Oggi si sta insediando il nuovo Governo, presieduto da Matteo Renzi che ha scelto come Ministro dell’Ambiente l’on. Gianluca Galletti, commercialista, economista e Sottosegretario all’Istruzione nel precedente Governo Letta. Cogliamo dunque l’occasione per esprimere al neo-Ministro, oltre agli auguri di prammatica, le nostre valutazioni sulle principali problematiche ambientali da affrontare, in un momento in cui il nostro paese sta attraversando non solo una gravissima crisi economica ma pure un lungo periodo caratterizzato da dissesti geoambientali di ogni genere.
Il Presidente Renzi, in molte sue recenti dichiarazioni, ha espresso che le linee-guida del suo Governo saranno improntate alla massima concretezza e ad un forte recupero del rapporto politica-cittadini, da tempo deteriorato. Si parla di svolta, di cambiamento epocale, di ultima occasione. Ebbene, allora anche noi, da cittadini prima che da esperti di tematiche ambientali, vogliamo partecipare al dibattito e descrivere al neo-Ministro, sperando nella sua cortese attenzione, quali siano, secondo il nostro avviso, le prime priorità da affrontare, con concretezza e pragmatismo, per la salvaguardia di territorio, ambiente e soprattutto cittadini dal punto di vista del rischio idrogeologico e sismico.

Geologo di zona. A prescindere dalle qualità e dall’esperienza dell’on. Galletti e se non altro per un problema di discontinuità che potrà inevitabilmente creare qualche inconveniente gestionale almeno all’inizio, spiace che a guidare il Ministero dell’Ambiente non sia più l’on. Andrea Orlando (chiamato peraltro a ricoprire il delicato e prestigioso ruolo di Ministro della Giustizia) il quale si era dimostrato molto attento alle istanze dei geologi, accogliendo con simpatia e favore la proposta di Legge portata avanti dall’on. Antonino Moscatt e riguardante l’istituzione dell’Ufficio Geologico Territoriale o, come più comunemente noto, del Geologo di Zona. Ovvero di un maggiore inserimento dei geologi, le cui figure professionali sono da troppo tempo considerate “di serie B”, all’interno della Pubblica Amministrazione. Argomento per cui si batte da tempo anche Gian Vito Graziano, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Geologi. Tuttavia più che di un solo geologo in ogni Comune, obiettivo tra l’altro ben lontano dall’essere raggiunto, sarebbe ancor più auspicabile la creazione di una squadra, un pool di tecnici, una task force ambientale in grado inizialmente di stilare una specie di “fotografia attuale” del territorio. Il risultato finale di questa “revisione cartografica” dovrebbe essere rappresentato da una nuova mappatura geoambientale del territorio, in ambito GIS (dunque facilmente gestibile online), in cui individuare le aree più a rischio in funzione dei vari parametri (non ultimi quelli legati all’inquinamento di suolo e sottosuolo) grazie alla sovrapposizione ed all’incrocio dei dati ottenuti. Ovviamente è auspicabile, Ill.mo Sig. Ministro, che il progetto di Legge relativo al “geologo di zona” non rimanga in un cassetto ma prosegua il suo iter procedurale, possibilmente anche in maniera veloce e senza ulteriori intoppi burocratici. Ecco un primo aspetto concreto da seguire e sviluppare con attenzione.
Rischio idrogeologico. Tra i principali dati da inserire nella nuova mappatura figurano indubbiamente quelli relativi al rischio idrogeologico. Tutti sappiamo come questo inverno, tra i più “caldi” e piovosi della storia, abbia provocato una lunga serie di disastri, alluvioni e dissesti. Il clima sta cambiando, l’estremizzazione degli eventi atmosferici è sempre più frequente ed il territorio non è preparato ad affrontare un simile cambiamento, prova ne siano le innumerevoli frane ed esondazioni che si susseguono in ogni angolo d’Italia. Un territorio ferito, abbandonato, sfruttato, spesso violentato dalla malapolitica e da una totale incapacità gestionale degli amministratori che ha portato oggi i cittadini a temere ogni nuovo arrivo di una perturbazione atmosferica.

