Libagioni: essenza di pino per conservare il vino

Louise Chassouant ha studiato i depositi rimasti all'intero del vasellame antico, mettendolo in relazione ai rituali per i defunti

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Anfore

Anfore romane di 1.500 anni rinvenute sul fondale a San Felice Circeo permettono di comprendere il metodo di conservazione del vino. Gli studiosi hanno trovato tracce vegetali all’interno delle brocche che probabilmente servivano a aromatizzare la bevanda per le libagioni.


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Cosa sono le libagioni?

Sono cerimonie di offerte di bevande, essenze, oli alle divinità o ai morti su altari, steli e manufatti. I doni erano anche sangue animale, latte, miele che i sacerdoti spargevano a terra, versandoli in recipienti preziosi che poi frantumavano e gettavano in fosse. Il vasellame utilizzato per i riti era spesso diverso dall’uso comune. Infatti, si utilizzavano soprattutto anfore, patere, kylix che per la forma si prestavano ai gesti della celebrazione.

Il ritrovamento delle anfore romane

I Carabinieri del nucleo subacquei di Roma ha recuperato il 18 luglio 2020 i vasi nella zona del porto di San Felice Circeo. La Soprintendenza archeologica delle province di Frosinone, Latina e Rieti ha pertanto richiesto l’intervento. Le anfore confermano dunque gli scambi commerciali che interessavano la zona e il Comune sta lavorando a uno spazio espositivo che valorizzi i materiali.

Lo studio dei reperti e il riferimento alle libagioni

La Chimica Louise Chassouant si è occupata dello studio delle anfore romane impiegando i metodi dell’Archeobotanica. I depositi individuati all’interno dei vasi erano composti da polline e resti vegetali. La ricercatrice ha quindi determinato i derivati dell’uva, confermando che i recipienti contenessero vino. A parere dell’esperta rami e aghi di pino erano utilizzati per aromatizzare il mosto. Potevano avere anche la funzione, opportunamente trattati, di creare una pellicola impermeabilizzante e isolante per le brocche.

Pino di Sicilia e Calabria

Per il trattamento del vasellame gli abitanti di San Felice Circeo impiegavano piante non locali. Chassouant ritiene infatti che i resti dell’albero provengano da Sicilia o Calabria e mette in luce la rete di scambi tra le regioni in passato.