“Lettere a Milena”: l’amore impossibile di Franz Kafka

"Lettere a Milena": il carteggio tra Franz Kafka e Milena Jesenska per dire l'amore indicibile

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Lettere a Milena

Lettere a Milena: la cronistoria di un amore indicibile. Franz Kafka, scrittore mitteleuropeo, saggista sensibile e profondo nonchè filosofo e intellettuale. La penna di Kafka ha versato molto inchiostro: romanzi, carteggi, confessioni, scritti sparsi.

Dal punto di vista della letteratura, Kafka potrebbe essere annoverato tra gli scrittori esistenzialisti dei primi decenni del novecento. Ma in realtà l’intellettuale praghese non è solo questo. La scrittura per Kafka assumeva il significato di un bisogno vitale. La penna e la carta lo guidarono nel suo interminabile cammino nel mondo.

I libri di Kafka sono pervasi dall’ironia asciutta e dallo stupore di un uomo che aveva compreso a tal punto il mondo da non poterlo sopportare e che doveva vivere in solitudine o morire se non voleva come gli altri rifugiarsi nei compromessi o nei più nobili equivoci della ragione. La coscienza di Franz Kafka gli consentì di penetrare anche laddove gli altri, sordi, ritenevano di essere protetti.

Kafka morì il 3 giugno 1924 al sanatorio di Kierling nei pressi di Vienna. Quindi oggi ricordiamo il romanziere praghese e lo facciamo leggendo alcuni passi di Lettere a Milena. Probabilmente quest’ultimo è tra i carteggi più belli, forti e strazianti, della letteratura europea.

Lettere a Milena, romanzo epistolare

Franz Kafka e Milena Jesenská

Milena Jesenská: giovane donna spregiudicata, generosa, impetuosa, intelligente e scrittrice di valore. L’amore per questa donna nacque in Kafka quando naufragò il suo rapporto con Julie Wohryzek. Milena si interessò ai racconti di Kafka intorno alla fine del 1919 e si offrì a Kafka per tradurre in ceco Il fochista.

Le prime lettere risalgono al 10 aprile del 1920 quando il pensatore aveva preso alloggio a Merano nella pensione Ottoburg. Ma fin dall’inizio di quell’anno si erano andati aggravando i sintomi del male, una tubercolosi polmonare. Molto più di una malattia, quella tubercolosi accompagnò l’intellettuale per tutta la vita. Sebbene Kafka curasse la sua tubercolosi in un certo senso la nutriva e incoraggiava con il pensiero.

Lettere a Milena, l'opera d'amore di Kafka
Franz Kafka

Il “male” di Kafka

In una lettera a Milena del 10 aprile 1920 lo scrittore impresse sulla carta questo: «ecco, il cervello non riusciva più a tollerare le preoccupazioni e i dolori che gli erano imposti. Diceva: “non ne posso più ma se c’è ancora qualcuno cui importi di conservare il totale, mi tolga un po’ del mio peso, e si potrà campare ancora un tantino”. Allora si fecero avanti i polmoni che, tanto, non avevano molto da perdere. Queste trattative fra il cervello e i polmoni, che si svolgevano a mia insaputa, devono essere state spaventevoli». La malattia costituisce lo sfondo del carteggio. Tutto inizia da uno scambio di notizie sulle rispettive condizioni di salute.

Però il personaggio di Milena emerge con prepotenza dalle lettere che progressivamente si fanno più appassionate. Agli occhi di Kafka, Milena è un’apparizione di gioia, di sicurezza e pienezza di fronte alla quale sta l’enorme stanchezza di chi, come lui, evita addirittura di incontrarla.

Kafka sembra atterrito dalla sovrabbondanza incontenibile di Milena. L’intero epistolario ruota dunque su questo amore profondo ma inquieto. Soprattutto la “paura di amare”, il timore di corrompere un amore viscerale quasi ancestrale e il terrore di dire l’amore che non può essere detto fanno fermare Kafka e lo portano all’amara conclusione che l’amore per Milena sembra doloroso come la punta di un coltello che gli graffia il cuore: «forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sia per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».

“Lettere a Milena”: Kafka ama l’inattingibile

Per comprendere meglio l’atteggiamento “amoroso” di Kafka è bene leggere una lettera di Kafka indirizzata al suo amico Max Brod: «a causa della mia dignità, a causa del mio orgoglio […] posso evidentemente amare soltanto ciò che posso porre così in alto sopra di me da essere inattingibile».

Leggere il carteggio tra Kafka e Milena significa penetrare nei meandri delle lettere che vengono dall’amore e dal tormento. Questo amore e questo tormento così grandi, così veri ai quali è impossibile dare esiti o significati definitivi.