Dobbiamo imparare a convivere con questi fenomeni. Come dichiarato da Gian Vito Graziano, le tragedie si moltiplicano con conseguenze economiche e sociali disastrose per imprese e famiglie ma anche per il nostro intero “sistema Paese”. Non a caso una stima del CNR attesta che l’82% dei Comuni italiani è affetto da dissesto idrogeologico. Dunque non ci si può sorprendere se ad ogni perturbazione il territorio viene devastato: il nostro paese cade a pezzi. Ecco perché risulta fondamentale la totale revisione della cartografia geoambientale, ormai vetusta e non aggiornata, soprattutto in riferimento ai recenti episodi. Valga per tutti quanto accaduto in Sardegna dove sono state inondate molte aree non considerate a rischio idrogeologico dalle carte del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico).

Allora cosa hanno intenzione di fare concretamente i nostri politici ed amministratori? Attendere la prossima perturbazione, il prossimo ciclone, piangere le vittime, invocare le calamità naturali? Siamo stanchi delle parole. Siamo stanchi di criticare. Siamo stanchi di dover lottare contro il muro di gomma. L’Italia frana, si allaga, trema, è avvelenata. Quale futuro lasciamo alle prossime generazioni? Gli strumenti esistono. La tecnologia moderna viene in soccorso, la scienza è pronta ma spesso non viene ascoltata, molte volte è trascurata e lasciata in un angolo se non addirittura accusata e processata come al tempo di Galileo Galilei (i fatti di L’Aquila). Le soluzioni sono molteplici ma, ad esempio, potrebbero partire da un miglior monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale ovvero dall’attuazione del “monitoraggio idrogeologico immediato”, che tra l’altro non ha costi esorbitanti ed è di facile attivazione, come tra l’altro si sta tentando di organizzare nella Sardegna alluvionata. Lì qualche Sindaco “illuminato” sembra finalmente aver capito l’importanza della prevenzione, parola magica spesso trascurata ed ignorata dai nostri politici, della ricerca di anticipare lo sviluppo dei fenomeni più estremi, del coniugare salvaguardia del territorio con informazione. La Sardegna sta imparando dalla tragedia e può diventare un simbolo per l’Italia intera: sarebbe auspicabile che il neo-Ministro iniziasse proprio da lì la sua ricerca di concrete soluzioni per la tutela di territorio e cittadini.

Rischio sismico. Se il rischio idrogeologico è sotto gli occhi di tutti, il terremoto è un nemico più subdolo ma ancora più pericoloso, soprattutto perché i nostri fabbricati raramente posseggono strutture antisismiche. Questa situazione è figlia di politiche e scelte totalmente sbagliate, tardive ed ai limiti dell’assurdo. Ci sono voluti due terribili terremoti, Friuli 1976 ed Irpinia 1980, perché il nostro territorio venisse finalmente classificato, e neanche per intero, dal punto di vista del rischio sismico: avvenne nel 1984. Ciò significa, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, che in Italia esiste un forte deficit di protezione sismica: tutti gli edifici costruiti infatti prima di questa data non posseggono praticamente nessun accorgimento antisismico. Si può allora facilmente comprendere perché il territorio “soffre” ad ogni scossa, anche a quelle di magnitudo intorno a 4.5-5.0 che pure sono “scossette”, e la popolazione “trema”, in tutti i sensi. Perché manca la certezza di vivere in un territorio capace di sopportare un terremoto “normale”, che in Giappone nemmeno sentirebbero. Figuriamoci cosa succede, pensano tutti e non a torto, se arriva una scossa più forte.
La situazione è difficilmente rimediabile. Si sono compiuti troppi errori, e troppo gravi. Nel boom economico, negli anni ’60 ma anche nei ’70, abbiamo pensato solo a costruire ma abbiamo costruito male, senza criterio ed in molti casi anche senza ritegno, violentando più volte un territorio incontaminato, senza pensare a salvaguardare le generazioni seguenti. La soluzione è soltanto una. Cambiare le leggi in vigore, renderle più rigide, adottare criteri più severi di costruzione antisismica anche nelle cosiddette “classi 3” (cui appartiene ad esempio l’Emilia, teatro del disastroso sisma del maggio 2012). Inoltre, ed anche questo vogliamo ribadirlo al neo-Ministro Galletti, estendere l’utilizzo della microzonazione sismica, il rimedio migliore per la classificazione a livello comunale del territorio in funzione del rischio sismico, lo strumento fondamentale per qualsiasi corretta politica urbanistica, anche nelle zone considerate meno pericolose. La microzonazione può essere definita come la suddivisione di un territorio in zone omogenee sotto il profilo della risposta a un terremoto di riferimento in arrivo al sito, valutata tenendo conto delle interazioni tra onde sismiche e condizioni geologiche, topografiche e geotecniche locali (“pericolosità sismica locale”) che modificano la “pericolosità di base” (cioè la pericolosità valutata su terreno duro e pianeggiante di riferimento).

