L’homo duplex: individualismo e società in Émile Durkheim

0
1768

Si definisce “homo duplex” l’individuo teso tra due poli opposti: da un lato la sua individualità, dall’altro il suo essere sociale. Émile Durkheim considerava profana la prima e sacra la seconda. Per il sociologo francese, l’uomo necessita della società per essere migliore, la cui appartenenza deriva dallo sviluppo di una coscienza sociale, che gli permetta di comprendere di essere parte di un tutto.

La componente individualistica racchiude tutto ciò che nell’uomo è naturale e, quindi, istintivo. La componente sociale, invece, è costituita dalle norme e dalla morale e viene interiorizzata dall’individuo attraverso il processo di socializzazione: è proprio quest’ultima che distingue l’uomo dall’animale. Secondo Durkheim, senza la società, l’individuo vive una condizione di anomia, ovvero di assenza di regole e necessita di entrambe le dimensioni per essere completo.

Il dualismo della natura umana e le sue condizioni sociali

L’individualismo aberrato dal sociologo francese deve affrontare un nemico, ovvero la specializzazione o divisione del lavoro sociale. Esistono due tipi di solidarietà, meccanica e organica, ma è il secondo tipo che favorisce l’affermarsi dell’individualismo. Ciò avviene perché la solidarietà organica, a differenza di quella meccanica, presuppone non la somiglianza, bensì la differenza tra individui. Nelle società semplici, caratterizzate dalla solidarietà meccanica, le credenze e i valori non dipendono dal singolo individuo.

Nelle società complesse, con un alto grado di specializzazione, si ritrova l’anomia sopra accennata, in quanto la coscienza collettiva si indebolisce. Il creatore della catena di montaggio, Henry Ford, ci ha abituati a pensare che divisione dei compiti significhi interdipendenza, interazione, correlazione; paradossalmente, Durkheim sostiene che la specializzazione del lavoro comporti autonomia, in quanto aumenterebbe lo spazio per l’affermazione del singolo. Ciò nonostante, Durkheim non giudica negativamente la divisione del lavoro: è necessario, però, che essa sia regolata giuridicamente, per evitare che l’individuo venga lasciato solo e si senta abbandonato.

Ne deriva, dunque, che l’uomo è un animale sociale perché è un prodotto della società che costituisce un essere sui generis e che rappresenta una forza coercitiva nei confronti dei componenti. Si rifiuta l’idea che l’individuo sia nato prima della società e si considera l’uomo un essere sociale che necessita dell’altro per riconoscersi come tale. “La società non è una semplice somma di individui”  e, per comprenderla, bisogna prescindere dai fattori psichici dei singoli.

“La società” è diventato un nome collettivo che deresponsabilizza i singoli, un metro di paragone per sentirsi esonerati e protetti. L’insieme organizzato di individui ha perso il potere morale nei confronti dei singoli, mantenendo solo la coercizione economica. Ma se “la società è un essere sui generis”, di chi è la colpa se costringe gli uomini a vivere in una condizione di anomia?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here