Kafka e le lettere d’amore

Ecco alcuni estratti, bellissimi, abissali, magici e strazianti dell’epistolario Lettere a Milena. Le parole di Franz Kafka risalgono ai mesi tra giugno e settembre del 1920:

«So il rapporto fra te e me (tu appartieni a me, anche se non dovessi vederti mai più), lo conosco in quanto non sta nel territorio confuso dell’angoscia, ma non conosco affatto il rapporto tuo verso di me, questo appartiene tutto all’angoscia».

«Non posso, non so come, scrivere altro se non ciò che riguarda noi, noi nell’affollamento di questo mondo, soltanto noi. Tutto il resto mi è estraneo. Ingiusto! Ingiusto! Ma le labbra balbettano e il viso posa nel tuo grembo».

Lettere a Milena, cronostoria di un amore complesso
Lo scrittore praghese Kafka

Lettere a Milena: l’amore inquieto ma dolcissimo

«Non ti dico niente, ma ti metto a sedere sulla sedia a sdraio (tu dici che non mi hai dato sufficienti prove d’affetto, ma esiste forse un maggior affetto, un più grande onore che farmi sedere là e metterti a sedere davanti ed essere accanto a me?), adesso dunque ti metto a sedere sulla sedia a sdraio e non so come abbracciare la felicità con parole, occhi, mani e col povero cuore, la felicità che tu sei qui e appartieni anche a me. E dire che in fondo non amo te, ma piuttosto la mia esistenza donatami da te».

«E non è gelosia, è soltanto un girare intorno a te, perchè voglio afferrarti da tutti i lati, dunque anche dal lato della gelosia, ma è sciocco e non avverrà, sono soltanto i sogni malsani dell’essere solo».

«Ieri ti consigliai di non scrivermi ogni giorno, anche oggi sono di questa opinione, sarebbe un gran bene per entrambi e oggi te lo consiglio di nuovo e con più insistenza – ti prego soltanto Milena, di non darmi retta e di scrivermi ogni giorno, basta anche brevemente, più brevemente delle lettere di oggi, soltanto due righe, soltanto una, soltanto una parola, ma la mancanza di questa parola mi farebbe soffrire terribilmente».

Sentimento e esistenza in Franz Kafka

«A dire il vero, scriviamo sempre la stessa cosa. Prima ti domando io se sei ammalata e poi nescrivi tu, un’altra volta voglio morire io e poi tu, una volta voglio piangere davanti a te come un ragazzino e poi tu davanti a me come una bambina. E una volta e dieci volte e mille volte e sempre voglio essere presso di te, e anche tu lo dici. Basta, basta».

«E come faccio a spiccare il volo se ci teniamo per mano? E se voliamo via entrambi, che fa? Oltre a tutto, e questo è il vero pensiero fondamentale di ciò che precede, non andrò mai più così lontano da te».

«Non sono affatto triste come si potrebbe credere da questa lettera, certo è che in questo momento non si può dire altro. Si è fatto un silenzio così vasto, non si ha il coraggio di dire una parola in questa quiete. Bé, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi».

«La mia disgrazia è che considero buoni tutti gli uomini – soprattutto beninteso quelli che per me sono eccellenti – che li considero buoni con la ragione, col cuore. Soltanto il mio corpo in un certo qual modo non può credere che quando sarà necessario essi saranno anche realmente buoni; il mio corpo ha paura e piuttosto di aspettare la prova, che in questo senso veramente redimerebbe il mondo, preferisce arrampicarsi lentamente su per la parete».

«Perciò sono in certo qual modo indipendente di fronte a te, perchè la dipendenza sorpassa tutti i limiti. L’aut aut è troppo grande. O tu sei mia e tutto va bene, o invece ti perdo e allora non è che vada male, ma allora non c’è niente, non rimane gelosia, non sofferenza, non ansietà, niente di niente».

Le edizioni di “Lettere a Milena”

La prima edizione del carteggio tra Kafka e Jesenská apparve nel 1952 a cura di Willy Haas. In particolare, il curatore citato desiderava far conoscere «un incomparabile documento di vita in un volume leggibile, pubblicato e annotato con la maggior possibile cura».

La seconda edizione arrivò con Jurgen Born e Michael Muller. Questi ultimi cercarono di colmare delle lacune; inoltre i due editori completarono più accuratamente l’epistolario attraverso aggiunte preziose. La nuova edizione comprendeva quindi circa un quinto di testo in più rispetto a quella di Haas.

Milena elogia Kafka

Kafka appare nel carteggio come il protagonista di una storia che all’improvviso si apre sotto i nostri piedi. Leggere le lettere di Kafka significa inabissarsi in una distanza. In questa distanza tra parola e parola, tra gesto e gesto s’insinua la precarietà e la fragilità di ogni senso.

Milena aveva compreso la “distanza ontologica” di Kafka. Infatti la giovane scrittrice parlò di Kafka così: «certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perchè una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo…É senza il minimo rifugio, è come un individuo nudo tra individui vestiti».