Lettera di una Testimone di Geova – Voglio essere uno spirito libero

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Ciao a tutti, sono Nuvola.

Nuvola non è il mio vero nome, ma con quello che sto per raccontarvi non pretenderete mica che metta il mio vero nome, giusto?

Sono una testimone di Geova, cresciuta in una famiglia di testimoni di Geova, con amici testimoni di Geova. Come tutti noi testimoni, Geova è il mio tutto. Davvero tutto, e vi spiegherò perché.

Fin da piccola sono stata educata alla predicazione, alla partecipazione nella sala, alla venerazione più estrema. Frequentavo molto spesso la sala insieme ai miei genitori e mi piaceva tanto stare con loro. Dopo tutto, ero solo una bambina che passava del tempo con i suoi parenti. In un ambiente che preesisteva alla mia nascita, in cui sono stata catapultata senza la possibilità di scegliere. Come tutti noi quando nasciamo, del resto.

Le cose che adoro della mia religione sono le Promesse Bibliche, le mie preferite sono quelle che trattano del nuovo mondo, della risurrezione e della giustizia sulla terra.

Sebbene non approvi l’usanza dell’accumulare ore di servizio portando la parola di Geova per tutte le case, sia per una mia personale questione di pigrizia e sia perché non ci trovo nulla di simpatico nel farmi sbattere la porta in faccia, i miei fratelli lo fanno tanto, e con molta dedizione, sono fiera dell’impegno che ci mettono.

Tutti forse avete sentito parlare della dissociazione, pratica che ci contraddistingue ed è parte di tutti noi testimoni. La disassociazione è assoluta, nel momento in cui vieni disassociato, neanche tua madre può più parlarti. È come se tu fossi cancellato dalla faccia della Terra.

Immaginate: camminare per strada e non essere guardato, andare al supermercato e nessuno che vuole indicarti dov’è il reparto surgelati, gli amici che ti evitano e che smettono di frequentarti. La perdita delle relazioni sociali è così totale, che anche a te stesso verranno dei dubbi sulla tua esistenza.

Purtroppo la mia vita non è stata sempre ”per Geova” anche se, alla fin fine, forse ha vinto lui.

La mia prima Segnatura

Nel corso della mia adolescenza mi sono fidanzata con un cattolico, questo ha portato alla mia segnatura, una sorta di mezza disassociazione. Venivo salutata e parlata da tutti, ma nessuno poteva intrattenersi con me in attività di svago, come andare a prendere un gelato.

La mia relazione durò sei anni e nonostante amassi tanto il mio ragazzo, in questi sei anni gli occhi delle persone mi hanno sempre giudicato, ho vissuto con il terrore di aver fatto un danno terribile. Ma ero innamorata, ed ero solo una ragazzina di 15 anni alle prese con il suo primo amore, non capivo cosa ci fosse di male nello stare con il mio fidanzato. Lo facevano tutti. Cosa facevo io di male?

Col passare del tempo decisi che la cosa non dovesse toccarmi più di tanto, e che dovevo prendere scelte indipendentemente da quello che gli altri pensassero di me.

In ogni caso, non mi sono mai sentita appartenente a loro. Sapevo già di essere uno spirito libero.

Dopo sei anni ci lasciammo, e io iniziai a frequentare il suo migliore amico. Errore molto discutibile, ma pur sempre un errore giovanile. La relazione con il mio nuovo ragazzo da quel momento in poi pensai che fosse completamente diversa, perché lui era come me, un testimone di Geova. Brillavo dalla voglia di essere finalmente accettata in sala, ma purtroppo la segnatura non mi ha mai abbandonato. Difatti la sua famiglia non mi accettava, proprio per essere stata macchiata dal mio ex e dalla sua religione.

La famiglia del mio fidanzato mi trattava con indifferenza e non smettevano di ricordarmi che non ero all’altezza del figlio. Questo mi ha causato anni di attacchi di panico e depressione, tanto da chiedere aiuto ad una specialista.

