Libertà di stampa: in Italia sempre più ostacolata da politica e minacce

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Libertà di stampa sempre più ostacolata in Italia.

Se ne parla poco, eppure la libertà di stampa in Italia sta attraversando una fase a dir poco critica. In questi ultimi anni, infatti, il lavoro dei giornalisti italiani è stato sempre più osteggiato non solo dagli effetti della crisi economica che si sono abbattuti sull’intero settore, ma anche dal mondo della politica che ha diffuso tra l’opinione pubblica un atteggiamento di sospetto e di sfiducia verso cronisti e redattori.

L’allarme su una crescente limitazione della libertà di stampa nel nostro Paese è emerso in seguito alla pubblicazione di un rapporto stilato dalla Piattaforma del Consiglio d’Europa che si occupa proprio della tutela e protezione dei giornalisti. Dai dati si apprende che nel breve giro di un anno (dal 2017 al 2018) si sarebbe addirittura triplicato l’ostracismo verso la libera divulgazione di notizie. Alla luce di quanto raccolto, l’organismo europeo ha inviato una serie di segnalazioni alle istituzioni governative italiane, ma da queste non sarebbe mai arrivata una risposta né un provvedimento per cercare di arginare il problema. Quest’atteggiamento l’avrebbero perseguito anche altri Paesi come Russia, Bosnia ed Erzegovina, Turchia e Azerbaijan.

Libertà di stampa o arbitrio di stampa?

Inoltre a nulla sono valsi i recenti interventi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’International Press Institute (IPI) ha rivelato che nel lasso di tempo compreso tra giugno 2018 e agosto 2019 (ovvero quando al Governo c’era la maggioranza formata da Lega e Movimento 5 Stelle) il Capo dello Stato è intervenuto addirittura in 12 occasioni per ribadire quanto stabilito dall’articolo 21 della Costituzione, ovvero il diritto alla libera espressione e alla libertà di stampa. Il Quirinale sarebbe sceso in campo in seguito ad una serie di attacchi lanciati al giornalismo da parte dell’esecutivo giallo-verde.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per provare a fare un po’ di chiarezza sulla situazione, l’IPI ha contattato diversi esponenti del giornalismo italiano, i quali hanno confermato come negli ultimi tempi siano aumentate le limitazioni alla possibilità di fare il proprio lavoro, che sarebbero legate principalmente a quattro fattori: leggi sulla diffamazione, contrasti economici, un continuo e repentino cambiamento nei rapporti tra stampa e politica e, infine, atti di violenza verso i cronisti.

La libertà di stampa frenata dai paletti imposti dalla politica

La scalata degli ultimi anni di Movimento 5 Stelle e Lega avrebbe contribuito a peggiorare ulteriormente la comunicazione tra la sfera politica e il mondo del giornalismo. Questi due partiti, infatti, tendono a comunicare direttamente con il proprio elettorato, ricorrendo ai vari social media per raccontare la propria verità, con l’obiettivo di smentire e screditare il lavoro dei cronisti. Tutto ciò ha limitato notevolmente la libertà d’azione della stampa, allontanandola dall’intero ciclo d’informazione costante e puntuale.

La Piattaforma del Consiglio d’Europa ha menzionato direttamente gli ormai ex viceministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio, dicendo che entrambi hanno proseguito nel comunicare esclusivamente sul web, evitando così di sottoporsi alle domande dei giornalisti volte ad informare il pubblico. Giuseppe Francaviglia, direttore della testata online The Vision, ha confermato che, in effetti, ormai si è costretti soltanto a seguire passivamente le conferenze stampa ufficiali organizzate dagli organi di governo. In queste occasioni ai giornalisti viene vietato di avanzare delle questioni, e se lo fanno puntualmente non ricevono risposte.

Matteo Salvini, ex ministro dell’Interno.

Da non sottovalutare quello che è stato definito come «effetto Trump» che costringe in diverse occasioni il mondo dell’informazione a seguire e riportare interventi al di sopra delle righe di importanti esponenti politici, e tutto ciò distoglie l’attenzione da inchieste e lavori su vicende e argomenti che potrebbero avere un maggior interesse pubblico. Andrea Spalinger, corrispondente a Roma per il giornale svizzero Neue Zurcher Zeitung, con un pizzico di amarezza ha dichiarato: «I giornalisti italiani corrono dietro o ai messaggi di Facebook di Salvini e non parlano più di cose importanti».

La crisi economica e i tagli all’editoria

Le limitazioni alla libertà di stampa nel Belpaese risentono eccome anche della crisi economica. Per molti anni, le testate nazionali e locali hanno potuto accedere a finanziamenti governativi diretti o indiretti. Nonostante ciò, in appena un decennio questi sussidi sono stati pesantemente ridotti, passando dai 170 milioni di euro del 2007 ai 62 milioni del 2017. Questa situazione, unita ad ataviche difficoltà esistenti nel settore, non hanno fatto altro che acuire i problemi dell’attività giornalistica nel nostro Paese.

Sicuramente questa contingenza riguarda gran parte dell’Europa, ma sembra che in Italia si stia avvertendo in maniera alquanto allarmante, considerando una ricerca statistica effettuata nel 2013. Ma le condizioni sembrano essere destinate a peggiorare, perché gli ulteriori tagli varati dall’ex governo Lega-M5S potrebbero seriamente costringere diverse testate locali a chiudere bottega, e ciò non dispiacerebbe affatto ad alcuni importanti protagonisti della nostra scena politica.

