che inviavano poi il denaro alle famiglie in Libano. Una fonte redditizia che aveva resistito addirittura alla crisi economica globale del 2008. Purtroppo, questa fonte sicura aveva cominciato a scarseggiare nel 2011, quando nel paese si era accentuata la sclerosi politica. E quando gran parte del Medio Oriente, ivi compresa la vicina Siria, era precipitato nel caos.

L’economia libanese

Soprattutto, gli stati musulmani sunniti del Golfo avevano voltato le spalle al Libano a causa della crescente influenza iraniana nel paese tramite il gruppo sciita libanese di Hezbollah. In quel periodo, il deficit di bilancio era salito alle stelle e la bilancia dei pagamenti era sprofondata in rosso poiché i trasferimenti di denaro non riuscivano più a compensare le importazioni. Dai generi di prima necessità ai beni di lusso. Questo fino al 2016, quando le banche libanesi hanno iniziato a offrire tassi di interesse notevoli per i nuovi depositi in valuta statunitense. Una moneta ufficialmente accettata in un economia dollarizzata come quella libanese. E tassi ancora più vantaggiosi per i depositi in lira libanese. Mentre nelle altre parti del mondo i risparmiatori ottenevano rendimenti minimi.

Le vicende della Lira libanese

In quel periodo la lira libanese godeva di ottima salute, visto che da oltre due decenni era cambiata liberamente a 1.500 al dollaro. Pertanto, le valute forti come i dollari USA erano tornati a fluire nella casse del Libano che ha potuto alimentare così la sua spesa. E il suo debito. Purtroppo però le autorità non avevano considerato l’effetto boomerang che avrebbe avuto il meccanismo di ingegneria finanziaria introdotto nel 1993 dall’ex banchiere di Merrill Lynch Riad Salameh. In breve la banca centrale, Banque du Liban (Bdl), poteva offrire agli istituti di credito rendimenti generosi per i nuovi depositi in dollari. Il che ha comportato un aumento delle riserve grazie al denaro degli investitori esteri. Ma ciò che era meno ovvio (e del tutto inaspettato) era che sarebbero aumentate anche le passività. Fino al tracollo finanziario del paese.

Il Libano è rimasto solo?

Oggi il costo del debito libanese è salito a circa un terzo o più della spesa di bilancio. Pur essendo centrali nell’economia dell’ex protettorato, gli istituti di credito libanesi restano il primo grande creditore dello Stato. Oltre che i maggiori possessori di Eurobond. Infatti, dei 59 miliardi di debito in lira libanese le banche ne detengono il 28%. Mentre la banca centrale da sola raggiunge il 60% del debito. Nel 2020, la scarsità di valuta forte nel mercato nero aveva indotto gli istituti di credito a bloccare il prelievo dai conti correnti in dollari. Notizia che aveva indotto i risparmiatori ad assaltare gli sportelli. Ma gli afflussi di valuta estera si erano prosciugati e le banche erano state costrette a chiudere i battenti. Soprattutto perché non disponevano del denaro necessario a pagare i depositanti riunitisi in lunghe code fuori dagli istituti.

I problemi della lira libanese

Inoltre, la mancanza di valuta forte aveva determinato ritardi nelle forniture di carburante dalle quali il Libano dipende. Da cui i disagi in tutto il Paese dovuti alle interruzioni prolungate di corrente, che in alcune aree si sono protratte anche per più di 12 ore al giorno. A dicembre 2020 la Banca mondiale aveva avvertito che l’economia libanese stava affrontando una “depressione ardua e prolungata“. Come conseguenza, la lira libanese era crollata passando da un tasso di 1.500 a 10.000 pezzi per dollaro USA. Certamente, il blocco dei fondi da parte dei donatori stranieri, essenziali per il paese, ha aggravato la situazione. Dato che ha significato un ammanco di miliardi di dollari in aiuti rispetto ai quali le autorità libanesi (e le banche) avevano fatto affidamento.

Crollo della lira libanese: incapacità politica?

Di sicuro non ha migliorato la situazione la serie di provvedimenti disperati emanati allo scopo di ricavare quanto più denaro possibile. Ma che invece ha avuto il risultato d’infiammare l’opinione pubblica. Ad esempio, la proposta dell’ottobre 2019 di tassare le chiamate WhatsApp ha provocato una vera e propria rivolta. Perché per molti libanesi sarebbe stato intollerabile pagare l’utilizzo di un’applicazione che li tiene in contatto con i familiari. A maggior ragione vista la sperequazione economica e sociale e il regime fiscale che favorisce i più ricchi. Così una gioventù disincantata ha guidato le proteste nelle piazze per chiedere il cambiamento di un’élite considerata una casta.


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L’impatto sociale della lira libanese

Secondo le stime, il prodotto interno lordo (PIL) del paese sarà destinato a crollare di quasi il 20%, dopo che il Libano è andato in default a marzo 2020. Intanto, il debito ha raggiunto i 90 miliardi di dollari. Ma disagio economico, corruzione dilagante, crisi bancaria e un’élite di potere corrotta sono solo alcuni dei problemi che affliggono il paese dei cedri. Ciò che preoccupa, infatti, è che il crash della valuta getterà milioni di persone nella povertà. “Il dollaro ha raggiunto le 10.000 lire. La gente ha fame, i prezzi volano e non c’è elettricità”, ha twittato la corrispondete libanese Hala Saghbini. “Vogliamo un governo immediatamente. Basta con l’umiliazione della gente“. Per fare un esempio, al momento il salario minimo è pari a circa 675.000 lire. Circa 67 dollari al mese. Mentre prima delle proteste del 2019 le buste paga ammontavano a quasi 450 dollari mensili.

La lira libanese non paga

In effetti, la crisi ha portato alla povertà oltre la metà della popolazione nell’ex protettorato, che vive con 14 dollari al giorno (o meno). Libanesi ma anche oltre un milione di rifugiati siriani. Secondo le Nazioni Unite si parla di un incremento del 55% dal maggio 2020. Mentre la percentuale di chi viva in condizioni di estrema povertà è aumentata dall’8% al 23%. Quasi un quarto della popolazione. Il che è ancor più grave se si considera il costante aumento dei prezzi per i beni di prima necessità. Ad esempio, il 2 febbraio il prezzo del pane è aumentato del 20% per la quarta volta dall’inizio dell’anno. Anche se il Ministero dell’Economia ha promesso che tornerà a scendere “quando i prezzi globali del grano o il tasso di cambio del dollaro locale diminuiranno”. Due fattori che controllano il caro vita in Libano.


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