Adesso non solo non mi sentivo accettata, ma era tutto peggio di prima. Avevo addosso il marchio. Come quello che fanno alle mucche.

Odiavo me stessa.

La svolta

Dopo tre anni questo calvario finì. Misi fine a questa relazione che mi stava logorando.

Decisi di pensare a me, e questa volta davvero.

Ovviamente per vivere serena, mi allontanai dalla sala non frequentando per circa un anno. Ai miei non ho mai raccontato certe cose, motivo per il quale mi hanno sempre tenuta in casa e voluta bene. Non ho mai raccontato che uscivo con vari ragazzi senza legami sentimentali, avevo 23 anni, non soffrivo più di attacchi di panico, non ero più depressa, ero bella, felice, snella, e vogliosa di assaporare la vita. Passarono scandali, pettegolezzi, occhiatacce, ma io ormai ero la Nuvola più alta nel cielo.

E poi…

Ad aprile 2016 conobbi quello che sarebbe diventato mio marito, anche lui testimone di Geova. Fu tutto un caso che lo fosse, ci conoscemmo sui social network.

Finalmente avevo trovato la mia stabilità. Ero accettata da tutti, non ero più segnata e accettavo me stessa. Nonostante la pausa, avevo ancora bisogno della loro approvazione. Ero rispettata, voluta, amata. Sentivo Geova più vicino che mai.

Ci sposammo dopo cinque anni di fidanzamento. Il mio matrimonio fu da favola e mio marito era la cosa migliore che potesse succedermi.

Dopo circa otto mesi di convivenza da perfetti sposini, mio marito divenne insolito. Scoprii una problematica molto seria che lo riguardava. Una patologia mentale invalidante, di cui non aveva dato segni prima della convivenza. Da lì ebbi qualche ripensamento. Ero ancora in tempo? Cosa avevo fatto? La situazione era così schiacciante e così demoralizzante che pensai di mollare tutto. Pensai che la cosa non poteva mai cambiare ed ero condannata a vivere questa vita in silenzio per sempre. Da sola non potevo farcela, lui rifiutava di farsi aiutare e io pagavo le conseguenze sulla mia pelle. Tornai dalla psicologa.

Un amico di mio marito, era un uomo comprensivo, gentile, e riusciva a capirmi nonostante i miei silenzi. Mi aiutò ad uscire da questo tunnel, forse anche premendo un po’ sulla mia debolezza. Diceva di amarmi, e io avevo le farfalle nello stomaco.

Ma non potevo, mai avrei potuto. Ormai la mia vita era finita sposandomi, non avevo più possibilità di essere felice con un altro. Infatti tale colpevolezza ebbe la meglio su di me, nonostante fossi finalmente felice e rilassata, non potevo fare a meno di pensare a quello che sarebbe successo se tutto questo fosse venuto alla luce. Pensai alle possibili opzioni per uscire da questa situazione infernale.

Opzione numero 1: mio marito scoperto l’adulterio mi avrebbe disassociato, e la mia famiglia smesso di parlarmi.

Opzione numero 2: scappo con lui, vengo dissasociata e la mia famiglia non mi parla.

Opzione numero 3: torno con mio marito, gli racconto tutto e lui racconta tutto ai pastori, così entrambi veniamo dissasociati.

Opzione numero 4: torno con mio marito in silenzio.

Non c’è via d’uscita, la disassociazione è inevitabile.

Decisi che la mia famiglia, i miei nipoti, i miei amici fossero le cose più importanti e sacre per me.

Quindi ho deciso di riprovarci, perché la solitudine non è una cosa che mi appartiene.

Mio marito ha accettato le cure, adesso è in fase di riabilitazione e le cose vanno meglio. Ho accantonato quello che forse poteva essere il mio vero amore e basta. Va bene così.

Forse un giorno verrò disassociata lo stesso, magari per altri motivi, o forse no, ma la verità è che nonostante io abbia tentato di nasconderlo, tutte le mie decisioni le ha prese Geova per me.

A presto, Nuvola.

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