Il gruppo Stato Islamico (ISIS) in cui combattono anche foreign fighters stranieri è ormai agli sgoccioli, poichè anche l’ultima sua roccaforte siriana, Baghuz, sta per cadere.

Il problema che si pone, sin da subito, è il ritorno in Europa di coloro che hanno combattuto per Daesh in Siria e Iraq. Il vecchio continente ultimamente ha manifestato la propria preoccupazione per le problematiche che potrebbero creare i foreign fighters, una volta tornati in patria.

Il presidente americano Donald Trump ha fatto sentire la propria voce le scorse settimane, deplorando l’indecisionismo europeo riguardo alle azioni da prendere contro i suoi concittadini che hanno scelto di combattere per Daesh.

Trump ha criticato soprattutto Francia, Germania e Inghilterra, che, a detta loro, non avrebbero la possibilità di processarli poichè deficitari di mezzi per giudicarli.

Il vero problema non è tanto processarli per i crimini che hanno commesso, piuttosto, cosa succederà dopo che avranno scontato la loro pena? Le carceri hanno i mezzi perchè costoro possano redimersi? .

Se dopo il periodo detentivo non mostreranno alcun cambiamento, lo Stato che farà? Continuerà a sorvegliarli? Gli apparati di sicurezza bastano da soli a prevenire possibili attacchi?

Il problema della radicalizzazione nelle carceri non è un fatto nuovo, anzi già da tempo, i Paesi europei consapevoli degli effetti negativi che può avere la vita carceraria, hanno istituito dei programmi di deradicalizzazione.

Lo scopo della deradicalizzazione è di convincere il soggetto estremista ad abbandonare le sue idee radicali. Per fare questo, bisogna che le associazioni islamiche presenti in Europa aiutino i governi nei programmi sopracitati.

Spesso per riportare gli estremisti, in questo caso i jihadisti, verso idee più moderate, si cerca l’ausilio di imam che a loro volta professano idee estremiste.

Certo questa è un’idea che fa discutere, poichè potrebbe essere un’arma a doppio taglio: già perchè se è vero che questi imam potrebbero riuscire nel loro compito, dall’altro, non rischiano di radicalizzare ancora di più il soggetto?.

L’idea di rivolgersi ad associazioni islamiche che aiutano nella deradicalizzazione, non è un’idea sbagliata, ma forse bisogerebbe scegliere con più attenzione i referenti a cui rivolgersi.

In Francia, sono stati istituiti dei centri di deradicalizzazione, il cui scopo è lo stesso dei programmi di cui abbiamo parlato poc’anzi. Questi luoghi, in cui il soggetto dovrebbe recuperare una dimensione più moderata, sono stati creati nel 2014, ma ad oggi, a detta di alcuni, sono un completo fallimento. Basti pensare al caso dell’antropologa francese Dounia Bouzar che avrebbe sostenuto di aver “curato” molte ragazze dalla radicalizzazione, ma l’unica sua vittoria si è tramuatata in una sconfitta, quando una delle ragazze che ha aiutato, è partita per la Siria.

Per quanto attiene alla prevenzione, gli apparati di sicurezza nello svolgere il loro dovere, devono muoversi entro i limiti prescritti dalla legge, che spesso, complice la burocrazia, rende vane azioni di monitoraggio e di prevenzione.

Giusto per fare un esempio, l’attentatore dei mercatini di natale in Germania (2016) Anis Amri di origine tunisina, aveva ricevuto un decreto d’espulsione sia in Germania che in Italia, tuttavia, il consolato tunisino ha rifiutato di rimpatriarlo, poichè era stato arrestato per ragioni di criminalità e non di terrorismo. L’attentato in Germania dunque poteva essere evitato se non fosse stato per la burocrazia.

Possiamo persino dire che anche un apparato burocratico complesso può mettere a rischio la sicurezza europea, questo è un dato su cui riflettere.

Per tornare al problema dei foreign fighters che ritornano in Europa, essi si possono suddividere in quattro categorie: “la prima categoria sono i disillusi, vale dire coloro che ritornano nel loro Paese d’origine perchè delusi dalle idee del califfato. La seconda categoria è composta da quei reduci che credono ancora nelle idee dell’ISIS, ma sono stati costretti a rientrare per motivi di salute o familiari. Alcuni di loro sono pronti a ripartire per i teatri di guerra, ma altri non possono, così fanno attività di proselitismo. La terza categoria è composta da coloro che sono stati fatti prigionieri e quindi rimpatriati. Una volta in carcere, anche costoro fanno attività di proselitismo”. Il carcere come si è detto è il luogo in cui gli individui, a volte, si radicalizzano. “La quarta categoria sono gli attivisti che rimangono in patria, e gestiscono cellule terroristiche dormienti che preparono attentati da compiere in Europa e in Medio Oriente”.

All’inizio di questo articolo, si faceva riferimento al fatto che alcuni Paesi europei non intendono processare i loro concittadini che hanno combattuto nelle fila dell’ISIS per i motivi che abbiamo espsoto sopra. Le uniche soluzioni cui sono arrivati i Paesi europei menzionati, è la privazione della cittadinaza, o che siano i Paesi in cui hanno combattuto a processarli.

Queste due soluzioni sono una più assurda dell’altra. Quanto alla prima, come si può pensare di togliere la cittadinanza a coloro che hanno militato nell’ISIS? Diventerebbero apolidi? Liberi dunque di commettere altre atrocità, perchè non più soggetti a leggi? E per le donne che hanno sposato uomini del califfato? E i loro figli ?

La soluzione ancora più comica è quella che siano i Paesi in cui hanno combattutto a processarli: Siria e Iraq.

Il primo è un Paese governato dal caos, come potrebbe fare giustizia? Mentre il secondo possiede un sistema giudiziario inefficiente ed esposto alla corruzione.

L’unica soluzione al problema dei foreign fighters è che tutti i Paesi coinvolti si assumano le responsabilità dei crimini che hanno commesso i loro concittadini in Siria e in Iraq.



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