Dunque in quest’ottica non deve sorprendere la replica di Luigi Di Maio su Facebook nel settembre dello scorso anno quando, nel difendere l’ennesima riduzione dei finanziamenti pubblici all’editoria, disse: «Questo non è giornalismo, è solo propaganda per difendere gli interessi di una élite ristretta che pensa di poter continuare a fare ciò che vuole. Questo non sarà più il caso». Invece Roberto Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), manifestò la sua preoccupazione dicendo che si trattava di un provvedimento senza precedenti che rappresentava una sorta di vendetta contro «differenza e diversità».

Il ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio.

Con la Legge di Bilancio 2019 si cercò di attenuare un pochino la portata dei tagli, stabilendo che essi sarebbero arrivati gradualmente entro i prossimi tre anni, fino alla completa cancellazione del finanziamento nel 2022. Purtroppo le prime conseguenze a queste riduzioni non si sono fatte attendere: Radio Radicale, che spesso aveva trasmesso intere sedute parlamentari in diretta, ha chiuso per mancanza di fondi.

La piaga delle querele temerarie limita la libertà di stampa

C’è un fattore giuridico che sta profondamente minando la libertà di stampa in Italia. Quasi tutti i componenti dell’IPI e gli addetti ai lavori intervistati hanno sottolineato come un grosso deterrente al lavoro giornalistico sia dettato dalle cosiddette querele temerarie. In sintesi, si tratta di azioni legali che rientrano nel novero delle cause intentante come strategia per contrastare la partecipazione pubblica (SLAPP). Quando vengono chiamati in giudizio, i professionisti della carta stampata o del web sono costretti a trascorrere gran parte del loro tempo a difendersi in tribunale, rischiando anche di ritrovarsi impelagati in ingenti risarcimenti danni per aver preso degli abbagli in buona fede.

Il nostro ordinamento giuridico considera la diffamazione un reato a tutti gli effetti sia per il codice civile che penale. Dunque, quando vengono denunciati, i giornalisti rischiano di essere condannati fino a 6 anni di detenzione, nonostante da tempo la comunità internazionale stia invocando una riforma che annulli il carcere per questo tipo di reato. Inoltre le leggi italiane non forniscono molte garanzie soprattutto a fronte di cause per motivi non troppo gravi che, però, possono sfociare in sentenze di risarcimento danni anche per diversi milioni di euro.

Il problema delle querele temerarie.

Siccome le testate giornalistiche meno importanti o locali non dispongono di ingenti mezzi economici, mentre spesso i cronisti dei giornali più rilevanti ricevono solo un appoggio parziale, si preferisce ricorrere nell’autocensura. E così numerosi professionisti scelgono di non seguire determinati personaggi o situazioni che potrebbero creargli dei problemi a livello legale, e di conseguenza tutto ciò finisce con il ridurre la portata e l’importanza delle notizie da divulgare all’opinione pubblica. Stefano Corradino, direttore dell’associazione per la libertà di stampa Articolo 21, interrogato sull’argomento non ha negato che queste pratiche rappresentano una «forma di intimidazione» per far sì che i giornalisti rinuncino a portare avanti fino in fondo il proprio lavoro.

Il mondo del giornalismo italiano ed europeo si sta battendo da anni per far sì che venga approvata finalmente una riforma anti-SLAPP che ponga fine alle querele temerarie, ma purtroppo finora non sono mai giunte risposte in tal senso.

L’incolumità dei giornalisti è a rischio

Il lavoro del giornalista viene limitato non solo dal pericolo di essere sottoposto a cause legali che potrebbero comportare risarcimenti milionari, ma anche dalla costante minaccia all’incolumità fisica, un triste fenomeno in aumento in questi ultimi anni. Questa escalation di violenza sarebbe scaturita dall’atteggiamento apertamente ostile di alcuni partiti politici che, insultando pubblicamente o tramite i social network i cronisti, fomenterebbero un clima di odio e ostilità di esaltati e movimenti radicali verso l’intero settore.

Non è un caso, infatti, se si stanno moltiplicando gli allarmi lanciati dalla FNSI che ricorda come ormai i giornalisti vivano in un «costante rischio di violenza» che sarebbe alimentato dai continui attacchi di quella parte del mondo politico da sempre contraria all’attività di libera informazione. D’altronde, non dev’essere un caso se ad oggi ci sono ben più di 200 professionisti costretti a vivere sotto scorta, 22 dei quali sottoposti a controlli di sicurezza 24 ore su 24.

Roberto Saviano vive da anni sotto scorta.

In passato gli esponenti della stampa venivano minacciati e anche aggrediti o assassinati soprattutto dalla criminalità organizzata, in special modo quando tramite inchieste e reportage si portavano alla luce scomodi rapporti tra mafia, alta finanza e politica. Adesso, invece, non di rado gli episodi di violenza hanno come protagonisti movimenti di estrema destra di estrazione neofascista o neonazista.

Giulietti ha ricordato all’IPI che storicamente i giornalisti si sono sempre esposti a delle critiche ma, mentre in passato soprattutto le sferzate della politica erano dettate da ragioni e strategie di partito, oggi invece si assiste a ripetuti attacchi per «intimidire e minacciare» chi cerca di riportare sconvenienti verità su tematiche delicate quali immigrazione o omosessualità.

In conclusione, l’intero comparto, anche se la libertà di stampa sta andando incontro a preoccupanti limitazioni, confida nella Costituzione che tutela questo valore fondamentale, nonché nella grande tradizione giornalistica italiana e nella collaborazione e solidarietà tra colleghi come fattori determinanti nel consentire alla libera attività di informazione di non tramontare mai.