L’Fbi svuota la cassaforte di Trump

0
207
Primarie USA: Trump sempre più influente nel GOP

“La mia bella casa, Mar-A-Lago a Palm Beach, in Florida, è attualmente sotto assedio, perquisita e occupata da un grande gruppo di agenti dell’Fbi”. Con queste parole, Donald Trump ha confermato l’inaudita azione dei servizi segreti di perquisire la residenza di un ex presidente forzando persino la sua cassaforte. L’atto anomalo, però, non dovrebbe sorprendere poiché il 45esimo presidente si è spesso comportato in modi poco convenzionali.

Gli agenti della Fbi per perquisire la residenza di un cittadino devono avere buone ragioni da spiegare a un giudice federale. Questi esamina le informazioni e decide se esistono buone possibilità che un reato sia stato commesso e le indagini meritano di proseguire. Ecco cosa hanno fatto gli agenti in questo caso. Non si tratta però di un cittadino comune ma di un ex presidente e quindi con ogni probabilità la procedura sarà stata approvata dai vertici alti del Ministero di Giustizia, soprattutto da Christopher Wray, direttore dell’Fbi, nominato da Trump nel 2017 e ritenuto dal nuovo presidente Joe Biden.

I rapporti fra Trump e l’Fbi sono stati tortuosi e come ha fatto con tante altre agenzie l’ex presidente ha sempre cercato di modellarla per servire più i suoi interessi che quelli del Paese. Gli inizi dei suoi rapporti con l’agenzia governativa di polizia federale furono vantaggiosi per Trump. Va ricordato che James Comey, predecessore di Wray dal 2013 al 2016, annunciò un’indagine sulle email di Hillary Clinton due settimane prima dell’elezione del 2016. Ebbe un effetto negativo sulla campagna elettorale della candidata democratica perché amplificava le accuse di Trump che cercava di dipingerla come corrotta. Con l’elezione di Trump, Comey rimase nel suo incarico ma dopo avere aperto l’indagine che condusse al Russiagate, Trump lo licenziò. Quest’azione di Trump mirava a bloccare le indagini sulle interferenze russe nell’elezione americana del 2016 che tanto lo disturbarono anche se non fu incriminato poiché un presidente in carica era immune.

Trump però subì due impeachment confermandoci i suoi comportamenti anomali. Non fu condannato dal Senato in nessuno dei due casi. Nel secondo impeachment solo 57 dei 60 senatori necessari per la condanna gli votarono contro, incluso 7 repubblicani. Le sue anomalie però vanno oltre con la sua lunga storia di strappare documenti che a lui non erano graditi. Ciò è illegale e lui era stato informato parecchie volte. Nel caso dei documenti cercati dall’Fbi si tratta di informazioni che l’ex presidente aveva portato nella sua resort in Florida quando uscì dalla Casa Bianca. Lo fece illegalmente poiché non gli appartenevano e dovevano rimanere proprietà del popolo americano nel National Archive a Washington D. C. Una volta che i funzionari dell’ufficio degli archivi si resero conto che una parte dei documenti non erano stati consegnati ne fecero richiesta a Trump. Una quindicina di scatole furono eventualmente consegnate ma almeno una parte fu mantenuta da Trump in suo possesso. Erano questi documenti che l’Fbi ha cercato di trovare nelle otto ore di perquisizione della proprietà dell’ex presidente. Evidentemente vi erano state negoziazioni con l’ex presidente ma non si conoscono tutti i dettagli perché Trump si era tenuto una parte di documenti, alcuni dei quali sono top secret e potrebbero compromettere la sicurezza del Paese oppure nascondere reati.

Trump avrebbe potuto fare chiarezza rilasciando la dichiarazione giurata ricevuta dalle forze dell’ordine spiegando di cosa si trattasse specificamente. Avrebbe potuto fare completa trasparenza anche rilasciando l’inventario di quello che hanno trovato gli agenti che per legge gli hanno consegnato subito dopo la perquisizione. Non lo ha fatto, preferendo girare l’azione giuridica in politica dove si sente a suo agio. Non ha nemmeno attaccato il giudice che ha firmato la dichiarazione giurata come è solito fare. È stato coadiuvato da noti membri del suo partito che hanno condannato l’azione dell’Fbi senza sapere i dettagli. Mike Pence, ex vice presidente che aveva rotto con Trump, adesso ha dimenticato che il suo ex capo mise in pericolo la sua vita negli eventi dell’insurrezione al Campidoglio il sei gennaio 2021. L’ex vicepresidente ha inviato un tweet in cui “condivide la preoccupazione di milioni di americani per la perquisizione senza precedenti” di un ex presidente. Kevin McCarthy, leader della minoranza repubblicana alla Camera, è andato oltre minacciando il ministro di Giustizia di prepararsi a testimoniare una volta che il suo partito vincerà le elezioni a novembre e lui sarà lo speaker.

Silenzio completo da Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente della minoranza nella Camera Alta. Interpellato mentre si trovava nel suo Stato, McConnell ha detto che era lì “solo per parlare delle inondazioni” che stanno devastando lo Stato da lui rappresentato. I democratici anche loro sono stati silenziosi eccetto per Nancy Pelosi, speaker della Camera, la quale si è limitata a dire di “credere nel sistema giudiziario”.

Essere preso di mira dall’Fbi dovrebbe fare andare con cautela ma le sparate spesso diventano memorabili. In almeno sei volte nella campagna elettorale del 2016 Trump disse che “chiunque fosse sotto indagini dell’Fbi non è qualificato ad essere presidente degli Stati Uniti”. Si riferiva a Hillary Clinton, la sua avversaria nell’elezione presidenziale del 2016. Adesso Trump stesso è sotto indagine non solo dall’Fbi ma dalla giustizia in Georgia, New York, e con ogni probabilità dal ministero di Giustizia federale. Vuol dire che non si candiderà per il 2024?