In altre parole, si tratta di tutte le indagini tese all’individuazione della cosiddetta Risposta Sismica Locale (RSL), il cui risultato finale è rappresentato da una carta della Microzonazione Sismica (in scala almeno 1:10000) o “delle microzone”, atta ad individuare le aree più rischiose e critiche di un dato territorio sotto il profilo sismico: in particolare all’interno di questa carta si devono perimetrare le aree dove possono verificarsi fenomeni di instabilità, identificare le zone più soggette agli “effetti di sito”, come ad esempio la liquefazione e quantificare i livelli di pericolosità in ogni punto del territorio. Perché, è bene ribadirlo, la cartografia attuale non è aggiornata e non possiamo più basarci soltanto sulla statistica. Come più volte dimostrato dagli studi del Prof. Mantovani, se non è possibile prevedere luogo e tempo di sviluppo di una scossa sismica, è comunque fondamentale realizzare nuove strategie di difesa basate sulla dettagliata conoscenza dei processi deformativi in atto e della loro connessione con l’attività sismica. Le Regioni Toscana ed Emilia-Romagna si sono già attivate al riguardo (anche con appositi finanziamenti) e possono rappresentare un utile esempio e schema da applicare all’Italia intera, specialmente se queste attività fossero supportate anche a livello governativo centrale e ministeriale.

Dunque, fatti concreti e non più parole né teorie. Incentivare le ristrutturazioni degli edifici in chiave anti-sismica, almeno nei territori più a rischio, tramite appositi finanziamenti o sgravi fiscali, può essere un primo passo per sensibilizzare maggiormente i cittadini. Organizzare conferenze itineranti nelle zone colpite dagli sciami, ma anche laddove i rischi sono maggiori, può essere un altro aspetto capace di avvicinare maggiormente l’opinione pubblica alla conoscenza dei terremoti. Istituire il “fascicolo del fabbricato” (osteggiato da più parti proprio perché dimostrerebbe definitivamente gli abusi e la situazione deficitaria dei nostri edifici dal punto di vista statico) sarebbe la soluzione probabilmente più facile, ma anche la più impopolare. Insomma, Ill.mo Sig. Ministro, dobbiamo preparare meglio il territorio a sopportare le scosse, insegnando nel contempo ai cittadini a convivere con i sismi. Soprattutto dobbiamo rendere più sicure le nostre case. Perché non è il terremoto in sé ad uccidere le persone, ma bensì gli edifici costruiti male, senza nessun accorgimento anti-sismico. Ed è su questo punto che Lei ed il Suo Governo dovreste concretamente concentravi.

In conclusione chiediamo all’Ill.mo Sig. Ministro massima attenzione alla diffusione della prevenzione, non soltanto dei rischi idrogeologico e/o sismico, ma più in generale per qualsiasi tematica ambientale. Questo Governo, che fa della concretezza la sua parola d’ordine, deve restituire ai cittadini la sicurezza di vivere in un territorio finalmente salvaguardato e protetto. Questo Governo deve trovare i fondi, le risorse ed i progetti per non far più tremare la popolazione ad ogni lieve scossa o perturbazione atmosferica. Questo Governo deve finalmente dare più spazio ai geologi e deve soprattutto ascoltarli, senza relegarli in un angolo o, peggio, accusarli di catastrofismo o processarli. Questo Governo deve saper coniugare salvaguardia con rinascita, informazione con sicurezza, tutela con modernità. Non è facile ma noi cittadini dobbiamo avere ancora fiducia perché, come dice lo stesso Presidente del Consiglio, stavolta non esistono scuse né alternative. Non c’è più tempo. Ed allora, Ill.mo Sig. Ministro, ricordandoLe che la priorità è la salvaguardia del territorio, Le porgiamo i nostri più fervidi e sinceri auguri di buon lavoro.

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